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Il Partito della Leopolda guarda con sospetto il Conte bis

Matteo Renzi mette qualcuno dei suoi al governo (Guerini, Bellanova) ma si tiene le mani libere per ottobre

4 Settembre 2019 alle 20:51

Il Partito della Leopolda guarda con sospetto il Conte bis

foto LaPresse

Roma. A Matteo Renzi il nuovo governo non piace molto, pensa che durerà pochi mesi e si prepara, nel caso, a costituire i suoi gruppi parlamentari autonomi dal Pd, che potrebbero anche essere lanciati alla prossima Leopolda, a ottobre. I renziani tuttavia non mancano nel Conte 2. Analizzare la squadra del nuovo esecutivo Pd-Cinque stelle, prendendola dal punto di vista del Pd (nove ministri in totale), è utile perché aiuta a capire anche gli equilibri nel partito guidato dal segretario Nicola Zingaretti ma condizionato pesantemente dal fattore R (Renzi) e dal fattore F (Dario Franceschini). Il renziano più alto in grado è il neoministro della Difesa Lorenzo Guerini, che in Parlamento guida insieme a Luca Lotti la corrente renziana più numerosa, Base Riformista, che conta tra i 70 e gli 80 fra deputati e senatori. Guerini, mediatore per definizione, nelle ultime settimane ha lavorato insieme ad altri alla trattativa con i Cinque stelle con l’obiettivo di un governo di legislatura. Per questo si è parlato, all’inizio del totoministri, di un suo possibile incarico come ministro per i Rapporti con il Parlamento. Alle Pari opportunità e famiglia va Elena Bonetti, professore associato di Analisi matematica all’Università di Milano, un passato come capo scout nell’Agesci, renziana col turbo, membro della Direzione nazionale del Pd; nel 2014 ha firmato un appello insieme a don Gallo per chiedere allo stato di riconoscere le unioni gay e alla chiesa di rivedere le proprie posizioni “perché tutti abbiamo il diritto di amare e di essere amati”. Alle Politiche agricole c’è un’altra renziana, molto amata dall’ex segretario del Pd e dalla base leopoldina, Teresa Bellanova.

 

Già sottosegretario al Lavoro nel governo Renzi e poi promossa a viceministro dello Sviluppo economico, a luglio in un’intervista al Foglio Bellanova aveva definito l’ipotesi di alleanza Pd-Cinque stelle “chiacchiericcio”. “Che senso ha parlare di alleanza con il M5s? Stiamo in Parlamento per fare una opposizione di merito a un governo che non è solo inadeguato, ma incapace e pericoloso. Quindi l’alleanza con il M5s non esiste. Lega e Cinque stelle sono la stessa cosa. Sono il governo”. Qualcosa è cambiato, come si vede, non solo per lei ma per parecchi del Pd. Tra i diversamente renziani (come tutta la corrente dei Giovani turchi guidata da Matteo Orfini) c’è Roberto Gualtieri, vicedirettore dell’Istituto Gramsci, presidente della Commissione Affari economici al Parlamento europeo, storico alla Università La Sapienza e ora ministro dell’Economia al posto di Giovanni Tria.

 

Della maggioranza zingarettiana invece fanno parte Dario Franceschini, che torna a fare il ministro dei Beni culturali e ad agosto era stato il primo a dare il via libera al dialogo Pd-Cinque stelle, anticipando di fatto il canovaccio anti-salviniano; Paola De Micheli, già lettiana, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri nel 2017 nel governo di Paolo Gentiloni e oggi ministro dei Trasporti; Giuseppe Provenzano, appena nominato ministro del Sud, responsabile Lavoro del Pd e vicedirettore dello Svimez (di cui ci occupiamo nell’inserto a pagina I); Enzo Amendola, ministro agli Affari europei, già responsabile Esteri del Pd nella seconda segreteria Renzi e oggi con Zingaretti. A chiudere Francesco Boccia, che guiderà gli Affari regionali e le autonomie. Nel marzo 2018, parlando con il Foglio, aveva suggerito al gruppo dirigente del Pd di dare l’appoggio esterno a un governo a guida Di Maio. “La comunità del Pd sta più avanti di noi, tant’è che una parte ci ha lasciato e ha già votato M5s”. La profezia si è realizzata in parte. Il Pd governa con i Cinque stelle, il presidente del Consiglio è Conte e Luigi Di Maio è all’estero. Più o meno. E l’appoggio esterno al nuovo governo potrebbe darlo Renzi. Magari con il PdL, il Partito della Leopolda.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    05 Settembre 2019 - 11:08

    Caro Cerasa, fossi in Renzi aspetterei di fare la guerra al nuovo governo e sbandierare la Leopolda. I cosiddetti esperti di politica interna, con l'imperversare dei retroscenisti, come manca tanto il "pastone" della politica a sostituire le tante paginate di oggi, lo indicando con protagonista delle vicende politiche, un ritorno per lui. Adesso si tratta di valutare cosa farà questo governo che deve avere una sola priorità: il rilancio economico dell'Italia e tutto quello che ne consegue.

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