Come la peste

Francesco Permunian

Ci siamo rimessi, anima e corpo, all’agioterapia! Confidando così nel soccorso dei santi guaritori che quassù, nelle terre del Garda per secoli e secoli governate dalla Serenissima, per fortuna non sono mai mancati

Uno sguardo d’autore sulla vita che cambia con la diffusione del coronavirus, l’emergenza sanitaria, la paura del contagio, l’Italia “chiusa in casa”. E’ quello che il Foglio propone con una serie di storie di scrittori e foglianti. Qui trovate un diario dei giorni del Covid-19 di Francesco Permunian. Scrittore e poeta, Permunian ha 69 anni e vive da tempo a Desenzano, sul lago di Garda. “Sillabario dell’amor crudele” (Chiarelettere, 2019) è il suo più recente romanzo. Per “Io e il virus” abbiamo già pubblicato i racconti di Antonella Lattanzi (11 marzo), Aurelio Picca (12 marzo) e Nicoletta Tiliacos (13 marzo).

 


  

Sì, lo ammetto: in quest’epoca di globalizzazione sfrenata in cui, cadute le frontiere nazionali, tutti corrono dappertutto – e tutti infettano tutti! – ecco, proprio per questo io ho smesso di viaggiare e mi sono prudentemente rintanato sulle colline che fanno da corona al lago di Garda. In certi anfratti rupestri e isolati – tipo la foresteria dell’eremo di Montecastello, appena sopra Tignale – che sono delle autentiche fortezze in cui rifugiarsi per schivare il flagello della peste attualmente in corso.

  

Tanto per dire, il 21 di febbraio – giorno tra l’altro del mio compleanno – è stato il giorno in cui tutti gli italiani hanno appreso dalla tv del primo decesso “ufficiale” ed è stato dunque a partire dal mio compleanno (che sia un segno del destino?) che qui hanno iniziato a fioccare le disdette dei vacanzieri. Prenotazioni cancellate una dopo l’altra, sia negli alberghi che nei camping, un’impressionante moria di turisti quale non si era mai vista, neppure ai tempi della guerra mondiale.

 

Poco male, direte voi, meno gente in circolazione uguale a meno contagi. E’ vero, ma come dobbiamo affrontare l’emergenza noi gardesani? Quale il modo migliore di difendersi e organizzarsi?

 

Ne abbiamo discusso a lungo in casa, ossia con i miei vecchi genitori e con lo zio Antelmo, che ha una sua personalissima idea in proposito. Lui, per la sua indole da bastian contrario, è sempre stato un complottista, vede congiure e intrighi dappertutto. Pensa ad esempio che il coronavirus sia stato creato a bell’apposta in laboratorio dal governo cinese per infettare il mondo intero. Una sorta di bomba atomica biologica ad altissimo potenziale virale, l’arma finale per conquistare i mercati finanziari di tutto il pianeta.

 

Mia madre, che ha un cuore semplice ed è una bigotta, si è affidata invece alla protezione della Santa Vergine Maria e ha voluto sapere se può fare la comunione a domicilio, senza dover uscire per andare in chiesa. Ho telefonato in parrocchia, ma anche là si naviga a vista. “Siamo in attesa di disposizioni della Curia vescovile”, è stata la risposta. Forse verrà istituito un servizio a domicilio per la Santa Comunione agli infermi e agli anziani, però mancano i preti e, allo stato attuale, sono stati sospesi sia i funerali che i matrimoni. Va a finire che qui si muore per strada e poi ti buttano nei cassonetti della spazzatura, ho pensato. Le onoranze funebri appaltate alla Nettezza Urbana, una morte da topi, ecco la fine che ci attende!

 

Per fortuna mio padre, con il suo senso pratico, ha stilato intanto una lista della spesa. E’ lunga quasi un chilometro, dato che urgono immediati e adeguati rifornimenti in caso di carestia. Oltre alle scuole e alle discoteche, il governo potrebbe ordinare infatti la chiusura anche dei supermercati, ragion per cui il mio papà mi ha ordinato di tirar fuori dal garage il vecchio Doblò Cargo e di partire alla volta dell’Esselunga, da cui sono tornato tre ore dopo carico più di un mulo.

 

Domenica 23 febbraio

 

Dall’alto del Vittoriale, sporgendomi dalla balaustra dei giardini dell’Acqua    Pazza e dell’Acqua Savia, osservo i miei tre cari vecchietti (la mamma, il babbo e lo zio complottardo) mentre escono dal Museo del Divino Infante di Gardone Riviera. Li ho accompagnati subito dopo pranzo per far contenta mia madre, devotissima alla Madonna e al Bambin Gesù. Li sento vociare in lontananza, sembrano dei sonnambuli che si agitano e parlano nel sonno. Un vaniloquio di ombre terrorizzate all’idea di venire infettati dal coronavirus. Mi auguro che si calmino, almeno un po’, dopo questa gita devozionale ai “Bambini della Passione” (*) custoditi nel museo gardesano.

