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Il lavoro poco agile del comico

L’ansioso che si sente finalmente a proprio agio, la catastrofe che solo in Italia incontra il catastrofismo e altri atti di mitomania. Sprazzi di ridicolo al tempo del Covid-19

18 Marzo 2020 alle 10:17

Il lavoro poco agile del comico

Foto LaPresse

Uno sguardo d’autore sulla vita che cambia con la diffusione del coronavirus, l’emergenza sanitaria, la paura del contagio, l’Italia “chiusa in casa”. E’ quello che il Foglio propone con una serie di storie di scrittori e foglianti. In questa pagina, il racconto di Saverio Raimondo. Romano, 36 anni, Raimondo si esibisce da una decina d’anni come stand-up comedian in tv, alla radio e sul web (anche in questi giorni con “Covid Late Night” su YouTube). “Io esisto. Babbo Natale vuota il sacco” (DeA Planeta, 2019) il suo ultimo libro. Per “Io e il virus” abbiamo già pubblicato i racconti di Antonella Lattanzi (11 marzo), Aurelio Picca (12 marzo), Nicoletta Tiliacos (13 marzo), Francesco Permunian e Giacomo Poretti (14 marzo).


  

Sono notoriamente un soggetto ansioso. Molto ansioso: mi alzo più volte la notte a controllare che la porta di casa sia chiusa; impilo i dizionari sopra il coperchio del water per timore che escano i topi; ho paura dell'aereo -non solo quando volo: mentre cammino per strada ho paura che un aereo mi precipiti addosso. E così, da quando c'è il Covid19 tutti mi scrivono, mi chiamano, mi chiedono come sta un ansioso come me con una pandemia nell'aria. (Sospetto che anche il direttore di questo giornale mi abbia chiesto di scrivere questo pezzo solo per sapere come sto, e ridere di me).

 

Ebbene, la verità è che proprio perché sono un soggetto ansioso, io in questo periodo sto bene. Anzi, per la precisione io sto meglio: in un clima di panico e incertezza generale, quando le persone sono tutte allarmate, spaventate, preoccupate, un ansioso come me si sente finalmente a proprio agio. Mi sento inserito, capito, integrato nella società. Io sono 36 anni che dico che moriremo tutti! Sentire che adesso lo pensano anche gli altri, mi rilassa.

 

Non sto scherzando: da quando c'è il coronavirus la mia vita non è cambiata. Innanzitutto, io mi sono sempre lavato le mani. Compulsivamente. Tipo che quando mi lavo le mani, dopo mi lavo le mani. Scoprire che questo mio tic fa di me un cittadino modello agli occhi dell'Iss, dell'Oms e di Burioni mi alleggerisce dal senso di colpa per l'impatto ambientale delle mie abitudini. Sì perché questa sarà anche un'emergenza sanitaria, ma è un grande momento per l'igiene personale: non ho mai visto mani così pulite come in questo periodo. Vediamo il lato positivo della cosa: con questa emergenza la gente sta tornando a lavarsi, e credo tornerà di moda anche farsi uno shampoo – una vera e propria emergenza nazionale, specie nel mondo dell'indie. Anche questo fatto di non doversi più toccare occhi, naso e bocca non ha cambiato la mia vita. Posto che da quando non si possono più toccare mi viene in continuazione prurito alla faccia – persino alle labbra! – io del mio corpo ho sempre preferito toccarmi altro.

 

L'unica abitudine che ho dovuto cambiare è stata tossire: l'ho sempre fatto nella mano, spesso chiusa a pugno, come a simulare una fellatio; ora invece bisogna tossire nel gomito. Mi sembra una roba da contorsionista, o da persona che gli viene da tossire e contemporaneamente si deve grattare una spalla; ma anche io adesso da bravo cittadino tossisco nel gomito: così nessuno si prenderà i miei germi mentre io muoio di cervicale.

Ora però prepariamoci, perché a forza di tossirci dentro la prossima emergenza sanitaria saranno i nostri gomiti: sono pieni di germi! Secondo me il prossimo focolaio del virus sarà fra braccio e avambraccio; o come minimo ci verrà a tutti quanti il gomito del tennista di Codogno. Credo che il presidente Conte dovrebbe rivolgere un messaggio alla Nazione per dire ai cittadini che dopo aver tossito nel gomito non si può fare l'italico gesto dell'ombrello, altrimenti è tutto inutile. O forse ci diranno che dobbiamo lavarci i gomiti spesso e bene, almeno 40 secondi a gomito.

 

Anche le norme di restrizione sociale non hanno cambiato la mia vita sociopatica e intimista. Non ho mai sopportato l'abitudine italiana di salutare baciandosi – quando invece per andare oltre il bacio siamo molto meno disinvolti. Salutarsi a distanza? Se io incontro una persona che conosco cambio proprio strada – non adesso che c'è il coronavirus, da sempre. Non mi piace quando le persone mi parlano: bisogna ascoltarle e fare finta che quello che ti stanno dicendo ti interessi qualcosa. Mentre ora grazie al coronavirus la gente ti lascia in pace; e ciascuno di noi può parlare da solo. (Parafrasando Woody Allen, parlare da soli è fare conversazione con una persona che si stima veramente).

 

La mia vita non è cambiata nemmeno adesso che dobbiamo starcene chiusi a casa. Notoriamente il proprio domicilio è il posto più pericoloso in Italia, sia per incidenti che per violenza domestica; ma l'idea del ritiro a vita privata non mi dispiace. Io pratico l'asocialità come scelta civica da ben prima del coronavirus e del decreto #iorestoacasa. Intendiamoci: amo andare al ristorante o a bere un drink da qualche parte, e non vedo l'ora di poter tornare a farlo; ma non sono un grande sostenitore della vita sociale. A cosa hanno portato secoli, millenni di socialità umana? Guerre, massacri, genocidi. E contagi. È meglio se non ci vediamo: i nazisti si vedevano. Prima in birreria, poi nelle piazze, poi in Polonia. E abbiamo visto com'è andato a finire, tutto quell'assembramento lì.

