La tv inghiottita dal virus

Andrea Minuz

Il reality con Casalino in regia, la svolta “Panzironi” di Giordano e Giletti, il trash virologico di Barbara D’Urso

Alla fine è la vita che deve vincere e sarà così anche questa volta”. Non è una messa in streaming di Papa Francesco, un’intervista al Cardinal Ruini o Angelo Scola, ma il refrain con cui la scorsa settimana si è aperta la puntata del “Grande Fratello”, edizione “covid-19”. Dopo aver definito “drammatico” il bilancio della Protezione Civile” e “tragico” il momento che tutti stiamo vivendo, Alfonso Signorini ha spiegato che lo show deve andare avanti e che abbiamo bisogno di “evasione” e “leggerezza”, anche se non è affatto chiaro in che modo vedere gente chiusa in casa in pigiama potrebbe in questo momento offrici un po’ di “evasione” (la sola parola ci fa subito scoppiare a piangere). Casomai, giunto al ventesimo anno di vita, il format che aprì la strada ai reality show riscopre la sua originaria dimensione di “esperimento sociale”. Quella che ebbe solo nella prima stagione, quando nessuno aveva idea di cosa aspettarsi, anche perché non si era visto mai nulla di simile, proprio come oggi accade con la pandemia globale. In quasi tutti i paesi si vive l’esperienza surreale di guardare in televisione il “Grande Fratello” mentre si è tutti in quarantena, ma solo noi possiamo vantare un ex concorrente che detta la linea di comunicazione del governo.


In quasi tutti i paesi si vive l’esperienza surreale di guardare in televisione il “Grande fratello” mentre si è tutti in quarantena


 

Il “modello Italia” è anche questo. Rocco Casalino che passa da un “esperimento sociale” all’altro: nel primo come concorrente, nel secondo direttamente in cabina di regia, a Palazzo Chigi. Quella cosa della Storia che si ripete sempre due volte andrà forse aggiornata: tragedia, farsa, reality e poi di nuovo tragedia, però un po’ peggio di prima. Un programma che da molti anni appariva impoverito, stanco, abbandonato da gran parte del pubblico, diventa improvvisamente, e con la complicità di un karma incredibile, lo specchio angosciante del nostro horror vacui quotidiano e la perfida allegoria del più micidiale dei cortocircuiti tra politica e televisione. Se tutto, evidentemente, oggi nel “Grande Fratello” appare fuori registro (Valeria Marini con il rossetto stampato sulla mascherina, l’infettivologo che entra nella casa per spiegare la diffusione del contagio, i servizi che si intitolano, “L’impatto della quarantena su Fabio Testi” o “Uscire da un reality e trovare l’Italia cambiata”) è però la televisione nel suo complesso a sembrare più del solito scollegata dalla realtà. Che senso avranno domani, quando usciremo dal lockdown, programmi come il GF o i vari reality di sopravvivenza se siamo ormai stati tutti dei “survivor”? Avremo ancora voglia di guardare format di cucina dopo che per mesi abbiamo visto gente fare il pane su Instagram? (c’è già il nuovo “Masterchef” home-made: #MilanoKeepsOnCooking, una campagna Instagram con foto, video-ricette, consigli gourmet di grandi cuochi per sperimentare il live-cooking in quarantena, primo episodio: tutto quello che avresti voluto sapere sul risotto alla “Nino Borgese”).

 

