L'odio che vuole cancellare i due capolavori di Renzi

Giuliano Ferrara

Un governo sventato, un altro realizzato. Mieli e l’autogol di chi non riconosce che cos’è una leadership

Dicevamo ieri che nel bordello si fanno marchette, ma qualcuno ha preso la cosa troppo alla lettera. L’amico Paolo Mieli in un editoriale fin troppo autorevole è uscito dalla clandestinità e ha deciso che questa svolta in atto (forse, se vince il “no” su Rousseau ritiro l’articolo, c’è accordo con Cerasa) è un capolavoro di Nicola Zingaretti. Avete letto bene: un capolavoro di Zingaretti. Ora io non ho nulla contro il segretario del Pd e me ne fotto della logica correntizia febbrilmente in azione in quel partito, ma disconoscere così platealmente la parte giocata da Matteo Renzi nella faccenda ha qualcosa di surreale se non di grottesco (ma che gli ha fatto Renzi a questi amici terzisti? gli ha attaccato il filo elettrico ai capezzoli? gli ha spento le cicche sulla pelle? li ha sottoposti a waterboarding?). 

 

Renzi, da sempre candidato all’odio, e per questo a me simpatico, di capolavori ne ha fatti due, in verità, e Zingaretti deve farne di strada per eguagliarlo, il che non toglie che il segretario attuale abbia svolto bene il compito di fare una marchetta nel bordello. Il primo fu di impedire che i perdenti alle elezioni del 4 marzo si accodassero quatti quatti, e umiliati, al carro del vincitore con il 32 per cento, il gruppone grillozzo esaltato dalla vittoria. Bastò un’intervista da Fazio, e la cosa turpe non si fece, anche grazie alla deterrenza dei parlamentari di vecchia scuola renziana (che Dio ce li conservi). Tra un popcorn e l’altro, e una bella campagna antisalviniana (grazie a tutti, e braccialetti per tutti della stessa eleganza di quelli dell’onorevole senatore ex Truce) si vide come stavano le cose. Ora, con gli elevatissimi grillozzi allo sbando, e un energumeno a torso nudo che minacciava il voto chiedendo ai parlamentari di alzare il culo per garantire la sua marcia trionfale verso i pieni poteri, è stato Renzi, con scelta dei tempi e degli argomenti perfetta, a impedire che si formasse il varco al plebiscito viminalizio extraeuro, e a legittimare secondo ragionevolezza quello che ieri era stato da lui giustamente delegittimato, l’accordo con i 5ss. Things change.

 

E’ vero quel che aggiunge Mieli al suo bislacco “dimenticare Matteo”. Calenda è applaudito quando rileva legittimamente ma moralisticamente l’assurdo di un incontro con Carlo Sibilia e Danilo Toninelli, e vorrei vedere: che in un bordello si facciano marchette, e solo marchette, è una verità politica per palati fini, non per degustatori di tortellini in genuina estasi davanti alla pietanza fumigante della purezza ideologica. E che una marchetta ben fatta possa evitare l’infarto democratico e magari chissà, da cosa nasce cosa e la Fortuna o il tempo il tutto governa, anche questo non è roba per sciami plaudenti di sbandieratori di princìpi e coerenze. 

 

Ma per venire a altro argomento mielista, che occhieggia alla destra plebiscitaria (questa volta): di regola, la sinistra non va al governo tramite elezioni. Un esperto di storia contemporanea, quando allude all’incapacità della sinistra di vincere le elezioni (relativa, ci sono eccezioni da lui riconosciute), non dovrebbe dimenticare che in venti anni di fascismo non si è votato e in cinquanta dei settanta anni di Repubblica era in vigore la Guerra fredda, periodo nel quale i comunisti togliattiani, che avevano fatto la svolta badogliana fregandosene dei degustatori di tortellini (allora armatissimi, peraltro), preferirono, diciamo così, la guerra per l’egemonia alla battaglia per il governo (impossibile per note vicende svoltesi nella penisola di Yalta).

 

Ora io non dico che Renzi è come Togliatti, sono mica scemo. Nel male e nel bene, non lo è. Ma ha esercitato la leadership, una funzione di guida politica, detto in italiano, ciò che compete a chi ha così alte ambizioni. Credo che Mieli abbia voluto dribblare, con l’esquive, la finta, tra votisti e svoltisti, l’ultima incarnazione Coppi e Bartali della discuzzione all’italiana. E ha fatto bene, bisogna pure che qualcuno sia prudente e inamidato. Ma adulare il genio tattico di Zingaretti e dimenticare o censurare anche la memoria, dannata, del modesto ma utile talento politico di Renzi, questo, dopo il dribbling riuscito, è una specie di autogol. 

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.