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Gli impresentabili dell'onestà

Lo spassoso asse tra l’uomo nero della giustizia, Palamara, e i campioni della purezza: Travaglio, Bonafede e Davigo. Storia (e date) dell’allegra convergenza tra puri e mascariati per la futura procura di Roma. Ops!

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

8 Giugno 2019 alle 06:00

Gli impresentabili dell'onestà

Scandalo CSM, le prime dichiarazioni di Luca Palamara (LaPresse)

Noi impresentabili del garantismo ce la spassiamo alla grande e da giorni con un irresponsabile sentimento a metà tra il divertimento e la preoccupazione, osserviamo da lontano una giustizia impazzita che combatte senza esclusione di colpi e di veline una battaglia importante come quella legata alla successione di Giuseppe Pignatone alla guida della procura di Roma. Noi impresentabili del garantismo continuiamo da giorni a sorridere di gusto di fronte a tutti coloro che da varie tribune condannano le correnti della magistratura solo quando queste si mettono d’accordo per favorire un magistrato non gradito e in modo del tutto incosciente continuiamo a considerare innocenti fino a prova contraria tutti quei magistrati mascariati ma solo indagati che in passato avevano giocato sporco con la presunzione di colpevolezza e continuiamo a pensare persino che il problema della terzietà della magistratura sia un problema molto più grande del caso Palamara. Noi impresentabili del garantismo, come avrete immaginato, ce la spassiamo alla grande, non parteggiamo per nessuno, non abbiamo magistrati da promuovere, non scalpitiamo per avere alla guida di una procura un magistrato più flessibile o inflessibile di un altro.

 

Ma lo stesso non possiamo purtroppo dire, e ci dispiace davvero tantissimo, dei nostri amici e dei nostri colleghi iscritti con fierezza alla corrente culturale dei presentabilissimi del giustizialismo chiodato. Non deve essere semplice oggi essere un magistrato alla Luca Palamara. Ma non deve essere semplice oggi neanche essere un inflessibile osservatore alla Marco Travaglio, un inesorabile ministro alla Alfonso Bonafede o un implacabile magistrato alla Piercamillo Davigo. Noi impresentabili del garantismo siamo abituati a tutto – un giorno, per capirci, il direttore del Fatto quotidiano, era il 18 maggio del 2015, disse che il direttore di questo giornale, ovvero il sottoscritto, essendosi augurato un magistrato migliore di Nino Di Matteo alla procura di Palermo aveva costruito una “joint venture” con Totò Riina – ma per i presentabili del giustizialismo oggi non deve essere semplice fare i conti con la dura realtà dei fatti e ammettere di aver fatto per molti mesi lo stesso gioco di coloro che, secondo i canoni del giustizialismo, dovrebbero essere oggi definiti gli impresentabili della giustizia. La storia naturalmente riguarda il caso Palamara e la successione alla guida della procura di Roma. Palamara, magistrato, ex presidente dell’Anm, leader storico della corrente centrista Unicost, è diventato come sapete l’uomo nero della magistratura per aver contribuito a costruire una fitta rete di alleanze tra correnti togate per portare discontinuità alla procura di Roma, attraverso la promozione di Marcello Viola, attualmente procuratore generale a Firenze.

     

Lo scopo di Palamara – diventato uomo nero a causa di un’indagine per corruzione nei suoi confronti avviata mesi fa dalla procura di Perugia e tornata a essere di attualità proprio nei giorni decisivi per la successione alla procura di Roma – era evitare l’arrivo a Roma del pupillo di Giuseppe Pignatone, Francesco Lo Voi, procuratore capo della procura di Palermo (Unicost aveva promesso il sostegno a Viola quando la sua candidatura sarebbe arrivata al plenum e in cambio Unicost avrebbe avuto il ruolo di vice di Viola a Roma, proprio con Palamara). E il caso vuole che a perseguire lo stesso scopo dell’uomo nero siano stati anche un inflessibile osservatore alla Marco Travaglio, un inesorabile ministro alla Alfonso Bonafede e un implacabile magistrato alla Piercamillo Davigo. Qualcuno potrebbe dire con cattiveria che fra Travaglio, Davigo, Bonafede e Palamara ci sia stata una sorta di “joint venture” (ops!) ma la verità è più semplice e forse persino più crudele e ci dice che nel corso dei mesi la convergenza parallela tra i presentabili giustizialisti e gli impresentabili della giustizia sia stata qualcosa in più di una semplice suggestione: è un fatto.

  

E’ un fatto che il 23 maggio, alla commissione per gli Incarichi direttivi del Csm, Piercamillo Davigo abbia votato per lo stesso candidato alla procura di Roma sognato da Luca Palamara, Viola, ed è un fatto che quel giorno, per la felicità del Fatto quotidiano che di Viola è da sempre fiero sostenitore, abbiano dato parere favorevole a Viola anche Antonio Lepre, un magistrato della corrente dell’impresentabile (lo diciamo con un sorriso) magistrato e senatore del Pd Cosimo Ferri (di Magistratura indipendente), anche il componente laico del M5s al Csm (Fulvio Gigliotti) e anche quello della Lega (Emanuele Basile).

  

Così come è un fatto che sempre il 23 maggio, quando il vicepresidente del Csm, David Ermini, su richiesta del presidente del Csm, che è anche presidente della Repubblica, ha chiesto di audire tutti i candidati alla procura di Roma, per non correre troppo, tra coloro che hanno detto no alle audizioni, tra coloro che avevano fretta di chiudere gli accordi, sempre nella stessa commissione c’erano ancora loro: Davigo, Basile, Lepre (richiesta di audizione respinta). E’ un fatto questo ed è un altro fatto che tra i tanti bravissimi magistrati che poteva scegliere come capo di gabinetto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ci sia un bravissimo magistrato di nome Fulvio Baldi appartenente anche lui alla corrente Unicost di Luca Palamara.

    

A noi impresentabili garantisti questi fatti ci lasciano del tutto indifferenti e non abbiamo ovviamente elementi sufficienti per poter sostenere la presenza di una joint venture tra presentabili del giustizialismo e mascariati della magistratura e dimostrare la ragione per cui questa presunta triangolazione avrebbe potuto favorire i Davigo (che senza una deroga al Csm il prossimo anno dovrà andare in pensione), i Bonafede (che sul caso del Csm è stato insolitamente misurato) e i Travaglio (che non ha mai fatto mistero di sognare alla procura di Roma un procuratore meno ostile con i propri beniamini alla Woodcock, alla Ultimo e forse alla Marra). Ci limitiamo solo a osservare, a fare cronaca, a sorridere di gusto e a dire solo una parola: ooops!

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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Commenti all'articolo

  • eleonid

    08 Giugno 2019 - 20:08

    Che dire caro direttore. Io lettore del foglio le credo . Sarebbe però interessante una sorta di replica dei personaggi , notissimi, che lei cita, per evitare di ingurgitare beveroni di cui poco si sa su come realmente viene composta la loro miscela .

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  • sciurleo

    08 Giugno 2019 - 16:04

    I presentabili del giustizialismo sono degni di questo... presente che gli destina la cinica nemesi. Dan

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