Piercamillo Davigo (foto LaPresse)

Tutto quello che Davigo direbbe se al posto delle toghe ci fossero i politici

Ermes Antonucci

Nello scandalo Csm fa rumore il silenzio dell'ex pm

Roma. Mentre la bufera sulle nomine al Consiglio superiore della magistratura si estende, chiamando in causa ora anche il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio (membro di diritto del Csm e titolare dell’esercizio del potere disciplinare), c’è un dato, piuttosto passato inosservato, che continua a sorprendere: il silenzio tombale sulla vicenda da parte dell’ex pm di Mani pulite Piercamillo Davigo, oggi componente del Csm. Proprio lui che da oltre venticinque anni ci ha abituati a continui interventi pubblici su giornali e tv dal taglio moraleggiante, per denunciare il diffuso malaffare nella classe dirigente ogni qualvolta vi fosse uno scandalo di corruzione e per celebrare la superiorità etica della magistratura, ora tace di fronte a una delle più gravi crisi giudiziarie ed etiche mai vissute dall’organo di autogoverno della magistratura.

 

Eppure, se si ricordano le bordate lanciate dall’ex pm in passato sulla corruzione della classe dirigente, si capisce che oggi di cose da dire il “vero” Davigo ne avrebbe eccome. E a spiegare il suo silenzio non basta il fatto che in questo momento egli faccia parte della commissione disciplinare del Csm chiamata a valutare il comportamento dei consiglieri coinvolti nello scandalo, visto che nell’esternare le sue opinioni l’ex pm si è sempre giustificato sostenendo di parlare in termini generali e mai di casi specifici.

 

Così, se al posto delle toghe lo scandalo riguardasse esponenti politici, probabilmente Davigo sarebbe in televisione a dirci che “non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti” e che quindi dovremmo considerare gli indagati come già colpevoli. Ci farebbe forse notare che “a 25 anni da Mani Pulite è drammatico quanto poco sia cambiata la situazione e quanto sulla corruzione peggiori la deriva dell’Italia nel panorama internazionale”, e che non occorre necessariamente un rinvio a giudizio o una sentenza per cacciare un funzionario pubblico, perché “molte volte non c’è bisogno di aspettare la sentenza per far scattare la responsabilità politica, ma in questo Paese non avviene mai, neanche di fronte ai casi evidenti” (Corriere della Sera, 13 febbraio 2017). E ancora, con toni perentori Davigo ci direbbe che “la classe dirigente di questo paese quando delinque fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada e fa danni più gravi" (lectio magistralis all’Università di Pisa, 22 aprile 2016) e che, in definitiva, oggi la situazione in Italia “è peggio di Tangentopoli”, perché “i politici (o in questo caso i funzionari pubblici in senso lato, ndr) non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi, rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto” (Corriere della Sera, 22 aprile 2016).

 

Di fronte ai timidi passi indietro e alle autosospensioni (non dimissioni) dei consiglieri del Csm toccati dallo scandalo, Davigo ci direbbe che “processiamo gente abbarbicata alla poltrona, che nessuno si sogna di mandare a casa malgrado condotte gravissime”, e che “la presunzione di innocenza è un fatto interno al processo, non c’entra nulla coi rapporti sociali e politici”, perché “se il mio vicino di casa è rinviato a giudizio per pedofilia, io mia figlia di sei anni non gliel’affido quando vado a far la spesa” (Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2016).

 

Se qualcuno gli facesse notare il fatto che nessun magistrato è stato arrestato e che per le stesse accuse probabilmente un politico già sarebbe in carcere, l’ex pm di Mani pulite risponderebbe che oggi “in Italia in galera ci vanno in pochi e ci stanno poco” (La Stampa, 23 febbraio 2019) e che “esiste una subcultura diffusa secondo cui a violare le leggi sono i furbi e a rispettarle i fessi” (La Repubblica, 11 maggio 2018).

Di fronte alle difese degli odierni indagati, poi, Davigo ci farebbe una lezioncina per dirci che “l’unica parte buona del processo è il pubblico ministero, per definizione legislativa, le parti private fanno i propri interessi” (La Stampa, 23 febbraio 2019), oppure che “le parti nel processo non sono uguali, perché il pm è costretto a dire la verità e il difensore dell’imputato il falso” (DiMartedì, 20 febbraio 2019).

E, infine, se anche i magistrati oggi indagati dovessero essere rinviati a giudizio, subire un processo ed essere assolti, Davigo ci spiegherebbe che “in buona parte non si tratta di innocenti, ma di colpevoli che l’hanno fatta franca” (La Stampa, 23 febbraio 2019). Tutte cose che il “vero” Davigo direbbe e che ora, invece, non dice.

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