Il male Bonafede

Sergio Soave

La conferma del ministro di Giustizia e l’assenza di richieste garantiste sono un cedimento del Pd. Strutturale

Roma. La conferma di Alfonso Bonafede al ministero della Giustizia non è mai stata messa in discussione nel corso delle trattative per la costituzione del secondo governo di Giuseppe Conte. L’atteggiamento iper giustizialista dell’ammiratore di Pierrcamillo Davigo non ha trovato resistenze nel Pd, che non si è neppure impegnato a definire un programma per la Giustizia meno generico di quello contenuto all’articolo 12 della bozza concordata: “Occorre ridurre drasticamente i tempi della giustizia civile, penale e tributaria e riformare il metodo di elezione dei membri del Consiglio superiore della magistratura”. Il primo argomento, quello dei tempi della giustizia, è propedeutico all’entrata in vigore della norma capestro che abolisce la prescrizione dopo il primo grado, che entrerà in vigore all’inizio dell’anno prossimo solo congiuntamente a questa riforma, il secondo è conseguenza del terremoto che ha costretto alle dimissioni alcuni membri togati del Csm accusati di aver concordato con soggetti esterni le nomine nelle procure e nei tribunali. Si tratta dunque del minimo indispensabile, come se la giustizia in Italia funzionasse benissimo e lo farà ancora meglio una volta che, con l’abolizione della prescrizione, la dittatura delle procure sarà ancor meno contenibile. Naturalmente nemmeno una parola sulla limitazione delle intercettazioni e ancora meno sulla situazione carceraria indegna di un paese civile

 

Forse anche a questo si può far risalire la rinuncia a entrare nel governo dell’ex Guardasigilli Andrea Orlando, che aveva costruito una riforma carceraria evoluta, che poi i Cinque stelle avevano cassato definendola sprezzantemente, insieme ai leghisti, “svuotacarceri”. Anche la decisione finale dei Radicali, impegnati in tutte le battaglie garantiste, di non partecipare alla nuova maggioranza ha la stessa radice, oltre probabilmente agli strascichi della campagna dei Cinque stelle per far chiudere Radio Radicale (altro tema sul quale non si sa se ci sia o no un’intesa tra M5s e Partito democratico).

 

Al di là di qualche resistenza individuale, il cedimento del Pd all’ondata giustizialista dei Cinque stelle, della quale Bonafede è il principale propugnatore, è completo e strutturale. Eppure la difesa degli “indagati” che secondo i Cinque stelle avrebbero l’obbligo di abbandonare qualsiasi carica prima persino di un rinvio a giudizio, era stato uno dei punti di frizione più aspri tra i due partiti. Ora Luigi Di Maio può annunciare trionfante che nel governo non ci sarà nessun inquisito, con l’aria di voler sottolineare una specie di vittoria nei confronti del Pd, vittoria che non c’è stata perché la partita non è stata giocata, per abbandono di campo degli “avversari”.

 

Il fatto da valutare attentamente è che il giustizialismo diventerà un asse condiviso della politica del governo rossogiallo, non solo perché era un prezzo da pagare al M5s, ma perché una coalizione che nasce “contro” un avversario, in questo caso Matteo Salvini, che gode di un vasto consenso elettorale, non può escludere di avvalersi, prima o poi, della demonizzazione giudiziaria per toglierlo di mezzo, come già si fece con Silvio Berlusconi. In fondo ci sono altri episodi simili a quello della Diciotti, c’è l’intrico delle conversazioni moscovite, c’è la questione confusa del finanziamento della Lega, tutti argomenti sui quali qualche procura può aprire fascicoli, e non si sa mai come può andare a finire: questa volta Salvini non potrebbe contare su una maggioranza parlamentare che respinga le richieste degli inquirenti.

 

Si tratta solo di congetture o di insinuazioni malevole; ma è invece indubbio che il tema della giustizia è stato tacitamente dato in appalto ai Cinque stelle, non solo per la conferma del ministro in carica, ma per l’assenza di proposte o di richieste di correzione anche minima della linea finora seguita (con la complicità della Lega che ora rischia di pagarne le conseguenze). Un governo che si prefigge di migliorare le condizioni degli italiani dovrebbe lavorare intensamente per riequilibrare il sistema giudiziario, per garantire un effettivo diritto alla difesa, per evitare incursioni delle procure in campi che non competono loro, per evitare che gli investitori siano scoraggiati per le lungaggini e le storture del sistema giudiziario che rendono sostanzialmente inesigibili i crediti. Ma non sarà questo governo a occuparsene e forse nemmeno quello successivo, come accade ormai da un quarto di secolo.

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