Lo show del grillismo schiacciato dal governo Rousseau-giallo

Claudio Cerasa

Il sistema ideato per saccheggiare la democrazia può far archiviare il maoismo digitale. Storia di una nemesi da sballo

Più che Rousseau, forse questa volta dovrebbero chiamarlo Alexis. Questo giornale, come sapete, ha dedicato molta attenzione alla storia di Rousseau, alla pericolosità della democrazia grillina, alla truffa del maoismo digitale, alla barzelletta di un partito eterodiretto via web dal capo di una srl privata. Rousseau, come sappiamo, è un sistema ciofeca, è una piattaforma truffaldina, è un’architettura politica ideata per trasformare la democrazia digitale in un surrogato della democrazia rappresentativa e in un folle ma lucido intervento pubblicato pochi giorni dopo la vittoria alle elezioni politiche del 2018 sul Washington Post è stato lo stesso Davide Casaleggio a sostenere che il modello Rousseau dimostra che “il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”.

 

Un anno dopo il modello Rousseau, o forse dovremmo chiamarlo Alexis, rimane lì con tutte le sue pazzie, con tutte le sue demenze e con tutte le sue ambiguità, ma rispetto al passato il modello di democrazia virtuale ideato dalla famiglia Casaleggio oggi è incredibilmente e involontariamente diventato uno strumento che potrebbe traghettare il grillismo su una sponda distante anni luce dal totalitarismo digitale.

 

Luigi Di Maio non può confessarlo apertamente, e ci mancherebbe, ma per quanto si sforzi in tutti i modi di ricordare ogni giorno agli iscritti a Rousseau, come ha fatto ieri alzando ancora la posta della trattativa, che con il nuovo governo non cambia nulla, che il premier resterà lo stesso, che il vicepremier forse resterà lo stesso, che il programma resterà lo stesso, che il taglio dei parlamentari resterà lo stesso e che i decreti sicurezza resteranno più o meno gli stessi, la verità è che per il Movimento cinque stelle votare a favore del BisConte significa votare contro una serie di princìpi non del tutto secondari che hanno caratterizzato per molto tempo la dottrina sfascista del grillismo.

 

Significa archiviare definitivamente la retorica antieuropeista – quattro anni fa il M5s raccoglieva le firme per uscire dall’euro, oggi è saldamente dalla parte dell’euro. Significa archiviare definitivamente la retorica antimercati – otto mesi fa il M5s rivendicava dal balcone manovre economiche bocciate dai mercati, oggi ha accettato di diventare il partito dello spread. Significa archiviare definitivamente la retorica sull’antiparlamentarismo – dieci anni fa il Parlamento doveva essere aperto come una scatoletta di tonno, oggi è diventato l’argine ai tonni che la fanno fuori dalla scatoletta. Significa archiviare definitivamente la retorica anti Nato – a febbraio il M5s ha costretto l’Italia a schierarsi per la non ingerenza in Venezuela, unico paese, oltre alla Turchia, ad aver rotto su questo dossier il fronte atlantista, giovedì scorso il premier Conte ha promesso che il suo nuovo governo sarà fedele alla collocazione euro-atlantica. Significa archiviare definitivamente l’ambiguità sulla Russia – il Movimento cinque stelle è stato il primo partito occidentale a intervenire al congresso del partito di Putin, Russia Unita, e fino a qualche settimana fa Luigi Di Maio, per difendere Matteo Salvini, sosteneva che Vladimir Putin fosse meglio dei petrolieri, ora il nuovo governo, voluto anche da Di Maio, nasce anche per archiviare le sbandate russe del precedente governo. Significa archiviare definitivamente lo svarione del sostegno ai gilet gialli – lo scorso 6 febbraio il M5s ha organizzato, con Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, un incontro con la fazione più estremista del movimento protestatario francese, quella che aveva parlato apertamente di un colpo di stato in Francia, oggi la svolta europeista, come ha raccontato in questi giorni Sandro Gozì, potrebbe aiutare il M5s a entrare a far parte in Europa dello stesso gruppo in cui si trova il partito del presidente francese Emmanuel Macron, i cui palazzi del potere i gilet gialli hanno tentato a lungo di buttare giù a colpi di ruspe.

 

Il voto su Rousseau, che la prossima settimana dovrebbe permettere al presidente incaricato di sciogliere la riserva sul suo incarico, è un voto viziato dal virus del totalitarismo digitale. Ma paradossalmente il sistema ideato per superare la democrazia rappresentativa oggi potrebbe permettere al Movimento cinque stelle di superare la stagione del maoismo digitale, di legittimare la democrazia rappresentativa, di ridimensionare i teorici della democrazia modello-Casaleggio, di ricordare che i parlamentari sono eletti senza vincolo di mandato e di costruire così con il Pd un compromesso più strategico che storico, capace di passare come una ruspa sopra i fallimenti del passato e di imprimere al grillismo una traiettoria opposta rispetto a quella per cui era stato creato: contro i nemici del Parlamento, contro i nemici dell’Europa, contro i nemici dell’euro, contro i nemici dei mercati, contro i nemici di Macron. La svolta c’è, la traiettoria di Giuseppe Conte e del suo M5s non è così diversa rispetto a quella impressa a Syriza da Alexis Tsipras, e si capisce che Di Maio faccia di tutto per dimostrare che nel momento in cui tutto potrebbe cambiare, in realtà non cambia nulla. Più che Rousseau, forse questa volta dovrebbero chiamarlo Alexis. E forse (anche se Di Maio forse lo sogna) è persino troppo tardi provare ad armare Rousseau contro la favolosa nemesi del governo Rousseau-Giallo.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.