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Il caos al Csm svela il nuovo girone infernale della cultura del sospetto

Se non si sono salvate le eminenze, quale sorte toccherà ai povericristi quando la Santa Inquisizione del Trojan andrà a giustiziare vecchi e nuovi nemici dell’onestà-tà-tà?

6 Giugno 2019 alle 06:10

Il caos al Csm svela il nuovo girone infernale della cultura del sospetto

Foto Imagoeconomica

A vederli così, stravolti e smarriti, attorno al tavolo tondo di Palazzo dei Marescialli, fanno quasi tenerezza. Sono lì che annaspano, che si affannano, che si gonfiano i polmoni di ipocrisia e di retorica, che tentano con i ditini alzati di farsi coraggio a vicenda dicendo che in fondo le mele marce sono solo cinque, che l’esplosione dello scandalo è stata devastante ma si può ancora risorgere, che non tutto è perduto perché la maggioranza dei magistrati è sana e ancora ispirata alla suprema virtù della legge.

   

Sono lì che invocano la copertura benevolente del capo dello stato, che cercano perdono per tutte le storture che hanno inquinato la nomina degli alti procuratori e degli altissimi presidenti dei tribunali, che chiedono indulgenza per i peccati di omissione commessi nella commissione disciplinare dove non si punisce mai nessuno. Sono tutti lì, contriti e dolenti, alle prese con le proprie colpe e con le proprie negligenze. Sono lì che tentano – tenacemente, disperatamente – di dare invisibilità all’evidenza. Tutti sapevano che il destino di ogni giudice passa attraverso il potere e lo strapotere delle correnti. Ma oggi guai a chi lo dice e guai a chi lo ammette. Perché sul Consiglio superiore della magistratura è stata sganciata una bomba che ha mandato per aria non solo il tempio laico della giustizia, quello che i padri costituenti avevano eretto a salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati; ma anche i mercanti che lì dentro avevano trasformato il sano principio dell’autogoverno dei giudici in un traccheggio di carriere e promozioni, in uno scambio sotterraneo di favori e di compiacenze, in una fiera disinvolta di complicità e di indicibili utilità.

  

L’esplosione dello scandalo legato al nome di Luca Palamara – magistrato, ex consigliere del Csm, uomo forte della corrente di Unicost – ha raso al suolo ogni certezza e ha mandato in frantumi usi e costumi del bel tempo andato. Una indagine per corruzione avviata dalla procura di Perugia, competente sui reati commessi dai magistrati di Roma, ha appeso al cappio della gogna Palamara, accusato di avere accettato viaggi e favori da un imprenditore, e con Palamara ha riversato i suoi effetti dirompenti sul Csm: le intercettazioni hanno svelato le trame per la nomina del nuovo procuratore di Roma, in sostituzione di Giuseppe Pignatone, andato in pensione l’8 maggio, e da quelle trame è venuto fuori che la contrattazione sul nome di Marcello Viola, candidato alla successione, era stata fatta da Palamara parlando con chiunque potesse garantirgli un appoggio e incontrando in un albergo non solo i responsabili dell’altra potentissima corrente, quella di Magistratura indipendente; non solo i consiglieri che avrebbero avuto voce in capitolo nella commissione per gli incarichi direttivi; ma anche Luca Lotti, ex braccio destro di Matteo Renzi a Palazzo Chigi e inquisito per Consip dai pm romani. Pensate, incontrava persino Claudio Lotito, presidente della Lazio, che per allietare i cotanti esponenti del potere giudiziario che lo ammettevano al loro tavolo distribuiva intanto biglietti gratis per lo stadio.

   

Cronache del basso impero, si dirà. Certo, ma come è potuto succedere che l’inchiesta di Perugia si sia trasformata di colpo in una bomba a così alto potenziale da ridurre in macerie Palazzo dei Marescialli? Dov’era nascosta la polvere infernale che è deflagrata nei piani più alti della magistratura e dov’era stato innescato il micidiale detonatore che ha fatto divampare l’incendio, riducendo in cenere e fango l’antica credibilità di un’istituzione finora ammantata di somma e autorevole rispettabilità? 

   

Beh, quel detonatore ha un nome omerico e all’un tempo bizzarro: si chiama Trojan, in origine Trojan Horse, cavallo di Troia. Ed è l’ultimo ritrovato della tecnica e della spioneria consegnato dal ministro grillino della Giustizia, Alfonso Buonafede, nelle mani di inquirenti e inquisitori per glorificare la cultura del sospetto e per venire incontro a tutti coloro che non vedevano l’ora di trasformare ogni sospetto in una anticamera della verità.

   

La norma che ne autorizza l’uso è contenuta nella legge approvata dal governo gialloverde l’8 gennaio scorso e passata alla storia sotto il nome pomposo e forcaiolo di “spazza corrotti”.

