Il deserto del virus

Nicoletta Tiliacos

Le vedette ci avevano avvertito che prima o poi una pandemia sarebbe arrivata, ma non ci siamo preparati. L’umiltà ritrovata della scienza, la dura lezione dell’ordine sparso

Uno sguardo d’autore sulla vita che cambia con la diffusione del coronavirus, l’emergenza sanitaria, la paura del contagio, l’Italia “chiusa in casa”. E’ quello che il Foglio propone con una serie di storie di scrittori, e foglianti, come in questo caso. Nicoletta Tiliacos ha fatto parte della redazione del Foglio dal 2003 al 1015. Prima è stata, per dodici anni, redattrice del mensile La Nuova Ecologia.

Puntate precedenti: Antonella LattanziAurelio Picca.

  


 

Poche settimane fa, quando il coronavirus sembrava una minaccia ancora esotica e remota, potevano venire in mente considerazioni, viste col senno di poi, piuttosto frivole. Più che alla solita peste manzoniana, il pensiero correva al Decamerone. A quei dieci giovani allegri e ciarlieri, già al riparo dal morbo mortale sulle colline sopra Firenze, che per passare degnamente il tempo – e senza mai omettere, al sabato, gli esercizi spirituali – si raccontavano storie licenziose, stravaganti e, a volte, perfino edificanti. Ma se la terribile peste del Trecento ha fornito la cornice e l’occasione all’opera del Boccaccio, cosa avremmo dovuto aspettarci dall’epidemia dei nuovi anni Venti? Al massimo grandi affari per Netflix, dicevamo ridacchiando, mentre s’improvvisavano pantomime con amici e conoscenti, incontrati di proposito o per caso: ci baciamo? Ci abbracciamo? Meglio di no? Ma sì, abbracciamoci, alla faccia del coronavirus!

 

Preoccupati, forse anche terrorizzati, ripensiamo ora con rimorso a tutti quei contatti umani ai quali sarebbe stato prudente rinunciare. Ripassiamo con ansia le volte in cui, arrivati a casa, non ci siamo subito precipitati a lavarci forsennatamente le mani ma abbiamo traccheggiato, salvo ripensarci cinque minuti dopo esserci stropicciati gli occhi. Niente panico, per carità. Ma è innegabile che, almeno fino a un certo punto, le comunicazioni, gli ordini e i contrordini di autorità, esperti e conduttori di talk-show non hanno aiutato a mettere a fuoco quello che poteva succedere ed è successo, cioè l’attuale catastrofe con coprifuoco in tutta Italia. Cacofonie, battute, punzecchiature e mai due illustri intervistati che dicessero o proponessero la stessa cosa, mentre gli inviti a ripopolare gli happy hour di Milano, ché siamo più forti del coronavirus, si sovrapponevano nello stesso giorno ai paralleli inviti a barricarsi in casa e a non aprire nemmeno ai congiunti. La politica, di governo e di opposizione, ha seguito per un po’ – un po’ troppo – l’onda, scegliendo di volta in volta la versione più utile o magari più nociva all’avversario politico del momento.

  


Quando finirà? E come sarà sconfitto il Covid-19? Sappiamo, socraticamente, che ancora troppe sono le cose che non sappiamo. Certo, non siamo i figli del Medioevo, ma ci sentiamo anche noi abbandonati al destino come un antenato alle prese con la peste


 

Bisogna tuttavia ammettere che, tutti noi, alle autorità e agli esperti abbiamo chiesto cose che stavolta non potevano offrirci: certezze assolute, tempistica perfetta, previsioni millimetriche, rassicurazioni e indicazioni infallibili. Oggi sappiamo – oggi, non quindici giorni fa e tantomeno un mese o due fa – che tra dicembre e gennaio il coronavirus era già espatriato dalla natìa Cina ed era arrivato in Europa, dove nessuno poteva ancora rendersene conto, perché nessun allarme era partito dal luogo originario e perché il Covid-19 si confondeva, per sintomi ed esiti, con la normale influenza stagionale. Nessuno poteva sapere che, mentre si almanaccava sulla chiusura dei voli dalla Cina, in Germania c’era già da gennaio un contagiato, e vai a ricostruire la marcia del coronavirus da lì in poi. Nemmeno oggi, mentre qualcuno parla ancora di legge marziale per tenere la gente a casa, magari con la supervisione della Nato, e mentre la rivista scientifica Lancet elogia le misure militari e drastiche della Cina e rimprovera l’Europa che continua a non fare abbastanza (cioè a non imitare la Cina, par di capire), nemmeno oggi, si diceva, possiamo prevedere quando ci sarà in Italia il picco dei contagi – lo ha ammesso domenica scorsa il direttore dell’Istituto superiore di Sanità, nel giorno orribile dei 133 morti in Lombardia – e quando l’epidemia comincerà finalmente la fase discendente e sarà domata. Prima o poi lo sarà, su questo sono tutti d’accordo. Il problema è “come” ci si arriverà, alla sconfitta del coronavirus. Quanto al “chi”, ci attestiamo sulla battuta del vicino di casa ottantacinquenne: “Altro che dal mercato di Wuhan, me sa che il coronavirus è scappato dai laboratori dell’Inps”.

