Gori ci spiega in che senso l'algoritmo del M5s può fare anche cose buone

David Allegranti

Svolta europea, nord, razionalità sui migranti. Così il Conte bis può sgonfiare il salvinismo

Roma. “Tra i Cinque stelle c’è tutto e il suo contrario, sia in termini di impostazione politica, sia in termini di qualità delle persone. E’ l’occasione per passare da Toninelli a Patuanelli”, dice Giorgio Gori al Foglio con una battuta. Il sindaco di Bergamo dice sì al governo fra Pd e Cinque stelle, senza però nascondere le difficoltà: “Ci assumiamo un rischio rilevante, nella scelta di avviare una collaborazione con i Cinque stelle. L’esito è tutt’altro che scontato, perché li abbiamo visti al lavoro e ne conosciamo i limiti. Però, a differenza di tutti gli altri partiti, i Cinque stelle sono una cosa strana dal punto di vista politico, sono duttili e cangianti”. 

 

“Un po’, come dice Giuliano da Empoli, perché c’è l’algoritmo a indirizzarli, un po’ perché sono nati come collettore di diversi tipi di istanze e di proteste”, aggiunge Giorgio Gori. “Quindi dobbiamo puntare a far emergere dal loro interno figure con le quali collaborare. Dario Violi, mio avversario alle elezioni regionali, è una persona con cui io lavorerei senza difficoltà. Con altri invece le distanze sono abissali. La spinta di Grillo per un ‘governo dei competenti’, per quanto sorprendente, va letta come un segnale positivo, di auspicabile maturazione”. Poi certo, dice Gori, “non nascondiamoci le difficoltà. Loro devono essere disponibili a un netto cambiamento della rotta condivisa con la Lega. E tuttavia resto ottimista, confido nella maggior esperienza delle persone, persino nelle ambizioni personali, aggiunte all’istinto di conservazione del gruppo parlamentare. Del resto, se l’algoritmo legge correttamente i segnali che arrivano dalla società, immagino registrerà un diffuso desiderio di stabilità e sicurezze”.

 

In più, dice Gori, “come ha scritto il direttore del Foglio oggi (ieri, ndr) è già positivo il fatto che questo governo riporti in modo chiaro l’Italia dentro la cornice europea, che renda il paese affidabile agli occhi dei nostri alleati storici e che ci permetta di contribuire a determinare i prossimi passi dell’Unione. Tutto quello che non ha fatto Salvini insomma. Già questo vale il rischio che ci stiamo assumendo. Ho amici che la pensano in maniera diversa, come Carlo Calenda. Sono dispiaciuto, ma ne apprezzo la coerenza e il coraggio. Non ho certezze da opporgli, gli dico solo che il rischio vale la pena. Se avessimo votato a breve avremmo con ogni probabilità consegnato il Paese a Salvini, ovvero a un futuro fuori dall’Europa”.

 

Ma l’antisalvinismo non è simile all’antiberlusconismo? “Le personalizzazioni non mi sono mai piaciute. Infatti il punto non è Salvini come persona, ma le sue politiche. Salvini rappresenta una destra irresponsabile che ha isolato l’Italia e promosso scelte oltremodo sbagliate e dannose, e che aveva già annunciato una finanziaria da 50 miliardi tutta in deficit. Il suo obiettivo era di arrivare allo scontro con l’Europa e per il paese sarebbe stato catastrofico”. Questo governo, dice Gori, deve avere alcune priorità. Dell’Europa ha già detto. “Poi deve consentire al sistema produttivo di riguadagnare competitività. Non è un problema degli ultimi mesi, è da vent’anni che l’Italia non cresce. E crescere è la condizione per fare politiche a sostegno della povertà. Secondo me un pezzo dell’agenda di Confindustria, quello che riguarda il taglio forte del cuneo fiscale, tutto a vantaggio dei lavoratori, è certamente tra le priorità”. Altri punti su cui Pd e Cinque stelle possono lavorare insieme, secondo Gori: giovani ed ecologia. “Qui dovrebbe essere più facile trovare l’accordo, anche se sappiamo che sui termovalorizzatori non la vediamo nello stesso modo”. C’è poi la questione dell’immigrazione, “che sarebbe un errore non considerare una reale priorità. Dobbiamo fare cose diverse da quelle di Salvini ma anche diverse da quelle che abbiamo fatto noi in precedenza, perché l’immigrazione va necessariamente governata”. Il centrosinistra ha commesso errori con le politiche di integrazione? “Assolutamente sì, nel senso che di politiche di integrazione non se n’è vista l’ombra. Con Marco Minniti abbiamo recuperato il governo dei flussi, che si sono enormemente ridotti. Ma non ci fu il tempo per fare politiche coraggiose sull’integrazione. Se vogliamo combattere l’immigrazione illegale la prima cosa è riaprire flussi legali, regolati, individuando criteri di selezione legati alle esigenze del mondo del lavoro e alla capacità di integrare”.