   

Prima che arrivasse il Trojan, l’inchiesta di Perugia avrebbe potuto rimanere circoscritta a Palamara e ai protagonisti della sua ipotizzata corruzione. Gli inquirenti, in base alle vecchie e collaudate intercettazioni, anche quelle a strascico, avrebbero cercato prove e riscontri ai propri indizi, avrebbero di sicuro scoperchiato la sua vita privata, avrebbero verificato i suoi imprudenti rapporti con i lobbisti dell’amico imprenditore, e poi avrebbero tirato le somme. Nel fascicolo sarebbero arrivate in sostanza solo le verità captate attraverso il suo telefonino e l’indagine avrebbe sputtanato Palamara e il suo stretto giro di rapporti personali.

   

Col Trojan, invece, il “cerchio spionistico”, così lo chiamano gli esperti, si dilata a dismisura. Nel telefonino dell’indagato viene istillato un virus – un malware, spiegano i tecnici – che lo trasforma in una potente microspia capace di captare non solo le telefonate, i messaggi, le chat e ogni altra diavoleria che passa attraverso lo smartphone, ma anche le voci ambientali che arrivano dall’esterno. E mettiamo che l’indagato, con il telefonino in tasca e con quel Trojan inserito dentro, si trovi in un ristorante e in quel ristorante incontri per caso un amico con il quale scambia magari due parole di quelle che sanno di tutto e di niente: quell’amico finisce in un verbale di trascrizione e deve essere identificato; e se ha pronunciato una parola dal senso equivoco o poco chiaro dovrà essere chiamato e interrogato se non altro “per chiarire la propria posizione”.

  

Palamara è finito a sua insaputa nella trappola del Trojan. E tutte le cose che lui, da ex membro del Csm, aveva fatto prima naturaliter, seguendo cioè il filo di una sua normale gestione dell’incarico e dei rapporti con i colleghi, sono diventate all’improvviso episodi criminali e criminalizzanti; manifestazioni di incivile e ordinaria scelleratezza. Quante volte avrà incontrato il collega Gianluigi Morlini, quello della commissione Incarichi direttivi, o il consigliere Paolo Criscuoli, per parlare di nomine, di avanzamenti di carriera o di questioni disciplinari; e chissà quante volte avrà incontrato, prima che scattasse l’inchiesta di Perugia, il suo amico Luca Lotti in casa, in albergo o in ufficio; o Cosimo Ferri, vecchio ras di Magistratura indipendente e da sempre ben piazzato con un piede nell’ordine giudiziario e l’altro nelle stanze della politica. Ma nei sette giorni, dal 9 al 16 maggio, in cui tutte le sue parole e tutti i suoi incontri sono finiti, attraverso il Trojan, nella sala registrazione della Guardia di Finanza, ciò che prima era stata una consuetudine o, se vogliamo, un trasandato malcostume è diventato un inesorabile “atto giudiziario”, una carta maledetta da inserire in un fascicolo che per definizione fa già parte di un procedimento penale.

   

Chi si salverà? Nessuno. C’è gogna e mascariamento per tutti: non solo per Luigi Spina, il consigliere accusato di avere soffiato in un orecchio a Palamara che a Palazzo dei Marescialli era appena arrivata l’informativa di prammatica inviata dai colleghi di Perugia; non solo per i consiglieri Corrado Cartone e Antonio Lepre, sorpresi dal Trojan a brigare nottetempo con Palamara per promuovere gli amici e silurare i nemici; non solo per Morlini e Criscuoli che il Trojan non aveva identificato ma che, per evitare il peggio, hanno subito confessato di avere partecipato agli incontri ignominiosi in un hotel; ma anche per un pubblico ministero dell’antimafia napoletana, Cesare Sirignano, protagonista di innegabili successi contro la camorra, a cui Palamara aveva affidato l’incarico, non certo disinteressato, di sondare i venti candidati all’incarico di procuratore di Perugia in sostituzione di Luigi De Ficchy, in pensione dal primo giugno.

      

Una macelleria giudiziaria. Che nel giro di tre giorni non solo ha svuotato di ogni autorevolezza il vecchio e austero Csm ma ha pure costretto Spina alle dimissioni e gli altri quattro consiglieri all’autosospensione. Un disastro, anche numerico: se dovesse malauguratamente affiorare qualche altra responsabilità, oltre a quelle rivelate dal Trojan, il numero legale scenderebbe al di sotto della soglia minima e buonanotte ai suonatori: il Consiglio andrebbe sciolto e il presidente della Repubblica dovrebbe indire nuove elezioni. Sarebbe l’atto finale. Il più triste e devastante.