Se dovessi scegliere l’immagine televisiva che riassume il senso assurdo e tragico di queste lunghe e già monotone giornate non avrei dubbi: il miglior format del coronavirus italiano è la conferenza stampa della Protezione Civile. I nostri nuovi “vespri”. Una liturgia televisiva ormai imperdibile, come una sorta di versione epidemiologica del caro vecchio “Almanacco del giorno dopo” che trainava il pubblico verso il Tg1. Confesso di guardarmi tutte le conferenze stampa. Alle sei meno dieci comincio a prepararmi e smetto subito di fare tutto quello che stavo facendo. Seduto sul divano, in preda a un sentimento misto fatto di angoscia, suspense e fascinazione ipnotica per quell’inquadratura fissa, raggelata, con la presentazione in power-point un po’ sbiadita sullo sfondo, la traduttrice per i non udenti filiforme, in piedi sulla destra, sempre vestita di nero, la voce cantilenante e robotica del Professor Franco Locatelli (il mio preferito), il commento a seguire di Angelo Borrelli (ora ahimè in smart-working), la lettura del bollettino, la tragica conta dei morti e quella speranzosa dei guariti e le proporzioni e le percentuali che mentalmente ci mettiamo a fare tutti ma che non tornano mai, e che non di rado si ritoccano in diretta, nel sottopancia. Tutto scandito in un silenzio irreale, come un’oscura salmodia laica. I “vespri” della Protezione Civile sono un appuntamento ormai quotidiano, collocato nell’ora giusta e dalla durata perfetta. La macabra ma imperdibile cerimonia televisiva che a suo modo costruisce un “effetto di comunità”, come una partita dell’Italia ai mondiali. Una conferenza stampa che è già parte del nostro immaginario collettivo insieme alle dirette del presidente del Consiglio che ci annuncia un nuovo, scintillante decreto. Mi è anche capitato di rispondere a una telefonata di lavoro: “Scusa, ora non posso, ti chiamo dopo la Protezione Civile”. “Certo”, ha risposto quello, lasciando intendere che forse non aveva visto l’ora. Tra i pezzi di memoria collettiva che tireremo fuori un giorno ci sarà anche il professor Franco Locatelli, seduto dietro quella lunga scrivania che scandisce con la voce di un navigatore, “do-bbia-mo-in-te-rrom-pe-re-la-ca-te-na-di-tras-miss-ione”. Non c’è dubbio che la conferenza-stampa della Protezione Civile sia insomma il miglior format offerto dal servizio pubblico ai tempi del coronavirus, anche perché per il resto la programmazione della Rai appare in gran parte incomprensibile. Che senso ha, ad esempio, mandare le repliche di Amadeus con i concorrenti che toccano le mani degli ignoti riprese in primo piano con il pubblico che ride e applaude? E sembra poi davvero incredibile che nel centenario di Sordi e di Fellini non ci sia un modo più creativo di occupare quella parte di palinsesto decisiva (e dire che solo con la filmografia di Sordi potremmo farci tutta la quarantena, dovesse durare anche fino a maggio, risparmiandoci anche lo strazio del povero e anche bravo Edoardo Pesce, costretto a fare Alberto Sordi in una fiction assai triste). Adesso si recupera il Maestro Manzi per sopperire alle carenze di una scuola (e di una rete) incapaci di adeguarsi alla didattica a distanza. La Rai torna alla missione originaria e pedagogica, anche lei come il Grande Fratello. La grande novità sono semmai gli inviati dei Tg nelle “zone di guerra”, come piace dire adesso. Volti sconosciuti, spesso molto giovani (per l’età media Rai), decisamente poco fotogenici, dunque tirati fuori dalle più lontane redazioni e spediti lì dove evidentemente non vuole andare nessuno. Sono “i ragazzi del ’99” mandati a Caporetto (e le mascherine che non c’erano sono le nuove scarpe di cartone della campagna di Russia).


E’ la tv fatta in casa. Non c’è trucco, non c’è parrucco. La televisione insegue i complotti globali e i vocali su whatsapp


 

Eppure, è sempre alla televisione che nel bene e nel male spetta ancora il racconto principale di questo spartiacque epocale. E in questi giorni la tv può far leva anche su una quantità di pubblico sino a due mesi fa impensabile (vedi l’euforia con cui Barbara D’Urso ripete in continuazione “state a casaaaaa!” cioè guardate la televisione, cioè me). Ma guardandoci intorno siam sempre lì. C’è il pianeta talk-show, coi suoi format rivoluzionati dal social distancing. C’è il “trash virologico” di Barbara D’Urso. C’è la svolta “Panzironi” di Giordano e Giletti. C’è insomma una televisione che nonostante le apparenze procede un po’ come se nulla fosse. Chissà quali conseguenze avrà sul mercato televisivo la scoperta che i talk-show si possono fare male come prima ma in smart-working. Si diceva una volta, “la televisione entra nelle case della gente”. Si dirà d’ora in poi: la televisione ci porta nelle case degli ospiti collegati su Skype. Eccoci catapultati a casa di Corrado Augias coi volumi ben sistemati e la libreria in noce massello, o da Scanzi con le tende serrate e foto di Scanzi alle pareti, ecco il “bianco Einaudi”, intonso e ancora incellofanato, alle spalle di Massimo Giannini, o lo squarcio di salone “Stile Impero” di Maria Giovanna Maglie, e le enciclopedie a rate alle spalle di Mastella, la cameretta di Ernesto Galli della Loggia, quella di Red Ronnie piena di vinili e quella da fuorisede di Facchinetti che dice “volgiamo sapere la veritàààààà!”, su su fino a Sgarbi a riposo nella sua alcova dannunziana, sprofondato in poltrone damascate. Tra le migliori immagini degli studi televisivi tristi, solitari y final c’è Magalli, seduto da solo nello studio dei “Fatti Vostri”, circondato da sedie vuote, immerso nel consueto fondale italiano con squarci da cartolina del Golfo di Napoli, come una versione mediterranea delle solitudini urbane dei quadri di Hopper. Tutti senza cerone, senza trucco, le luci sbagliate (tutti invecchiati, come noi del resto in questi giorni). Tutti fuori sincrono, tipo “Fuori Orario” di Enrico Ghezzi, le conversazioni che cadono.


