Le nostre giornate di quarantena immersi nel flusso televisivo

Massimo Bernardini

Costretti a casa facciamo il passare il nostro tempo accompagnati dall'informazione h24. Ma questo torrente di parola/immagine ci serve veramente?

Ogni tanto racconto ai miei fantastici colleghi di Tv Talk, tutti più giovani di me, che c’è stato un tempo, fino alla fine degli anni 80, in cui la tv si fermava intorno a mezzanotte, per ricominciare la mattina dopo fra le 10 e mezzogiorno. E che ce n’è stato anche un altro in cui a nessuno, nel mondo, veniva in mente di fare informazione 24 ore su 24 (in Italia fu la Rai a cominciare nel ‘99 con RaiNews24, ben 19 anni dopo la nascita negli Usa di Cnn).

Eravamo poco informati, male informati, disinformati? Forse, ma eravamo pur sempre, almeno in Occidente, delle società democratiche, plurali, ricche di testate giornalistiche in gran parte fiorenti. E appena prima di quegli anni 80 venivamo freschi dalla rivoluzione delle “radio libere”, quelle che avevano definitivamente archiviato il monopolio statale rendendo “libera la mente”, come cantava Eugenio Finardi.

 

Oggi, in queste lunghe giornate da reclusi volontari cui ci costringe l’epidemia, possiamo valutare meno distrattamente l’utilità reale, per le nostre vite, di questo flusso di intrattenimento (“passatempo”, lo definisce la Treccani, ed è esattamente quello a cui servono in questi giorni i media: far passare il tempo), che mai tuttavia vorremmo confondere con la indispensabile, sacra, inviolabile “informazione”.

 

I suoi protagonisti, i giornalisti (noi, in fondo: resto un professionista con tanto di tesserino dell’Ordine e persino di iscrizione al sindacato, anche se nessuno da anni mi offre più un contratto di quella tipologia), si sentono ormai - i migliori con un filo di humour - dei sacerdoti, qualcuno cui è stato dato il crisma professionale del racconto, dell’analisi, dell’interrogazione, della critica dei fatti.

 

Oggi, si dice, i giornalisti sono in prima linea (io no, io sono chiuso in casa come il resto degli italiani, avendo deciso la Rai che per ora il mio apporto non è indispensabile), esattamente come la sanità e le istituzioni. E il flusso che producono pare sia da considerare indispensabile come il pane, come le medicine, o come quel minimo di calore umano che riusciamo ad offrirci, anche se obbligatoriamente “online”. Ma è davvero un flusso a così alto valore aggiunto? In questi giorni posso valutarlo come mai mi era accaduto prima, ora dopo ora, in diretta.

 

Vi descrivo, per quel che vale, la mia dieta mediatica quotidiana, dopo il primo momento di “grande bouffe” che mi ha preso nei primi giorni di riposo forzato: GR1 Rai delle 7 o delle 8 (la sveglia silente sul comodino è una delle conquiste del momento); Tgr di Radiorai Lombardia alle 7:15; rassegna stampa di Radiotre in differita, parte finale di quella di Radio Radicale e poi Pagina Tre, rassegna culturale da web e giornali di Radiotre (mia moglie, reclusa con me, queste due ore di chiacchiere amplificate comincia a soffrirle). Poi lettura online delle prime pagine di 16 quotidiani italiani e 11 stranieri (con eventuale acquisto di qualcuno di loro), lettura online di 4 quotidiani italiani (fra cui il Foglio) più il New York Times e infine lettura sempre online della rassegna stampa Rai. Nulla durante la giornata, se non qualche strisciata aggiornata dell’Huffington Post, e infine un Tg serale, in questa temperie Tg3 o Tg1 accompagnato o preceduto dalla TGR. Infine GR1 finale della mezzanotte.

 

Dieta varia e cospicua come vedete, ma che fa a meno dell’informazione di flusso ed in fondo è quella di un giornalista sessantenne che preferisce il pdf del giornale in edicola agli aggiornatissimi siti degli stessi organi. Fossi ancora nella mia redazione giornalistica di vent’anni fa sarei probabilmente fuori dal mondo.