       

Fino a questo momento, anche se storditi dall’esplosione violenta dello scandalo e dagli effetti collaterali che lo scandalo ha provocato, i consiglieri risparmiati dallo scandalo sono tutti lì a leccarsi le ferite, a tentare di capire come puntellare quel poco di credibilità che è ancora rimasta in piedi. “O sapremo riscattare il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti”, ha detto il vicepresidente David Ermini rivolto a un plenum già decimato dalle assenze e soffocato da un imbarazzo amaro come il fiele. Ma la risalita non sarà facile. Perché il cratere dell’esplosione è annerito e profondo. E perché ogni procura, dall’8 gennaio scorso, ha in mano un Trojan che invade e non perdona: basta un sospetto e la trappola può colpire chiunque. Sembra che i guai di Palamara siano cominciati il giorno in cui Giancarlo Longo, il pm di Siracusa che ha patteggiato cinque anni per corruzione, ha detto di avere saputo – a quanto pare non direttamente ma de relato – che gli amici del suo clan avevano consegnato all’ex membro del Csm una mazzetta di 40 mila euro per agevolare la sua nomina a procuratore di Gela, capitale siciliana del petrolchimico, e aggiustare così alcune pendenze giudiziarie dell’Eni. Palamara nega e come controprova cita il fatto che quella nomina non andò mai in porto. Ma nella repubblica dello spazza corrotti il sospetto distillato da Longo basta e avanza. Il pm inserisce il Trojan nel telefonino dell’indagato e da quel momento tutti i “presunti innocenti” che l’indagato incontrerà sulla sua strada finiranno con lui in un girone infernale dove, per dirla con Góngora, “ogni caduta è un precipizio”.

  

Se non si sono salvate le reverendissime eminenze del Csm, quale sorte toccherà ai povericristi quando la Santa Inquisizione del Trojan scenderà a valle per giustiziare i vecchi e nuovi nemici dell’onestà-tà-tà?

Giuseppe Sottile

Giuseppe Sottile

Giuseppe Sottile ha lavorato per 23 anni a Palermo. Prima a “L’Ora” di Vittorio Nisticò, per il quale ha condotto numerose inchieste sulle guerre di mafia, e poi al “Giornale di Sicilia”, del quale è stato capocronista e vicedirettore. Dopo undici anni vissuti intensamente a Milano, – è stato caporedattore del “Giorno” e di “Studio Aperto” – è approdato al “Foglio” di Giuliano Ferrara. E lì è rimasto per curare l’inserto culturale del sabato. Per Einaudi ha scritto anche un romanzo, “Nostra signora della Necessità”, pubblicato nel 2006, dove il racconto di Palermo e del suo respiro marcio diventa la rappresentazione teatrale di vite scellerate e morti ammazzati, di intrighi e tradimenti, di tragedie e sceneggiate. Un palcoscenico di evanescenze, sul quale si muovono indifferentemente boss di Cosa nostra e picciotti di malavita, nobili decaduti e borghesi lucidati a festa, cronisti di grandi fervori e teatranti di grandi illusioni. Tutti alle prese con i misteri e i piaceri di una città lussuriosa, senza certezze e senza misericordia.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    06 Giugno 2019 - 19:07

    Il CSM prepara il contrattacco: il nemico che compatta è Salvini. Demonizzarlo mette tutti d'accordo. Ah, le Corporazioni.

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  • gesmat@tiscali.it

    gesmat

    06 Giugno 2019 - 18:06

    Solo cinque mele marce? Probabilmente siamo di fronte alla cultura dell'impunità tà tà tà tà. Credo e e penso si possa serenamente sostenere, numeri alla mano, che, purtroppo. quando si tratta di magistrati, il più pulito ha la rogna. In questo caso ha ragione Davigo: il magistrato pulito è quello non ancora inquisito. A Cagliari è ancora vivo il ricordo del magistrato che, non appena ha avuto sentore d'essere inquisito , s'è sparato.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    06 Giugno 2019 - 15:03

    Al direttore - Chiamare "cultura" l'esercizio del sospetto, messo in atto da tutte le parti con il concorso entusiastico e interessato dell'informazione, come unicum di lotta politica, equivale a definire la "cultura" un mezzo ignobile, osceno per imbrogliate gli elettori. Ma si sa, se ad un ronzino fai credere di essere un purosangue, i ronzini abboccavo. Grasso che cola per chi influenza i ronzini. C'est la vie.

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  • Giovanni Attinà

    06 Giugno 2019 - 13:01

    Sono trent'anni che si parla e si scrive dell'esigenza di riformare la magistratura. Poi non succede niente e basta la solita indagine per sollevare polveroni. Non sarebbe ora di passare dagli annunci ai fatti. Uno di questi riguarderebbe il divieto ai magistrati di candidarsi alle elezioni politiche. In caso di questa scelta, per rientrare nella magistratura occorre un periodo sabatico minimo di 5 anni.

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