 

Quindi i decreti sicurezza vanno cancellati? “Vanno modificati profondamente. L’idea di chiudere i porti e perseguire le ong, responsabili dell’8 per cento degli sbarchi, è sciagurata e tutta strumentale alla narrazione elettorale di Salvini. Però non è che il controllo dei confini non si ponga come necessità; uno stato è sovrano, che è cosa ben diversa da ‘sovranista’, se è in grado di presidiare i suoi confini. E lo deve fare con l’Europa, ottenendo strumenti di controllo efficaci, e modificando quanto prima il trattato di Dublino. Il sollievo con cui la comunità internazionale e i mercati hanno accolto questo cambio nella politica italiana è importante e va sfruttato fino in fondo, anche per ottenere un allentamento dei vincoli finanziari a sostegno degli investimenti. Confido che Merkel e Macron capiscano che è interesse di tutta l’Unione”. Si parla già di alleanze a livello regionale fra Pd e Cinque stelle, è favorevole? “Mi sembra un po’ presto. Facciamo le cose un passo per volta. Sappiamo intanto che c’è un presidente incaricato e la ragionevole prospettiva che il nuovo governo Conte faccia cose ben diverse da quello che l’ha preceduto. Ecco, il ‘cosa si fa’ è il tema centrale. Zingaretti è stato bravo nel tenere unito il partito e nel gestire il negoziato con i Cinque stelle. Gli va riconosciuto. Dire qualche no, quando si affronta una trattativa, spesso aiuta a ottenere di più quando ci dispone, alla fine, a dire sì. Ed è evidente che la discontinuità cdi cui abbiamo bisogno è assai più legata al ‘cosa si fa’, e alla composizione della squadra, che non alla sola figura del Presidente del Consiglio. Insomma, a mio avviso il segretario si è mosso bene”.

 

Gori dunque è favorevole al nuovo governo, dal quale si attende un aiuto anche come sindaco. “I sindaci si aspettano una attenzione nuova e diversa per le città. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo fatto una gran fatica. Sarebbe utile che nella squadra di governo ci fosse una figura dedicata al rapporto con gli Enti locali, oltre che al tema dell’autonomia. Perché va detto: una cosa da evitare è che questo governo si dimentichi dell’autonomia, che qui è una istanza molto forte. Io vivo in Lombardia e al Nord non si può dire che abbiamo scherzato e non se ne fa nulla. Non parliamo ovviamente delle forzature dei governatori leghisti. Sul tavolo c’è la proposta dell’Emilia Romagna, che è seria, equilibrata e assolutamente praticabile. E allo stesso modo è tempo che ci si occupi dell’agenda urbana”. Il partito dei sindaci, dice Gori, “non esiste”, ma è fondamentale che i sindaci possano finalmente contare su “un’interlocuzione con il nuovo esecutivo riguardo alle politiche territoriali. Anche perché, concretamente, i progetti di riconversione energetica, sull’economia circolare, sulla nuova mobilità, sull’integrazione degli immigrati, sul contrasto alla povertà, dove le fai, se non nelle città? E’ da qui che bisogna partire”. Da qui, e da Rousseau.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.