 

Ma torniamo al flusso, il benedetto flusso. Se non mi ricordassi benissimo che la rivoluzione della tv h24 nasce soprattutto con l’esplosione delle emittenti commerciali (più ore di palinsesto a disposizione di nuovi inserzionisti) direi che è la strada costosissima e senza ritorno che ha inevitabilmente compromesso la qualità della tv italiana e mondiale (cfr: in questi giorni mi è capitato di vedere alcuni frammenti del “The Judi Garland Show”, 26 magnifiche puntate di 60’ che occuparono il prime time della Cbs nella stagione ‘63/‘64, fra i producer un certo Norman Jewison, e che alla fine furono chiuse perché battute dalla concorrenza del telefilm western “Bonanza”, alla stessa ora su Nbc. Che nostalgia!).

 

Il flusso, si dice, rende l’informazione disponibile all’ora che vuoi, quando vuoi, in diretta con la realtà. Che in pratica vuol dire sorprendere il farsi di un avvenimento, fra anticipazioni e indiscrezioni magari poi smentite, che seguendo un antico rituale la maggioranza degli italiani può trovare ormai assodato nel proprio TG di prima serata. Sugli effetti ansiogeni del flusso di notizie negli ultimi decenni ci sono per ora pochi studi: so però dell’influsso che ha avuto su tanti nei primi giorni del coronavirus: niente di buono.

 

Ma il flusso, allargandolo alla tv generalista di questi giorni, una sorta di continuo infotainement, si dice faccia compagnia, che sia friendly soprattutto verso gli anziani. Parliamone, dei nostri vecchi. Se facciamo professioni totalizzanti li abbiamo lasciati, come non si faceva nelle famiglie in cui siamo cresciuti, alle care, preziose badanti; le quali per sopravvivere li lasciano gran parte della giornata incatenati davanti al suddetto flusso televisivo. Esattamente come si è fatto coi nostri figli alla nascita dei vari “channel” per ragazzi: un flusso “benefico” (soprattutto per noi), magari con tanto di avvallo di educatori alla moda.

 

Tutta sbagliata allora la dieta tv di flusso in queste giornate di coronavirus? Servirebbe di più rileggere i “classici” nel silenzio delle nostre camerette (vallo a dire a chi ha i figli a casa da scuola e ha già esaurito ogni possibilità di stancarli)?

Il flusso, in realtà, ha segnato come presa di coscienza non poche giornate chiave della nostra storia recente: ricordo nel 1978 la mia drammatica, solitaria giornata di studente la mattina della strage di via Fani, incollato a una lunga diretta della radio; o gli sguardi stravolti che ci scambiammo in redazione davanti al lungo attacco alle Twin Towers, l’11 settembre del 2001. Flusso come esperienza collettiva e come punto fermo nella nostra esistenza. Dunque punto “eccezionale”, non normale appunto, non ripetibile, possibilmente. Ma invece oggi divenuto normale, abituale, di normale consumo.

 

Torno alla domanda iniziale: ci serve, questo torrente di parola/immagine? È davvero utile alle nostre vite in giorni di coronavirus?

Mi viene in mente un grande poeta moderno del secolo scorso, Thomas Stearns Eliot, che pone a sua volta altre domande: “Dov'è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza? Dov'è la conoscenza che abbiamo perso nell'informazione?”. Era un allarme, nella stagione in cui radio e giornali vivevano la loro prima effettiva esperienza di massa, un richiamo. Ogni giornalista può giudicarne da sé la pertinenza e validità anche oggi.

 

Io comunque cent’anni dopo, cittadino degli anni Venti del 2000 alle prese con un’esperienza mai vissuta prima, anche domattina leggerò i miei giornali non cartacei, ascolterò la radio e ad una certa ora aspetterò curioso il mio Tg, affidandomi ai tanti colleghi sul campo che, quasi tutti, fanno mirabilmente il proprio lavoro in tempi difficili. Ma visto che ho tempo, rileggerò, riascolterò o scoprirò, in rete o nella mia libreria di casa, qualcosa d’altro, qualcosa di nuovo o di antico. Che getti un po’ di luce su quello che ci sta capitando e lo renda più sopportabile. Mi sembra la cosa più urgente.

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