 

Lo so, c’è poco da scherzare. Anche perché sappiamo, socraticamente, che ancora troppe sono le cose che non sappiamo di Covid-19. Certo, non siamo i figli del Medioevo che brancolano nel terrore oscurantista dei “miasmi” o dei malefìci ritenuti responsabili delle epidemie. Ma non si riesce a trovare traccia, in questi mestissimi e concitati giorni, di quella baldanza novecentesca che faceva credere in una scienza capace del controllo totale sulla realtà. La scienza, semmai, dà in questi giorni una sana prova di umiltà e ripete sempre più spesso parole che alle nostre orecchie profane suonano tuttavia poco rassicuranti: “Non possiamo sapere”. E allora ci sentiamo anche noi abbandonati al destino come i nostri antenati alle prese con la peste, al netto delle mani lavate e dell’autosegregazione casalinga, e cioè come dovevano sentirsi gli ateniesi dei tempi di Pericle o gli europei all’epoca della spagnola o anche i contagiati dall’asiatica, nel 1957 (trentamila vittime solo in Italia. Avevo tre anni, non posso ricordarla, ma la sorellina neonata passò tre giorni tra la vita e la morte). Scopriamo la verità di quello che scriveva Elias Canetti in “Massa e potere”. Durante le epidemie, gli esseri umani “sono testimoni del massiccio progresso della morte che ha luogo sotto i loro occhi. Essi si trovano nella condizione di partecipanti a una battaglia che dura più a lungo di tutte le battaglie conosciute. Il nemico però è nascosto, sempre invisibile; non lo si può colpire. Ci si può aspettare soltanto di esserne colpiti”. Per questo, quando avveniva il miracolo di una guarigione, scrive Tucidide che della peste ateniese fu testimone e alla peste sopravvisse, i guariti “si sentivano così privilegiati da credere che anche in futuro non sarebbero più potuti morire di malattia”. Per inciso, con Covid-19 nemmeno questa soddisfazione. Se ti ammali e guarisci potrai riammalarti (è la famosa “ricaduta”), forse in modo più mite. Forse, perché nemmeno questo è sicuro.

 

Eppure gli esperti avevano previsto tutto. Sapevano che una pandemia molto seria e senza cura immediatamente praticabile non avrebbe tardato a manifestarsi, bastava fare due più due. Come nel fortino del “Deserto dei tartari”, con il tenente Drogo in perenne vedetta, frotte di virologi ed epidemiologi e di insigni divulgatori, con la mano a visiera a farsi ombra sulla fronte, negli ultimi anni avevano detto, scritto e avvertito che dovevamo aspettarcelo, prima o poi, perché l’orizzonte appariva inquieto e perché il mondo globalizzato, insieme con mille fantastiche opportunità, offre le stesse fantastiche opportunità ai nuovi virus che vogliano colonizzare il pianeta. Nuovi per modo di dire, magari sono antichi quanto il mondo, solo che in precedenza se ne stavano ben rintanati e innocui nelle loro nicchie naturali. E per colonizzare il pianeta i virus passano attraverso alcuni gentili ospiti, che saremmo noi, imbarcandosi senza passaporto e senza check-in sui nostri comodi aerei. Prima o poi la pandemia feroce arriverà, si diceva e si leggeva, ma in troppi l’hanno presa per fantascienza. Abbiamo tutti sperato nel poi, ha vinto il prima. La Sars era stata un avvertimento. Ebola, con il suo ottanta per cento di mortalità tra i contagiati, era stato un altro terribile segnale. In tanti scopriamo solo oggi che la previsione della virologa Ilaria Capua, la quale parla di “sciame virale che attraverserà la terra”, ha mille accreditati sostenitori, come ha spiegato perfettamente Tom Whipple sul Times (tradotto dal Foglio il 3 marzo).

 

Domanda ingenua: possibile che, con tutta la conoscenza messa in campo e con frotte di costruttori e lettori di algoritmi a disposizione, nessuno abbia immaginato di doversi preparare all’arrivo dei tartari? Non parlo dei poveri presidenti di regione e dei prefetti e nemmeno dei singoli governi, abituati a procedere in ordine sparso perché ne hanno facoltà e temono le Borse. Parlo della solita Europa, afasica e nuda nella sua sostanziale inutilità, nel caso in questione, e di coloro che dovrebbero immaginare politiche sanitarie in grado di adeguarsi alle minacce (il fatto che l’Italia possa contare su cinquemila posti in rianimazione e basta mal si coniuga con le previsioni e le consapevolezze scientifiche di cui sopra). Prendo in prestito le parole della mia amica Assuntina Morresi, che i lettori del Foglio ben conoscono, la quale l’ha scritto con la solita chiarezza: “Che potesse arrivare una pandemia di questo tipo lo sappiamo da un pezzo, eppure non ci siamo preparati: un’epidemia si affronta con un coordinamento continentale, ci doveva essere nel cassetto un piano di emergenza, così come in ogni edificio pubblico c’è un piano di evacuazione. E il cassetto doveva essere europeo, e a cascata anche nazionale. E dico, anche agli amici del lombardo-veneto che s’inalberano se si tocca l’autonomia regionale: ci sono ottimi modelli di federalismo, dagli Stati Uniti alla Germania, ma pensarlo in termini autarchici è fuori dal mondo. L’architettura istituzionale deve tenere conto della globalizzazione, altrimenti il sistema diventa troppo fragile, e al primo imprevisto non regge. Dobbiamo fare tutti uno sforzo per capire questo mondo nuovo: possiamo cambiare molte cose e dovremo farlo, ma indietro non si può più tornare”.

 

La dura lezione dell’ordine sparso la stiamo imparando ora, giorno dopo giorno, bollettino ferale dopo bollettino ferale, e non consola sapere che probabilmente siamo solo l’avanguardia europea e mondiale di una pandemia che colpirà duramente tutti. Il mondo nuovo, per chiamarlo alla Huxley, è questo in cui viviamo e non ce ne eravamo accorti.

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