 

E in futuro? Quali nuove disposizioni, nuove ordinanze, nuove restrizioni? L'ansia, si sa, è anticipatoria. Prenderemo ulteriori distanze personali, e ci daremo tutti del Lei? Se ci entrano i ladri in casa non possiamo più farli uscire e ce li dobbiamo tenere? I funerali sono sospesi, ma possiamo almeno seppellire i nostri cari nei vasi di gerani sul davanzale? Sarebbero un ottime concime. 

 

Si può ridere al tempo del coronavirus, in piena emergenza sanitaria globale e con la libertà delle persone limitata persino in democrazia? Per un ansioso che di lavoro fa il comico, sì. E stando alle risate che ho raccolto a Prato due settimane fa, con le battute autobiografiche di cui sopra, da un pubblico disposto a un metro di distanza l'uno dall'altro come da precedente ordinanza, durante quello che sarà il mio ultimo spettacolo dal vivo per chissà quanto tempo, direi che il lato comico della faccenda è condiviso e condivisibile. Perché, con tutto il rispetto e senza nulla togliere all'emergenza in corso, la situazione è ancora una volta “grave ma non seria”: anche nei momenti più drammatici il ridicolo perseguita l'umano come la sua ombra, e se poi quell'umano è anche italiano il ridicolo gli resta addosso come la puzza di fritto.

 

Sarà anche fondamentale, anzi lo è, lavarsi bene le mani; ma il fatto che il presidente del Consiglio italiano sia dovuto andare in tv a dirlo alla Nazione è una gag clamorosa. Ora che il paziente n. 1 è uscito dalla terapia intensiva e respira autonomamente, posso rivelarvi – non senza un pizzico di vergogna per il mio egocentrismo provinciale – di aver riso nello scoprire che fra cene, aperitivi, maratone e partite di calcetto, uno che vive a Codogno in provincia di Lodi ha più vita sociale di me che vivo tra Roma e Milano, tra il Pigneto e i Navigli. Gli evasi dalle zone rosse o gli scappati da casa senza valido motivo saranno anche degli irresponsabili, ma la loro patetica umanità oltre che pericolosa è anche buffa – specie chi, come è successo, scappa dalla quarantena per andare a sciare e sulla pista casca e si rompe il femore. Il senso di sollievo che provano gli under 30 di sana e robusta costituzione nel sapere che “muoiono solo i vecchi” sarà anche disumano e cinico ed errato, ma fa ridere – di un riso a denti stretti, visto che “i vecchi” sono il nostro welfare e se morissero gli under 30 andrebbero in default. Questi flash mob sul balcone per cantare o applaudire saranno anche commoventi e fanno tanto comunità, ma se già al terzo giorno di isolamento domestico sentiamo la necessità di affacciarci e gridare al mondo POO-PO-PO-PO-PO-POO-POO, fra solo due settimane cosa ci ridurremo a fare? Gara di rutti con tutto il vicinato?

 

È ridicolo chi, suggestionato dal fatto che stiamo vivendo la più grande crisi nazionale dal dopoguerra, con leggi speciali e un'economia in macerie, per il solo fatto di stare a casa e non uscire si senta un eroe e si paragoni ai Partigiani. Già la reductio ad Hitlerum applicata a un virus fa molto ridere (e serpeggiano i primi revisionismi del tipo “Il Covid19 ha fatto anche cose buone”); ma paragonare il lavaggio delle mani e la rinuncia alle apericene alla Resistenza sui monti è il più ridicolo atto di mitomania di massa nella Storia di questo Paese. E prepariamoci, perché se tanto mi da tanto quando tutto ciò sarà finito il nostro mito di noi stessi ci trasformerà in “superstiti dell'Olocausto virale”: e allora Giornata della Memoria, Il Diario di Anna Franchi (toccante testimonianza sulla didattica a distanza), Spallanzani's List.

 

Ma i più ridicoli siamo noi, uomini e donne di spettacolo o di cultura: musicisti, scrittori, comici, io in primis. Ci siamo ritrovati senza un lavoro (spettacoli dal vivo annullati, riprese saltate, programmi tv chiusi, niente libri o dischi da promuovere), tutti in crisi d'astinenza da lucina rossa, tutti orfani dell'applauso (ora si fa a medici e infermieri), ma soprattutto tutti con il panico che la gente si dimentichi di noi e del nostro ego. E allora tutti in diretta tutti i giorni, ciascuno dalla propria casa più o meno squallida, ciascuno con il proprio format più o meno originale, chi su Instagram, chi su Facebook, io su YouTube; come se non ci fossero già abbastanza contenuti da vedere su Netflix, Amazon, RaiPlay e adesso che è free anche su PornHub Premium -contenuti per altro scritti e girati meglio delle nostre dirette, porno amatoriali compresi. Tutti in webcam, professionisti e non, famosi e non, con la scusa di divertirsi, di fare compagnia, di passare il tempo; ma in realtà con il desiderio più o meno inconscio di approfittare della situazione per un po' di visibilità, di notorietà, di followers -mentre un pensiero inquietante ci fa rabbrividire: “Ma se siamo tutti in diretta, chi ci guarda?”. Spacciamo la nostra noia come intrattenimento contro la vostra, il nostro non riuscire a stare fermi per un invito a starci voi; ma in realtà siamo solo miserabili avvoltoi che volteggiano sul vostro tantissimo tempo libero.

E ora scusatemi, ma ho una diretta su Facebook.


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