Buon inizio per il governo del rinnegamento

Claudio Cerasa

Un compromesso strategico, non storico. Il BisConte rinuncia al dream team ma non alla giusta causa per cui è nato: abbandonare i balconi, abbracciare l’Europa, cancellare gli orrori gialloverdi. I rischi e i moltissimi slurp

Nel suo primo giorno di vita, il governo sbagliato nato per una causa giusta non tradisce le sue magnifiche premesse e si presenta di fronte al paese mostrando un profilo bolitico, come direbbe il presidente del Consiglio, che è lo specchio perfetto di tutti i rischi e di tutte le opportunità presenti all’interno dello spassoso BisConte. I rischi sono quelli che sappiamo (si istituzionalizzerà il M5s o si andrà a grillizzare il Pd?) e naturalmente non è da escludere che il Gonde bis possa in qualche modo rafforzare, e non disinnescare, il bipolarismo populista, ricreando in futuro una pazza polarizzazione tra un partito populista che presidia lo spazio dell’opposizione (la Lega) e uno populista che presidia lo spazio del governo (il M5s). Il rischio c’è, la squadra del governo, per parafrasare un noto tormentone estivo, va bene ma non benissimo (c’è Alfonso Bonafede alla Giustizia, il ministro che ha abolito la prescrizione e che faceva a gara con Matteo Salvini a chi si travestiva meglio). Eppure se si sceglie di mettere da parte la chiave suggerita diciamo autorevolmente ieri da Massimo D’Alema sulle pagine del Corriere (sintesi: finalmente il Pd fa il suo bel compromesso storico con il M5s) e si sceglie di entrare in una logica del tutto diversa (il compromesso c’è ma è stoico, più che storico, ed è tattico, più che strategico) si capirà bene che all’interno del governo del Rinnegamento ciò che risalta maggiormente ha a che fare più con la parola opportunità che con la parola rischio.

 

L’opportunità non è quella di grillizzare finalmente il Pd (schema dalemiano, con qualche Speranza di riuscita, ridiciamo) ma è trasformare le discontinuità con il passato in qualcosa in più di un allegro specchietto per le allodole. La discontinuità più importante, come abbiamo scritto in questi giorni, è ovviamente sull’Europa. E la presenza al governo di un ministro dell’Economia molto politico come Roberto Gualtieri (che proprio dall’Europa arriva, dove andrà a triangolare con il prossimo e ottimo commissario Paolo Gentiloni), sommata alla scelta di affidare il ministero per gli Affari europei (precedentemente occupato dal cigno nero di Paolo Savona) non ad Alessandro Di Battista (che resta comunque un ottimo romanziere) ma a Enzo Amendola (europeista “de fero”) segnano una oggettiva discontinuità con il passato: sull’Europa non si scherza, sulla cornice non si gioca, sulle coordinate internazionali niente boiate (e la discontinuità è anche al ministero della Difesa dove l’ex numero uno del Copasir, Lorenzo Guerini, ha preso il posto della poco amata, soprattutto dalla Nato, ministra Elisabetta Trenta).

 

Ma per quanto possa sembrare bizzarro, una certezza di discontinuità con il passato rispetto al tema della collocazione dell’Italia nel mondo è rappresentata anche dalla decisione di affidare a Luigi Di Maio il ruolo di ministro degli Esteri: quale occasione migliore per costringere il partito di maggioranza del Parlamento a mettere da parte il madurismo, a ripiegare nei propri cassetti i gilet gialli e a scrivere un’altra pagina del romanzo del tonno che si mangia l’apriscatole? La discontinuità sull’Europa è forte, è centrale ed è il filo conduttore del compromesso tattico costruito dal Pd e dal M5s contro i tronisti dell’antieuropeismo.

 

Ma la squadra di governo presenta anche un’altra novità mica male che ha a che fare con uno dei fallimenti messi in campo dal governo precedente: la gestione dei quattrini. La certezza che questo governo farà le sue manovre senza pensare a un ritorno alla lira è la ragione per cui gli investitori osservano con ottimismo il governo del Rinnegamento (lo spread è sceso a quota 149, ai livelli del 4 marzo 2018). Ma nella geografia del nuovo governo c’è qualcosa in più che coincide con una scelta saggia e forse inevitabile del grillismo: costruire un governo rinunciando sostanzialmente non solo ai balconi (lo spread oggi è il miglior amico di Rousseau) ma anche al portafoglio. Il passaggio di consegne al ministero delle Infrastrutture da Danilo Toninelli (ci mancherà) a Paola De Micheli (suggeriamo a Lione di regalarle la cittadinanza onoraria) non è solo un atto formale ma è un atto sostanziale: il governo precedente era caduto perché il grillismo aveva scelto di mettere l’ideologia della decrescita su un piedistallo più importante rispetto all’ideologia della crescita e il governo che nasce sceglie (saggiamente) di non affidare al grillismo il ministero al centro del quale era maturata la crisi del governo precedente. Vale per il caso De Micheli, vale per il caso della Sanità (da Giulia Grillo, del M5s, a Roberto Speranza, leader della sinistra a sinistra del Pd) ma vale anche per il caso della Difesa (che ogni anno gestisce un budget tra i 23 e i 24 miliardi di euro). Il cambio di colore alla Difesa e alle Infrastrutture (sommato alla presenza al ministero dell’Interno di un tecnico, il prefetto Lamorgese, che a differenza del ministro precedente non è un leader politico e non ha nemmeno Twitter, gulp!) segna un’altra discontinuità inevitabile anche sul tema dei porti aperti: la Guardia costiera dipende dal ministero delle Infrastrutture (Pd), la Marina militare dipende dalla Difesa (Pd), la Guardia di finanza dipende dal Mef (Pd). Sarà il Pd, dunque, ad avere la responsabilità politica sul tema dell’immigrazione (auguri) e sarà il Pd a decidere se la discontinuità con Salvini dovrà seguire più il modello Saviano (i confini non ci sono, venite tutti) o il modello Minniti (porti aperti, confini certi).

 

Non c’è discontinuità alla Giustizia (i danni sono stati già fatti e fare peggio di quello che è stato fatto nell’anno precedente con l’aiuto di Salvini sarà dura ma ci si può provare). Non c’è discontinuità al Lavoro (dove i danni sono già stati fatti). Non c’è discontinuità al Mise (dove il ministro Patuanelli avrà però la possibilità di occuparsi più delle crisi aziendali e meno degli amici della Casaleggio Associati). Non c’è nessun dream team (anche se Roberto Gualtieri è un ministro da dream team). Ma in questo governo c’è quello che conta: cancellare i quattordici mesi del governo più pericoloso mai avuto dall’Italia dal Dopoguerra a oggi affidandosi all’Europa, ridando un briciolo di affidabilità al nostro paese attraverso il commissariamento di alcuni tratti del grillismo, facendo tornare a essere l’isolamento della terza economia dell’Europa un vizio e non più una virtù (bacioni a Orbán) e utilizzando i balconi solo per esporre i fiori (e non ministri). Non è un programma da sogno, ma è un programma giusto e di questi tempi ci si può accontentare e forse persino festeggiare.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.