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Il trojan del grillismo

Il silenzio sui deputati spiati illegalmente dimostra che il moralismo chiodato ha infettato l’Italia con la stessa forza con cui i malware infettano i telefoni

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

18 Giugno 2019 alle 06:00

Il trojan del grillismo

Una cena di Le vite degli altri (Das Leben der Anderen), film del 2006 di Florian Henckel von Donnersmarck

L’incredibile guerra tra bande combattuta attorno alla nomina del nuovo procuratore di Roma porta alla luce due temi che giorno dopo giorno stanno emergendo con forza all’interno dello scontro tra le varie anime della magistratura italiana. Il primo tema è stato affrontato da tutti i giornali con ampi dettagli e feroci editoriali e riguarda l’inopportunità per un politico indagato da una procura di occuparsi in modo maldestro di nomine che riguardano il futuro della procura che lo ha indagato. Il secondo tema non è meno importante del primo, ma la stragrande maggioranza degli osservatori ha scelto di non occuparsene per non dover forse ammettere una verità difficile da riconoscere quando ci si erge a paladini dell’onestà, della moralità e della legalità. La prima storia riguarda il comportamento penalmente irrilevante ma politicamente rilevante dell’ex ministro Luca Lotti. La seconda storia riguarda invece il comportamento rilevante non solo dal punto di vista politico di chi ha scelto di violare la legge per dare in pasto all’opinione pubblica alcune informazioni che per legge avrebbero dovuto rimanere segrete.

   

Luca Lotti e Cosimo Ferri, due tra i protagonisti del sabba del Csm, sono parlamentari della Repubblica e come tali dovrebbero essere tutelati tanto dall’articolo 68 della Costituzione (“Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare… analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento a intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza”) quanto da una sentenza del 2007 della Corte costituzionale che prevede che l’articolo 68 debba essere rispettato “tutte le volte in cui il parlamentare sia individuato in anticipo quale destinatario dell’attività di captazione” – circostanza curiosamente ricordata domenica scorsa da Marco Travaglio, probabilmente preoccupato dal modo in cui il circo mediatico-giudiziario potrebbe lanciare schizzi di fango anche ai propri beniamini della Davigo Associati (Cosimo Ferri, in una intercettazione che noi non pubblicheremo ma che siamo certi che il Fatto pubblicherà, definisce inattaccabile Davigo, nella partita delle nomine del Csm, un vero amico).

 

In un paese normale, oggi, gli stessi costituzionalisti che nel 2016 gridarono al colpo di stato quando qualcuno tentò di riformare la Costituzione dovrebbero firmare appelli per denunciare l’orrore di tutti coloro che considerano la difesa del processo mediatico più importante della difesa della Costituzione. In un paese normale, oggi, i partiti dell’onestà-tà-tà e della legalità-tà-tà avrebbero il dovere di denunciare con forza non solo le azioni non opportune di un proprio parlamentare ma anche la violazione dello stato di diritto veicolata dalla guerra a colpi di trojan combattuta tra correnti della magistratura. In un paese normale, oggi, i partiti cosiddetti riformisti dovrebbero infine inorridire quando un ministro della Giustizia ammette in un’intervista che l’importanza di una legge da lui firmata, la “spazza corrotti”, consiste nell’aver dato la possibilità agli inquirenti di utilizzare strumenti capaci di scoperchiare enormi questioni morali. “In cinque mesi – ha detto ieri Alfonso Bonafede al Fatto – la nostra legge sta facendo emergere sistemi di corruzione in tutta Italia e ha fatto scoprire anche lo scandalo del Csm”.

 

In un paese normale, insomma, non sottomesso al moralismo chiodato su cui si fonda il grillismo che ha infettato l’Italia con la stessa forza con cui un trojan può infettare un telefonino, di fronte a un’affermazione del genere l’opinione pubblica dovrebbe far sentire tutta la sua forza, far notare che le ragioni per cui è stato utilizzato il trojan nelle indagini su Palamara non hanno nulla a che fare con le nomine del Csm, far notare che esultare per aver dato ai magistrati nuovi strumenti per arricchire il processo mediatico significa aver fatto un altro passo in avanti per trasformare una democrazia rappresentativa in una teocrazia giudiziaria.

 

Fino a oggi buona parte degli organi di informazione ha cercato di convincervi che non ci si può fidare dei magistrati per quello che fanno di nascosto, con i politici, quando si occupano di nomine. Ma la storia della guerra tra bande condotta all’ombra del Csm ci dice in modo chiaro ancora una volta che il problema dell’attività dei magistrati non riguarda ciò che i magistrati fanno di nascosto: riguarda molto più semplicemente quello che purtroppo fanno alla luce del sole.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    18 Giugno 2019 - 20:08

    Sul trojan aspetto la pubblicazione delle intercettazioni dei capi della mafia, della ' ndrangheta, camorra ,e tc. Infatti con le loro conversazioni si può davvero sgominare la malavita. Ma forse chiedo troppo o ho capito male sulla vicenda dei magistrati. A scanso di equivoci , sono favorevole alla riforma della magistratura. Un riforma che deve prevedere che tutti i magistrati che entrano in politica non possono fare più ritorno nella magistratura.

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