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Contro le Wanna Marchi della trasparenza

Dai trojan ad Assange fino a Rousseau: l’orrore dei nuovi sicari della privacy. Perché una società incapace di mandare a quel paese i nuovi truffatori della trasparenza è una società che non sa più difendere i valori non negoziabili di una democrazia

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

19 Giugno 2019 alle 06:16

Contro le Wanna Marchi della trasparenza

Julian Assange (foto LaPresse)

Tra i molti spunti di riflessione offerti dallo scandalo del Csm ce n’è uno importante e non sufficientemente indagato che non riguarda i soggetti protagonisti della guerra tra i magistrati bensì alcuni soggetti forse persino più importanti: noi spettatori. Il noi a cui facciamo riferimento ha a che fare con tutti coloro che in questi giorni osservano dalle proprie poltrone i cortocircuiti legati al caso del Csm e hanno deciso di chiudere un occhio di fronte a uno scandalo interno allo scandalo: la violazione sistematica, ripetuta e volontaria dei diritti che la Costituzione italiana garantisce ai parlamentari della Repubblica. La storia è quella che vi abbiamo raccontato ieri – due parlamentari sono stati intercettati con un trojan nonostante l’articolo 68 della Costituzione vieti agli inquirenti di usare le intercettazioni a carico dei parlamentari senza avere prima fatto richiesta alla Camera di competenza – ma la storia merita di essere approfondita affiancandola ad altre tre storie apparentemente scollegate. La prima riguarda il metodo Assange, la seconda riguarda il progetto Rousseau, la terza riguarda il modello Facebook.

 

Se ci si riflette un istante, le tre storie hanno in comune con la vicenda del trojan un elemento che riguarda la nostra indifferenza rispetto a un tema diventato incredibilmente un valore negoziabile all’interno della nostra vita quotidiana: la tutela della privacy. Non sono criticabili i magistrati che vanno a violare i diritti dei parlamentari perché la legge della trasparenza morale obbliga ogni cittadino a usare ogni mezzo a sua disposizione per smascherare i traffici della casta. Non sono criticabili i capi delle srl private che usano server farlocchi per gestire la democrazia interna dei propri partiti perché la legge della trasparenza morale obbliga ogni partito a usare ogni mezzo a sua disposizione per combattere la casta della politica, al fine di impedire di avere deputati e senatori voltagabbana liberi di rappresentare in Parlamento il proprio paese e non solo il proprio partito. Non sono criticabili gli eroi alla Julian Assange, che vanno a violare la privacy degli stati offrendo ai cittadini documenti sottratti illegalmente alle libere diplomazie, perché la legge della trasparenza morale, lo sappiamo, offre a ogni cittadino il diritto di vivere in stati che non hanno segreti di fronte ai propri cittadini. Ma all’origine della nostra totale indifferenza rispetto al drammatico tema della tutela della privacy non vi è solo una forma di distrazione.

 

Vi è una particolare ideologia che ha a che fare con l’ultimo rifugio dell’internazionale delle canaglie: il mito della trasparenza. I profeti della trasparenza hanno convinto una buona parte dell’opinione pubblica che la trasparenza sia qualcosa di simile a un fine romantico, a un obiettivo culturale, a uno scopo politico. Ma le storie che vi abbiamo appena elencato ci permettono di ricordare che nel momento stesso in cui la trasparenza diventa una religione gli strumenti utilizzati per avere un mondo più trasparente da fine si trasformano in mezzo: diventano delle maschere utilizzate per nascondere obiettivi diversi e a volte inconfessabili. Vale quando si parla di trojan, vale quando si parla di Assange, vale quando si parla di Rousseau. In tutti questi casi il mito della trasparenza è stato spesso utilizzato in modo sistematico come un cavallo di troia per violare lo spazio vitale della nostra privacy, come un sistema di controllo da remoto sulle vite degli altri, e la nostra indifferenza rispetto a questo tema è cruciale perché l’esperienza delle democrazie contemporanee è lì a ricordarci che nel momento stesso in cui un cittadino viene convinto a rinunciare a un pezzo della sua privacy sulla base di una emergenza fittizia (un conto è violare la privacy per combattere il terrorismo, un conto è violare la privacy per combattere la casta) quel cittadino sta inconsapevolmente contribuendo ad alimentare un sistema sempre meno democratico e sempre più dispotico.

 

La nostra indifferenza rispetto al tema della difesa della privacy (i trojan in fondo sono solo la punta di un iceberg mostruoso), la nostra predisposizione a fare a meno in modo volontario della difesa dei nostri dati sensibili (vedi il caso di Facebook), la nostra incapacità a difendere lo stato di diritto (non vorrete mica mettere il bavaglio alla libertà di stampa?), la nostra incapacità di replicare a muso duro contro chi ha trasformato il diritto di cronaca in un diritto allo sputtanamento (la diffusione di intercettazioni illegali e penalmente irrilevanti a questo serve, no?) sono tutti virus che contribuiscono ogni giorno a mettere a rischio qualcosa persino di più importante della nostra vita privata: la nostra libertà. Un paese incapace di attivare i propri anticorpi contro i truffatori della trasparenza è un paese che non ha solo difficoltà a difendersi da coloro che tentano di attentare ogni giorno alla nostra privacy ma è un paese che non sa più cosa significa difendere i valori non negoziabili di una democrazia, di un paese libero e di uno stato di diritto. E il problema non è costituito solo da chi attenta ogni giorno alle nostre libertà. Il problema, prima di tutto, è costituito dai sonnambuli che drogati dalle Wanna Marchi della trasparenza non si rendono conto che non difendere la privacy significa rinunciare semplicemente alla nostra libertà. Non dovrebbe essere così difficile, no?

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    19 Giugno 2019 - 12:12

    Vedo che è vietato fare considerazioni sull'utilizzo del trojan con le vicende della magistratura. In ogni caso mi piacerebbe che venissero pubblicate le intercettazioni che riguardano il mondo della malavita. Solo che pare che questo tipo di intercettazioni debbano rimanere segrete.

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  • portaticinese

    19 Giugno 2019 - 12:12

    Grandissimo

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