Luigi Di Maio e Matteo Salvini (foto LaPresse)

Contro i sicari dello stato di diritto

Claudio Cerasa

Per superare la procedura di infrazione sul debito, bastava qualche miliardo. Per superare la procedura di infezione del garantismo, non basterà qualche decennio. Salvini e Di Maio: indagine sul doppio giustizialismo che minaccia le nostre libertà

In politica ci sono oscenità che si possono cancellare con un tratto di penna, con una promessa rivista, con un aggiustamento dei conti, con una correzione a una manovra e ci sono poi oscenità che una volta sdoganate diventano strutturali, entrano a far parte della nostra vita, si trasformano in una nuova e raccapricciante normalità. In politica ci sono oscenità che si possono correggere dall’oggi al domani, anche a costo di dover fare l’opposto di quanto promesso agli elettori, e così è andata ieri con la procedura di infrazione sul debito, che il governo è riuscito a evitare dando alla Commissione europea tutto quello che la Commissione europea aveva chiesto all’Italia, mettendo in campo una manovrina da 7,6 miliardi di euro che il governo aveva promesso che mai avrebbe fatto e migliorando il saldo strutturale per l’anno in corso dello 0,2 per cento a fronte di un deterioramento dello 0,2 per cento stimato dalla Commissione nelle previsioni di primavera che il governo aveva sempre negato di dover migliorare a tutti i costi.

 

E ci sono poi invece oscenità che rimangono lì e che non si possono cancellare con un tratto di penna. Le parole utilizzate nelle ultime settimane da Matteo Salvini contro Carola Rackete – accusata dal ministro dell’Interno di essere “una criminale”, colpevole di aver provocato l’Italia con “un atto di guerra” e la cui indegna scarcerazione, della quale Salvini “si vergogna”, dimostrerebbe “la necessità di riformare al più presto la magistratura” – rientrano disgraziatamente in questa seconda categoria, nella categoria delle oscenità non cancellabili con una piccola manovra di aggiustamento del bilancio. E vi rientrano non per questioni legate al sessismo, al bullismo o al trucismo di questo o quel leader politico ma per questioni banalmente legate al rispetto di un principio che l’opinione pubblica italiana ha scelto da tempo di considerare come un valore negoziabile della nostra democrazia: la tutela dello stato di diritto e dunque della nostra libertà.

 

La reazione di Matteo Salvini al caso Sea Watch ci dice molte cose interessanti sul carattere a tratti eversivo della sua leadership politica ma ci segnala prima di tutto quella che è la vera catastrofe che porta con sé il pensiero sfascista: fare del processo mediatico uno strumento centrale della propria propaganda, criminalizzare fino a prova contraria i propri nemici politici e trasformare sistematicamente il sospetto nell’anticamera della verità. Il caso Sea Watch non è stato soltanto un’occasione utile per ricordare che una norma di rango primario non può essere in contrasto con gli obblighi internazionali assunti da un paese, come ha giustamente osservato il gip di Agrigento che martedì ha scarcerato Carola Rackete, ma è stato anche un’occasione utile per ricordare che al di là di quello che sarà il destino della maggioranza di governo tra il Movimento 5 stelle e la Lega esiste una simmetria perfetta in materia di giustizialismo che rende i due partiti perfettamente e drammaticamente complementari: come due facce della stessa medaglia.

 

I primi, i grillini, tendono a essere forsennati giustizialisti, e ad aprire il ventilatore della melma, quando al centro di un’indagine – o di un processo mediatico – finisce un qualche esponente politico non gradito alla Casalino Associati. I secondi, i leghisti, tendono a essere forsennatamente giustizialisti, e ad aprire il ventilatore del disgusto, quando al centro di un’indagine, o di un processo mediatico, finisce un qualche soggetto che si occupa di migranti, che si occupa di integrazione, che si occupa di accoglienza. Ma la gravità di avere un paese governato da una maggioranza composta da due partiti che hanno scelto di infilare il principio della presunzione di innocenza nello sciacquone della propaganda politica, come purtroppo capita ormai sempre con più frequenza nelle nuove democrazie illiberali, non è inferiore rispetto alla gravità di avere un paese che ancora una volta, a tutti i livelli, giornali e televisioni comprese, mostra di non avere i vaccini giusti per combattere il virus della barbarie giustizialista. Fateci caso. Chi rimprovera a Salvini di non avere a cuore lo stato di diritto ha spesso lo stesso profilo di chi non si fa scrupoli a violentare lo stato di diritto quando il processo mediatico consente di demolire gli avversari politici. E viceversa chi cerca di spacciare le differenze mostrate in Parlamento dalla Lega sulla riforma della giustizia come se queste fossero la prova provata dell’evidente garantismo salviniano (fatece Tarzan) non si fa poi scrupoli a considerare naturale che un ministro dell’Interno decida da solo la colpevolezza o l’innocenza o persino la permanenza in galera di un soggetto non gradito. Il governo populista non ha soltanto contribuito a isolare l’Italia dal resto d’Europa creando un clima di sfiducia che al momento non si respira in nessun altro paese dell’Eurozona (i tassi di interesse sui titoli decennali stanno fortunatamente calando ma sono ancora tre volte più alti rispetto ai tassi di interesse sui titoli decennali di paesi come la Spagna e il Portogallo) ma ha contribuito a ingrossare il mostro del giustizialismo chiodato che nell’indifferenza generale continua sempre con maggiore velocità a rosicchiarci via ogni giorno un pezzo della nostra libertà. Per superare la procedura di infrazione bastava qualche miliardo di euro. Per superare la procedura di infezione, non basterà qualche decennio.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.