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Dall’Istituto Gramsci al Fiscal Compact. La lunga marcia di Gualtieri

Politico, non tecnico. Il ministro dell’Economia sa come si sta seduti in Europa. Pagherà in flessibilità

5 Settembre 2019 alle 06:08

Dall’Istituto Gramsci al Fiscal Compact. La lunga marcia di Gualtieri

foto LaPresse

Roma. No, non è un economista, ma uno storico. Non è un tecnico, ma un politico competente. Senza scomodare Max Weber, va detto subito che Roberto Gualtieri ministro dell’Economia, piace a Christine Lagarde, anche lei una politica competente. La prossima presidente della Banca centrale europea ieri gli ha reso “omaggio” pubblicamente durante la sua audizione alla commissione Affari economici del Parlamento europeo che proprio Gualtieri presiede, “per il lavoro svolto su mercato dei capitali. Anche se il lavoro non è finito”. Madame Lagarde conosce il galateo politico-istituzionale, quindi ha evitato di riferirsi direttamente al nuovo governo in formazione a Roma.

  

I sovranisti salviniani dicono già che Gualtieri non è il ministro della Repubblica italiana, ma del superstato europeo (e ciò vale per l’intero Conte bis). Dicano pure, perché in questo momento è più che mai importante che a Bruxelles e a Francoforte l’Italia abbia amici, alleati e, se possibile, estimatori. Il neo ministro non è un uomo per tutte le stagioni, è stato scelto per questa stagione tempestosa durante la quale l’Italia deve smaltire la sbornia nazional-populista, sia pure con un governo bizzarro che ingloba anche i populisti, o almeno la parte non sovranista. Barocchismi italiani? Piuttosto contraddizioni della politica che non smette mai di stupire, basti guardare a quel che accade a Westminster.

 

Romano, 53 anni, con la passione per la chitarra, Gualtieri è professore associato di Storia contemporanea alla Sapienza, ha scritto libri e saggi sulla storia italiana e internazionale del secolo scorso, è vicedirettore dell’Istituto Gramsci. Proveniente dalla segreteria romana dei Democratici di sinistra nel 2006 è stato uno dei tre relatori che al convegno di Orvieto dove ha preso le mosse il Partito democratico. Eletto eurodeputato nel 2009, non ha fatto mancare la sua attiva partecipazione, anche a livelli di responsabilità, ai processi che negli ultimi dieci anni hanno accompagnato il travaglio e la crisi dell’Unione così come gli europeisti l’aveva sognata e l’avrebbero voluta. Lui non si è risparmiato, tanto che nel 2016 è stato giudicato uno degli otto parlamentari più influenti del Parlamento europeo.

 

Durante il suo primo mandato, Gualtieri, con Elmar Brok, Guy Verhofstadt e Daniel Cohn-Bendit, ha negoziato a nome del Parlamento europeo il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria, il cosiddetto Fiscal Compact. Un’esperienza cruciale, perché proprio questo è il compito più delicato che dovrà svolgere adesso in rappresentanza dell’Italia e dei suoi interessi.

 

Tutti si chiedono che cosa farà per evitare l’aumento dell’Iva o per realizzare la promessa di ridurre le imposte sul lavoro, alternativa giallorossa alla flat tax gialloverde (in realtà più verde che gialla come abbiamo visto). Riuscirà a realizzare, come dice l’accordo di programma, una politica espansiva mantenendo in equilibrio le finanze pubbliche (operazione davvero da funambulo dei conti)? Potrà far partire quegli investimenti che Giovanni Tria non è riuscito a sbloccare, nonostante le sue intenzioni? Tutte domande finora senza risposta. E ogni dubbio è più che legittimo. Ma la vera sfida per il prossimo governo italiano è giocare le proprie carte nella grande partita europea, la cui posta è la riforma della governance nella zona euro e nell’intera Unione.

 

Da quel che ha detto anche ieri Madame Lagarde (i paesi che hanno margini di espansione fiscale li usino), da quel che ha lasciato capire Ursula von der Leyen, dalle indiscrezioni sul dibattito che si è aperto attorno alla revisione, o aggiustamento che sia, del Fiscal Compact, sembra capire che la prossima legislatura europea entra in un’era di flessibilità, dove al primato delle regole si sostituisce quello della politica (e questo vale per la stessa banca centrale). Se significa che prevarrà il mercato delle vacche sarà un disastro, se invece vuol dire che l’Unione europea farà valere il giudizio sostanziale su quello meramente formale, cioè il giudizio che tiene conto delle condizioni concrete, degli equilibro sociali, delle specificità storiche, ebbene si apriranno spazi nuovi anche per l’iniziativa italiana. Bisogna sempre “fare i compiti a casa”, per dirla con una espressione in voga nell’èra del formalismo dogmatico, ma il tema oggi è la crescita, cioè come uscire da una stabilità fittizia che rischia di coincidere con la stagnazione secolare. Se l’Italia ha filo, ebbene che Gualtieri tessa come meglio può.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    05 Settembre 2019 - 20:39

    Caro Cerasa, a volte "Il Foglio" non l'ho capisco. Commenti innocui ho visto che non vengono inseriti. Personalmente a questo ministero avrei gradito un tecnico, magari la conferma di Tria. Gualtieri è un politico: adesso lo giudicheremo dalle sue azioni, visto che il rilancio economico è prioritario per questo governo.

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  • joepelikan

    05 Settembre 2019 - 20:32

    Il comunismo viene spesso associato all'invidia, il capitalismo all'avidità. In realtà il capitalista accetta di poter essere povero e di non poter dare la colpa al sistema. Il comunista no, pretende di potersi prendere le ricchezze altrui. Per questo chi è comunista lo è spesso perché di natura avida e invidosa e, per questo,.chi nasce comunista e poi cambia idea perché le circostanze sono cambiate è, quasi sempre, un venduto.

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  • verypeoplista

    verypeoplista

    05 Settembre 2019 - 18:24

    "La lunga marcia": Gualtieri epico? Suvvia non esageri, basterebbe il Fiscal Compact per dire che di epico il buon Gualtieri non ha nulla anzi: infatti la "variabile indipendente" in economia non funziona (i parametri target ), ciò ha già dato cattiva prova di se negli anni 70 in Italia (questa è"Storia contemporanea"sicuramente la conosce il nuovo ministro). Quindi la strada Da Gramsci al Fiscal Compact non è tutta rosa(pardon rossa) e fiori: pertanto per ora direi solo rossa e senza fiori:spero per l'Italia che arrivino questi fiori ovvero se son rose fioriranno.A scanso di equivoci il Fiscal compact ovvero i presupposti di cui sopra dovrà essere rivisto ma non solo per l'Italia ma per gli altri facenti parte della UE(i furbi inglesi infatti non l'hanno accettata)e il "sovranismo"non c'entra nulla:un buon viatico percorrere questa strada di revisione insieme agli altri colleghi europei per il Gualtieri:sarà attivista di ciò o aspetterà gli altri per poi dire si?Ne vedremo la pasta .

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  • Giovanni Attinà

    05 Settembre 2019 - 12:01

    Diciamo la verità: a questo ministero avrebbe dovuto esserci un tecnico, non certo un politico. A questo punto avrebbe dovuto esservi la conferma di Tria. In ogni caso vediamo questo esperto alla scuola del fiscal compact cosa proporrà per sollevare le sorti economiche dell'Italia.

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