La storia dei programmi del passato ci ricorda che i programmi migliori sono quelli che non ci sono

Marianna Rizzini

Perché i punti della bozza di lavoro del governo rossogiallo stridono con la realtà

Roma. Chiamala se vuoi (com’è stata chiamata) “bozza di lavoro”. Fatto sta che la bozza di lavoro, anche detta “programma”, era il canovaccio attorno a cui già si arrovellavano i promessi sposi del governo rossogiallo a un giorno dall’avvio. Non c’è stata soltanto la frase (poi emendata nella versione finale) che ha fatto sorridere più di un abitante della città eterna governata da Virginia Raggi, al punto numero 26 della prima versione del programma di governo Pd-Cinque stelle: “Il governo dovrà collaborare per rendere Roma una capitale sempre più attraente…”. Né c’è soltanto, oggi, il dubbio (certezza?) che il programma sarà pur sempre brandito come arma di dissuasione, persuasione e ricatto, ma non per forza sarà alla lettera applicato, con buona pace di Luigi Di Maio che martedì sera, presentandosi ai cronisti dopo la conclusione dell’accordo di governo, insisteva sui punti su cui aveva “alzato la voce”: “Saremo promotori di tutte le idee previste nel programma di governo”, diceva, “saremo anche controllori, lo abbiamo già fatto nel precedente governo” (e si è visto con quali risultati), e sempre attorno al programma l’ex vicepremier si inerpicava in una spericolata auto-lode dei Cinque stelle “ago della bilancia” e “garanti di stabilità”, roba quasi quasi da Prima Repubblica.

 

E però chi ha esperienza di Prima e Seconda Repubblica, non a caso, descrive scenari in cui, dice Paolo Cirino Pomicino, più volte ministro ai tempi di Giulio Andreotti e Ciriaco De Mita, e a lungo parlamentare, “il programma lo stilava il presidente del Consiglio dopo aver ascoltato i partiti, e dopo aver preso appunti, e non era certo un mero esecutore. Non solo: il programma indicava le grandi linee, poi c’era il Parlamento”. E Clemente Mastella, ministro (poi dimessosi) nel governo Prodi II, governo preceduto dal famoso programma-monstre (281 pagine), dice che la “staticità” del programma non è garanzia di futura applicazione delle ricette in esso contenute, e che, sulla base dell’esperienza, l’impressione è che “più punti si mettono in lista, meno si realizza”. E però sono giorni, questi, in cui i nuovi contraenti dell’alleanza governativa si aggrappano al programma in cui si scrive di voler perseguire (magicamente?) “una politica economica espansiva”, senza “mettere a rischio” l’equilibrio di finanza pubblica” e “neutralizzare l’aumento dell’Iva” e “sostenere le famiglie e i disabili” e “deburocratizzare” e “semplificare” (e c’è chi fa malignamente notare che Andreotti piuttosto diceva “meglio tirare a campare…”). E ancora: ridurre le tasse sul lavoro, individuare una retribuzione giusta ma “garantendo le tutele massime a beneficio dei lavoratori”, “recepire le direttive europee sul congedo di paternità obbligatoria”, e poi occuparsi dell’ambiente con un “green new deal”, e dei diritti della persona e delle diseguaglianze e del conflitto di interessi.

 

E sembra lì per lì agli astanti tutto bello e tutto magnifico, ma anche tutto pericolosamente simile ai giorni in cui Prodi, appunto, compariva in pubblico con la sicurezza ieratica di chi dice “io ho il programma” (e purtroppo però il programma non evitò il peggio), ma sembra anche tutto non così dissimile da quando Pierluigi Bersani, nel 2013, speranzoso, presentava gli otto punti programmatici per un “governo del cambiamento” a cui mai i Cinque stelle d’antan acconsentirono. E c’è addirittura chi, nei Palazzi, come monito, ricorda i tempi dei governi Berlusconi, quando i programmi economici di Giulio Tremonti promettevano di ribaltare un’Italia poi non ribaltata, e anche i tempi in cui a sinistra si sperava in Sergio Cofferati, che sognava un “ufficio di programma” con i movimenti. Andò (per tutti) come andò, e adesso anche chi pareva più incline a un modello di premiership del tipo “il programma sono io”, come Matteo Renzi, si ritrova davanti – capriccio della nemesi – ben 29 punti di programma per così dire condiviso.

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.