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Le ragioni della insolita timidezza mediatica di Davigo sul Csm (do you know Palamara?)

Dopo averci abituato a continue interviste sui giornali e a presenze fisse nei talk show televisivi, l'ex pm di Mani Pulite, almeno fino a oggi, si è rintanato nel silenzio

6 Giugno 2019 alle 06:00

Le ragioni della insolita timidezza mediatica di Davigo sul Csm (do you know Palamara?)

Piercamillo Davigo (foto LaPresse)

C’è un grande assente nella tambureggiante campagna mediatica in corso sul cosiddetto caso “toghe sporche”, che ha finora portato al passo indietro di ben cinque componenti del Csm dopo l’apertura dell’indagine per corruzione nei confronti dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara. Parliamo dell’ex pm di Mani pulite, Piercamillo Davigo, oggi membro togato proprio in Csm. Dopo averci abituato a continue interviste sui giornali e a presenze fisse nei talk show televisivi, Davigo, almeno fino a oggi, si è rintanato nel silenzio, negando ogni dichiarazione alla stampa (che pur, c’è da esserne certi, avrà bussato alla sua porta). Insomma, il consigliere Davigo sembra aver riscoperto, di colpo, quel principio di sobrietà e self restraint che dovrebbe guidare le toghe nei rapporti con la stampa e con le altre istituzioni del Paese, decidendo di intervenire pubblicamente sullo scandalo con diversi giorni di ritardo, martedì scorso, e solo nella sede istituzionale preposta (il plenum del Csm).

 

Non solo. Nel suo intervento, Davigo ha inaspettatamente evitato di cavalcare l’onda dell’indignazione, intravvedendo persino aspetti positivi: “Nessuno, di fronte a questi episodi, ha detto ‘aspettiamo le sentenze’. Tutti hanno compiuto la scelta, dolorosa ma necessaria, di separare la propria sorte personale da quella dell’istituzione, dimostrando senso di responsabilità”. Affermazioni piuttosto paradossali, se si pensa che, dei cinque consiglieri che hanno fatto un passo indietro, quattro si sono semplicemente autosospesi e l’unico dimissionario è stato rispedito dallo stesso Csm alla sua procura di origine, dove potrà tornare a svolgere le sue funzioni.

 

Le ragioni dell’insolita timidezza mediatica di Davigo non sembrano essere legate alla riscoperta di un principio di cautela istituzionale su fatti che riguardano un organismo così importante come il Csm, bensì nella profonda situazione di difficoltà (quantomeno strategica) che lo stesso Davigo e la sua corrente Autonomia e Indipendenza si ritrovano a vivere. Perché se fosse vero che la quinta Commissione del Csm (quella che propone al plenum il conferimento di incarichi direttivi e semidirettivi) si era trasformata in un “mercato delle toghe”, basato persino su accordi corruttivi, allora Davigo sarebbe chiamato a spiegare come mai in questi mesi in cui è stato componente di quella commissione lui (presunto portatore di cambiamento in Csm) non si sarebbe accorto di niente. Perché se è vero, come è vero, che in commissione l’ex pm aveva votato – con Magistratura Indipendente e i due laici in quota Lega e M5S – a favore della nomina di Marcello Viola alla guida della procura di Roma, ritenendolo il più adeguato alla successione di Pignatone, allora sarebbe inevitabile per lui riconoscere per la prima volta l’esistenza di un fenomeno distruttivo, quello del tritacarne mediatico-giudiziario, che in questo caso si muove con il preciso obiettivo di impedire la nomina del candidato più idoneo, evidentemente non voluto da una certa area togata.

 

Insomma, Davigo tace perché in fondo sa che se fosse interpellato sarebbe costretto a spiegare il ruolo ricoperto dal suo gruppo in questo gioco di correnti, da lui fortemente criticato in passato. Per esempio, dovrebbe spiegare come mai, dopo aver fondato la sua corrente personale, decise di concludere un accordo con le altre correnti per la rotazione annuale della presidenza dell’Anm (accordo che, per giunta, decise di stracciare non appena terminato il suo turno alla presidenza). Oppure perché, prima delle ultime elezioni del Csm, decise di stringere un altro patto con le tanto odiate correnti per presentare solo quattro candidati (uno per gruppo) nella categoria dei pubblici ministeri, assicurando l’elezione di tutti e quattro i candidati, incluso quello di Autonomia e Indipendenza. Infine, Davigo sarebbe chiamato a chiarire le modalità con cui diversi colleghi appartenenti alla sua corrente sono stati collocati fuori ruolo in questi mesi dal Csm in alcune poltrone prestigiose del ministero della Giustizia o di altri enti e organizzazioni: un valzer di nomine a cui hanno partecipato esponenti di tutte le correnti, inclusa la sua.

Ermes Antonucci

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