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Milano e lo schema tedesco

L’Italia non si può permettere i sussidi diretti alle imprese. Ma con le banche si è creato l’imbuto

2 Aprile 2020 alle 10:44

Milano e lo schema tedesco

Un deserto Corso Vittorio Emanuele a Milano (foto LaPresse)

"Regolamento federale sugli aiuti di piccola taglia 2020". E’ il nome del provvedimento con cui la Germania ha approvato il 24 marzo un sistema di sussidi diretto alle imprese, per un totale di 50 dei 550 miliardi stanziati per affrontare l’emergenza coronavirus. Questo schema, seguito anche da Danimarca e Francia, sebbene per importi molto più contenuti, prevede che lo stato possa erogare liquidità direttamente alle aziende, saltando l’intermediazione delle banche e fa parte del “Temporary Framework” varato il 19 marzo dalla Commissione europea in deroga momentanea al divieto di aiuti di stato. Tale misura, che non esclude tutti gli altri canali per far arrivare liquidità all’economia in questa fase di emergenza, prevede che i governi possano accreditare direttamente sui conti correnti delle aziende “un piccolo aiuto”, appunto, che va da un minimo di 10 mila fino a un massimo di 800 mila euro, che è il limite fissato dalla Commissione.

 

Che cosa sta succedendo, invece, in Lombardia, la locomotiva industriale di Italia e allo stesso tempo la regione più colpita dall’emergenza, con oltre il 60 per cento delle produzioni ferme da più di un mese? “Nulla di tutto questo – dice Nicola Spadafora – presidente di Confapi-Milano – il nostro centro studi ha approfondito lo schema tedesco visto che in Italia neanche se ne parla e abbiamo scoperto che dopo pochi giorni che l’intervento era stato approvato dal governo, le imprese avevano già ricevuto i bonifici, per l’esattezza il 27 marzo”. Dunque, l’industria tedesca, con cui il sistema produttivo lombardo ha una forte interconnessione, ha già ricevuto una prima boccata d’ossigeno e continuerà ad averne per i prossimi quattro mesi. “L’Europa ha fatto un passo importante eliminando il divieto per gli aiuti di stato – continua Spadafora – ma l’Italia ha preferito concentrarsi su altri strumenti come il fondo centrale di garanzia e la cassa integrazione, che, per carità, sono importantissimi, ma non risolvono il problema dell’urgente bisogno di liquidità che hanno le piccole imprese che non incassano da settimane. Ogni giorno mi chiamano centinaia di associati dalla provincia di Milano per dirmi che non hanno tempo per andare in banca e affrontare nuove procedure burocratiche, mentre hanno bisogno di liquidità subito, tra 10 giorni potrebbe essere troppo tardi”.

 

Ma perché altri stati altri stati hanno scelto la strada del sussidio diretto e l’Italia l’ha scartata? Il governo Conte ha scelto di rafforzare il fondo centrale di garanzia con uno stanziamento aggiuntivo di 1,5 miliardi – su 25 finora stanziati dal decreto Cura Italia in deroga al patto di stabilità. Scelta comprensibile se si considera lo scarso margine di manovra di cui dispone un paese indebitato come l’Italia rispetto alla ricca Germania: con la coperta corta si è cercato di utilizzare strumenti in grado di massimizzare i benefici e l’attuale dotazione finanziaria del Fondo – oltre 4 miliardi – è sufficiente per generare prestiti per qualche decina di miliardi grazie al meccanismo della leva finanziaria. Confindustria, che pure ha condiviso quest’orientamento, spinge per mettere ancora più soldi sulle garanzie (Marco Bonometti, presidente della Federazione regionale ha chiesto il 100 per cento di copertura statale) in modo che le banche possano erogare prestiti fino a 30 anni e alleggerire il peso del sovra-indebitamento per le imprese. A questo si aggiunge la possibilità – sempre prevista dai decreti del governo – di chiedere la sospensione dei finanziamenti già in corso fino al 30 settembre per imprese e famiglie colpite dall’emergenza e l’accordo appena sottoscritto tra Abi e forze sociali per erogare la Cassa integrazione ai lavoratori attraverso il canale bancario. Ma tutto questo basterà per evitare il collasso del sistema produttivo? “I tempi per ottenere credito dalle banche sono troppo lunghi – dice Andrea Bianchi di Confartigianato Lombardia – I tre quarti dei nostri 55 mila associati ha dovuto chiudere l’attività per il blocco. A fronte di zero entrate, devono sostenere i costi di funzionamento, che non sono solo quello del lavoro. Ma quando si rivolgono alle banche capita che le pratiche si blocchino perché gli istituti non riescono a smaltire le tante richieste nelle attuali condizioni di limitata operatività e alcuni non sono neanche attrezzati per la firma digitale dei contratti”.

  

La situazione non migliora tra i ristoranti lombardi. “Rispondo tutto il giorno a centinaia di aziende che mi domandano come mai non arrivano gli aiuti che sentono annunciare in televisione – dice Roberto Calugi, direttore generale della Federazione italiana pubblici esercizi – A Milano la situazione dei ristoranti è aggravata dai costi degli affitti molto alti. Con quali soldi possono pagare? Se la cavano solo un po’ meglio quelli del centro città che continuano in parte a lavorare con le consegne a domicilio. Occorrerebbe poter fare un accordo con i proprietari degli immobili sospendendo i canoni. Ma bisognerebbe poter considerare il Covid-19 come una reale causa di forza maggiore per non incorrere in contenziosi legali”. Poche, infine, risultano le banche che si stanno muovendo di propria iniziativa. Intesa Sanpaolo è stata la prima a decidere di salvaguardare la tenuta delle filiere produttive stanziando un plafond di 15 miliardi, di cui 5 di nuova finanza, e per altri 10 miliardi di finanziamenti già in essere i criteri di erogazione sono stati resi più flessibili. Ma anche qui si è creato un imbuto, a quanto risulta, per un sovraccarico di domande che per almeno un terzo proviene dalla Lombardia.

Mariarosaria Marchesano

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