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La gestione del coronavirus mostra l’illusorio fascino dei regimi autoritari

Contrastare la pandemia è possibile anche senza rinunciare alla trasparenza e al rispetto effettivo

22 Marzo 2020 alle 06:11

La gestione del coronavirus mostra l’illusorio fascino dei regimi autoritari

foto LaPresse

Nel corso degli anni Trenta del secolo scorso, dopo il primo conflitto mondiale e la crisi economica del 1929, molti ritennero che solo i regimi autoritari potessero fornire soluzioni adeguate ai bisogni della vita associata. Di fronte alla decrescita del potenziale produttivo e al trauma della perdita del lavoro o della sua mancanza, le democrazie liberali parvero loro inadeguate, superate. Ma le democrazie liberali riuscirono, a prezzo di duri sforzi e di mutamenti, a coniugare le esigenze della libertà e della giustizia sociale meglio di qualunque altro regime politico, prevalsero sulle dittature.

 

Anche adesso, di fronte a una crisi sanitaria d’indiscutibile gravità e diffusa ormai ovunque, non sono pochi quanti guardano con favore alle misure prese dal governo cinese per contrastare la crisi, per ridare slancio all’economia. Tuttavia, come gli esperti della cultura e delle istituzioni cinesi hanno sottolineato, è sbagliato pensare che quelle misure possano essere imitate, che altrove si debbano introdurre – per editto – poteri speciali. Le differenze culturali e degli assetti istituzionali lo rendono improponibile. Due aspetti cruciali valgono a chiarirlo: la gestione delle informazioni disponibili all’interno e i rapporti con gli altri stati.

 

Nei paesi occidentali, da lunghi anni, la trasparenza è un bene in sé, irrinunciabile. Serve, ovviamente, ai cittadini e a tutte le formazioni sociali, incluse le imprese, per valutare la conformità dell’azione governativa ai principi fondamentali e agli obiettivi dichiarati. Serve, almeno in una certa misura, anche a chi governa: un’amministrazione “opaca”, alla lunga, non garantisce nemmeno che le direttive dei responsabili politici siano attuate. La lucida analisi svolta da un esperto delle istituzioni cinesi, Dali Yang, sul Washington Post del 10 marzo lo dimostra efficacemente. All’inizio dell’anno, gli amministratori locali omisero di fornire informazioni essenziali sia ai propri cittadini, sia ai governanti nazionali, per evitare d’indispettirli. Ammonirono e punirono i medici che cercavano di dare l’allarme. Ritardarono così l’acquisizione della consapevolezza della natura del problema e, con essa, l’adozione dei possibili rimedi. E’ auspicabile che quegli amministratori siano rimossi e chiamati a rispondere delle loro azioni e omissioni, ma il problema di fondo è la natura stessa di un regime autoritario. Il divario rispetto a un altro Paese della stessa area, la Corea del Sud, non potrebbe essere più evidente. Quest’ultimo ha fornito ai propri cittadini un elevato grado di trasparenza, ottenendo in cambio la loro collaborazione spontanea, senza bisogno di far intervenire alcuna milizia.

 

Un regime autoritario è, inoltre, per sua natura indotto a trasgredire i vincoli che esso stesso ha accettato nei rapporti internazionali. Un esempio è quello degli accordi sino-inglesi del 1984 riguardanti lo status di Hong Kong. Fondati sul principio “un paese, due sistemi”, quegli accordi permisero alla Cina di affermare la propria sovranità sul territorio di Hong Kong nel 1997, a patto che essa lasciasse inalterati, fino al 2047, l’economia di mercato capitalista e lo stile di vita che ne erano propri. Garantirono espressamente la libertà di espressa e quella di riunione. Ma il rispetto di quegli impegni è stato messo in discussione ben prima della scadenza concordata. Tre anni or sono, un portavoce del ministero degli Esteri cinese affermò che gli accordi del 1984 erano superati, non vincolanti. Lo scorso anno, quelle libertà sono state conculcate. Un altro esempio riguarda i trattati sul commercio internazionale. Essi prevedono regole cui tutte le parti contraenti devono attenersi e procedure di arbitrato per risolvere eventuali controversie. Il governo cinese, attualmente, è chiamato in causa in ben 23 casi dagli Stati Uniti d’America, in 9 casi dall’Unione europea, in 4 dal Canada e dal Messico, in 2 casi dal Giappone.

 

La lezione che può trarsi da questi fatti è semplice. Se si vuole contrastare il virus, lo si può fare senza rinunciare alla trasparenza e al rispetto effettivo – non meramente formale – degli obblighi di informazione e cooperazione a livello internazionale.

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