Lo show del Movimento 5 Tsipras

Claudio Cerasa

Europa, spread, Nato, Russia, Parlamento. L’opposizione al salvinismo ha portato il grillismo a commissariare tratti del suo estremismo (Di Maio agli Esteri!). Perché il governo del Rinnegamento ora può disinnescare due populismi in un colpo solo

Il quotidiano tedesco Die Welt, in un editoriale dedicato ieri al nuovo governo italiano, ha scelto di definire come un fatto “sensazionale” la nascita in Europa di un esecutivo guidato da un partito che in soli ventinove giorni è passato dall’essere azionista forte di una maggioranza anti europeista all’essere azionista forte di una maggioranza europeista. “In tutta la storia d’Italia del dopoguerra ricca di colpi di scena – ha scritto Die Welt – non si era mai sentito che una coalizione tra populisti critici dell’Ue e dell’immigrazione potesse trasformarsi in un’alleanza di riformisti amici di Bruxelles”.

 

A voler osservare con occhio pigro le ragioni che hanno reso possibile questo fatto “sensazionale” ci si potrebbe limitare a dire che il merito della svolta è del nuovo partner scelto dal M5s, il Pd di Nicola Zingaretti, che ha contribuito in modo decisivo a indirizzare il galeone del governo su una rotta più lontana da Mosca e più vicina a Bruxelles. Per quanto però possa essere difficile ammetterlo occorre riconoscere che una svolta del genere non sarebbe potuta maturare senza una trasformazione sostanziale di alcuni caratteri eversivi dei 5 stelle (ragione per cui per il Pd un’alleanza con il M5s oggi ha più senso di un anno e mezzo fa) e tra i molti elementi interessanti presenti all’interno del governo del Rinnegamento quello che merita di essere seguito con attenzione riguarda la possibilità che Giuseppe Conte attivi nella vita del grillismo una sorta di effetto Tsipras. Un partito nato mandando affanculo gli avversari sulla base di un programma politico fondato sulla gogna, sulla barbarie giustizialista e sulla negazione dello stato di diritto non potrà mai essere un partito presentabile.

 

Eppure la trasformazione progressiva del nazionalismo salviniano nel principale nemico dell’interesse nazionale ha generato nelle geometrie politiche un effetto imprevisto e, un po’ per opportunismo e un po’ per realismo, ha portato il grillismo a commissariare buona parte della sua natura estremista. E’ successo quando il M5s ha scelto nel giro di sei mesi di passare dall’amore per i gilet gialli, dall’odio per Macron, dal disprezzo per Merkel all’amore per il candidato della Commissione europea sponsorizzato da Merkel, sostenuto da Macron e odiato dai gilet gialli. E’ successo quando il M5s ha scelto di non rinnovare in Europa l’alleanza con un partito con cui è stato alleato fino a tre mesi fa (l’AfD, con cui oggi è alleato Salvini) creando le condizioni per costruire un accordo al Parlamento europeo con il partito di Macron (En Marche!). E’ successo quando il M5s ha scelto di considerare l’aumento dello spread non più un’opportunità per gli investitori (tesi di Buffagni fino a un anno fa) ma come un termometro per misurare la pericolosità del salvinismo (tesi di Di Maio di due settimane fa).

 

E’ successo quando il M5s ha scelto di trasformare il Parlamento in un argine contro il populismo salviniano (il tonno si è mangiato l’apriscatole) ed è successo quando il capo politico del M5s (Di Maio) è stato costretto a tagliare i ponti con Salvini (con il quale ha tenuto aperto un canale fino al 27 agosto, nemmeno dieci giorni fa) spinto dal gruppo parlamentare del M5s (Patuanelli docet) che per una volta piuttosto che essere diretto dalla democrazia diretta (Rousseau, l’apriscatole, ha legittimato il tonno) ha avuto il merito di dirigere la democrazia diretta (arrivando al punto di non inserire nel programma di governo con il Pd, cosa che invece era stato fatto con la Lega, il progetto di abolire il principio secondo cui ogni parlamentare possa essere eletto senza vincolo di mandato). E’ successo infine quando alleandosi con il Pd il M5s ha scelto di farsi rappresentare in Europa dal conte italiano dell’europeismo (Paolo Gentiloni) ed è successo quando dovendo creare discontinuità con il governo passato è stato costretto a rivendicare la propria fedeltà sia all’euro sia al Patto atlantico (lo ha detto Conte ricevendo l’incarico per formare il governo).

 

All’interno di queste conversioni e se vogliamo convulsioni ci sono poi altre due questioni non sufficientemente valorizzate da molti osservatori. La prima questione è che il M5s ha accettato di fare un governo con un partito (il Pd) che al primo punto del suo negoziato con il suo possibile alleato (il M5s) ha chiesto “pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa” e per un movimento nato per “superare la democrazia rappresentativa” (sono parole di Casaleggio) negoziare su questo punto significa negoziare sulla sua identità (nel governo precedente, il ministro dei Rapporti con il Parlamento, aveva la delega alla democrazia diretta, nel nuovo governo nessun ministro ha la delega alla democrazia diretta). La seconda questione è che il M5s accettando di parcheggiare il suo capo politico alla Farnesina ha creato le condizioni giuste per intrappolare un altro estremismo grillino (quello in politica estera) dentro la camicia di forza della diplomazia e non occorre essere scienziati della politica per capire che il punto cruciale dell’avere Di Maio ministro degli Esteri non è il dramma dell’inglese che non conosce e della geografia che ignora ma è l’occasione straordinaria di allontanare il primo partito del Parlamento dalle scemenze dei gilet gialli, dalle follie di Maduro, dalle alleanze con i nazi rock europei. Il governo del Rinnegamento potrà avere molti difetti (e i principali sono legati a due ministeri in cui l’estremismo grillino rischia di fare danni grossi in Italia: Giustizia e Ambiente) ma ha un’opportunità che in troppi fingono di non vedere: trasformare l’Europa in un buon vaccino non solo per curare l’economia italiana ma anche per curare due forme di estremismo che hanno tenuto in ostaggio il paese per quattordici mesi: la follia nazionalista della Lega e la pazzia anti sistema del grillismo. Il programma è vasto, come si dice, ma qualcosa sta cambiando e riconoscerlo non è un giudizio: è semplicemente un fatto. E a suo modo, sì: è anche sensazionale.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.