Il miglior format del coronavirus italiano è la conferenza stampa della Protezione civile. I nostri nuovi “vespri”


 

D’altro canto, i nuovi ospiti sono i virologi. L’opinionismo sanitario ha sostituito la politica, il che non necessariamente è un male, anche se litigano tra di loro proprio come quelli della casta e dell’anticasta. Solo non si capisce come mai tutti gli insigni epidemiologi e direttori di reparti di malattie infettive si colleghino sempre da casa o dall’ospedale mentre Burioni è fisso in carne e ossa da Fazio (che abbia una superautocertificazione? Bisognerà indagare). Preparandosi al default, la televisione punta a una nuova economia circolare a costo zero; “Raccontateci le vostre storie e mandateci i vostri video”, come recita l’appello di Myrta Merlino che va in loop su La7, il resto lo fate voi. E’ la tv fatta in casa. Non c’è trucco, non c’è parrucco. La televisione insegue i complotti globali e i vocali su whatsapp, con la loro sfilza di farmaci prodigiosi per guarire dal coronavirus. Ci pensa subito Giletti, che d’altro canto, in piena emergenza, invita in trasmissione il guru Panzironi, messo lì in controprogrammazione con Burioni da Fazio, scienza vs antiscienza, la nuova variante batterica dello schema “popolo contro élite”. “Quando ho visto che Repubblica ha pubblicato il video del farmacista laziale che parlava con entusiasmo dell’Avigan, farmaco antivirale”, spiega Giletti, “essendo subissato da persone che mi chiedevano se fosse attendibile, ho contattato alcuni medici giapponesi per avere una serie di chiarimenti’’. Mario Giordano cavalca invece il filone Tgr Leonardo, altro miraggio cospirativo-televisivo rilanciato sulle chat di whatsapp che racconta la sperimentazione in un laboratorio cinese, già smentita da autorevoli fonti scientifiche (anche perché lo sanno tutti che il coronavirus è stato creato a Bibbiano). A “Fuori dal coro”, Mario Giordano ha rimpiazzato il pubblico con tanti palloncini che hanno la forma del coronavirus e tricolori appesi alle pareti. Anche per lui è difficile staccarsi dal passato: “Gli immigrati non si ammalano, ma perché?” domandava giusto l’altro giorno al povero professor Massimo Galli collegato dal Sacco di Milano che subito gli rispondeva: “Vede, gli immigrati sono spesso giovani e sani, non vecchi come noi, me compreso” (alla parola “immigrati” però un fremito, un ricordo lontano, già sbiadito, come avessero scomodato un tema dell’Ottocento). Anche il Salvini televisivo, d’altro canto, non cambia format: dopo il capo ultrà col trattore, il poliziotto cattivo, l’esistenzialista francese per la campagna emiliana, ecco che finalmente ritrova la sua prima vocazione di medico in corsia. Mascherina, maglione carta da zucchero, color “camice da paziente” auricolari posizionati come uno stetoscopio.


Chissà quali conseguenze avrà sul mercato televisivo la scoperta che i talk-show si possono fare male come prima ma in smart-working 


E’ il coronavirus d’altronde che ci chiede di reinventare la nostra vita. Infine, la galassia Barbara D’Urso. Si butta prima sul “trash responsabile” denunciando aperitivi e corse nei parchi. Apre quindi al nuovo genere “trash virologico”, avvalendosi del contributo di Melania Rizzoli, medico, vedova di Angelo e ospite storico di Domenica Live. Capitalizza per prima (e speriamo ultima) i flashmob sui balconi. Manda inviati in giro per “l’Italia dei balconi” e poiché in tv non ci sono più gli applausi li fa fare a comando dai balconi, guidandoli come un direttore d’orchestra, “fatemi sentire Palermo”, “datemi Napoli”. Barbara D’Urso capisce gli italiani, incoraggia il loro naturale talento per il canto e il ballo. “L’anno del virus non finirà con il virus”, ha detto durante una puntata di Domenica Live, “stiamo vivendo un momento speciale che ci porterà a una ricostruzione. Io prima di venire qui cantavo a squarciagola l’inno sul mio balcone”.