 

Ma non si calmano affatto, anzi… Dopo aver sostato a lungo davanti alle teche dei “Bambini della Passione”, la mia tremebonda famigliola s’è messa in marcia e piano piano, a passettini, mi ha raggiunto al Vittoriale. Dove si è finalmente riposata ai piedi dell’edicola con il busto di San Rocco, il protettore degli infermi da piaghe pestilenziali. (**)

 

Insomma, se non fosse ancora abbastanza chiaro il concetto, vorrei dire semplicemente questo: che noi quattro (io, la mamma e il papà, più quel matto dell’Antelmo) anziché affidarci alla medicina ufficiale, ci siamo invece rimessi, anima e corpo, all’agioterapia! Confidando così nel soccorso dei santi guaritori che quassù, nelle terre del Garda per secoli e secoli governate dalla Serenissima, per fortuna non sono mai mancati. E d’altronde, allo stato attuale, come prestare fede ai dottori? Non sanno più che pesci pigliare e si dovrà attendere perlomeno un anno, così dicono, per produrre un vaccino. Ragion per cui domani o al massimo dopodomani, prima che chiudano i confini regionali (prima che l’esercito scenda in piazza istituendo dei blocchi stradali), ecco che noi ce ne andremo in pellegrinaggio a Torri del Benaco, nella Riviera veronese, e pregheremo davanti alla statua di San Filippo Neri che, nel Cinquecento, liberò il paese da una terribile pestilenza.

 

Al ritorno da Torri, tempo permettendo, faremo una capatina al santuario del Frassino, che è appena fuori Peschiera. E che è un’autentica miniera di ex voto, molti dei quali offerti da chi guarì da ogni tipo di virus. Lebbra e peste comprese, naturalmente. Non dovrei dirlo – meglio non cantar vittoria in anticipo – però dentro di me io nutro la segreta ma ragionevole speranza che, dopo un siffatto tour devozionale a scopo preventivo, la mia stravagante famiglia sarà certamente risparmiata dalle grinfie nient’affatto stravaganti del coronavirus.

 

Domenica 1° marzo, prima domenica di Quaresima

 

Per quanto precaria, la situazione si va tuttavia stabilizzando. Chiusi in casa come dei sepolti vivi, i miei famigliari si sentono, beati loro, ormai relativamente al sicuro. Anche perché abbiamo ammassato viveri per almeno sei mesi, più una grossa damigiana di acqua santa proveniente dal santuario delle Fontanelle. E soprattutto perché, in casi estremi, rimane sempre aperta la via di fuga verso le Alpi, con una temporanea sosta presso l’eremo di Montecastello, tanto per riprendere fiato. Indi, voltando le spalle al Garda, via a rotta di collo verso le Valli Giudicarie e i valichi del Trentino: a quel punto, chi ci piglia più? Voglio proprio vedere se il coronavirus riuscirà a raggiungerci e a infettarci…

 

E’ già tutto pronto, il piano di fuga attraverso conventi e santuari è stato studiato fin nei minimi dettagli. Non dovrei dirlo, ma da tempo ho preso accordi informali con le competenti autorità ecclesiastiche, promettendo loro (per iscritto) un grosso lascito testamentario per le anime dei defunti a causa della peste. 

 

Martedì 3 marzo, Santa Cunegonda

 

Chi sta peggio, sempre peggio, sono invece io. Che, come temevo, sto somatizzando la particolare contingenza di pericolo generalizzato; in pratica, il mio sistema nervoso si sta trasformando in una mostruosa calamita che attira e assorbe tutte le paure del mondo. Anche le più folli e irragionevoli, con relativi disturbi annessi e connessi, specie di natura gastrointestinale.

 

Da giorni sono preda di un malessere generalizzato, caratterizzato da gonfiori di stomaco e spasmi addominali – ai quali si è aggiunta un’insonnia accompagnata da un lungo corteo di incubi e deliri. Il medico di famiglia, che ho subito interpellato, mi ha domandato se soffro di nausea e di capogiri. E se per caso abbia mal di gola e qualche linea di febbre. Gli ho risposto di no, niente nausea o capogiri, né tantomeno febbri o febbriciattole. Al che lui, ritenendomi in buona salute, si è rifiutato di mandarmi al pronto soccorso per eseguire il tampone del coronavirus.

 

“E’ solo un attacco di ansia, stai tranquillo!” ha concluso, prescrivendomi un calmante che funziona pure da sonnifero. Il fatto è che a furia di sentir parlare di morti e appestati dalla mattina alla sera, in tv e su tutti i giornali, io francamente mi sono scocciato. Adesso basta, mi sono detto, adesso mi ammalo anch’io! E di conseguenza ora mi ritrovo col morale sotto i tacchi, terribilmente scoglionato e con un equilibrio psicofisico che si sta logorando a vista d’occhio. Giorno dopo giorno, e di ora in ora. Ed è stato appunto per questa ragione che ieri notte, spinto dall’angoscia e col favore delle tenebre, ho tentato di intrufolarmi al Pronto Soccorso di Brescia, evitando di proposito quello del mio paese. Dove già sanno della mia cronica e conclamata ipocondria, e da cui mi avrebbero probabilmente cacciato in malo modo.

 

Ma non c’è stato nulla da fare, anche al Civile di Brescia mi hanno negato il tampone. Li riservano, i tamponi, per i malati provenienti dalle zone più infettate, specie da quelle della Bassa Bresciana e della confinante Bergamasca. In compenso, mi hanno regalato una mascherina e una confezione di amuchina, convinti che con quel ridottissimo kit antivirale – con quella miserabile elemosina sanitaria, diciamolo pure! – io sarei riuscito a placare la mia ansia. A liberarmi delle mie atroci fobie. “Provi a liberarsene mettendole per iscritto” mi ha suggerito allora un bravo psicoanalista, che ho chiamato verso la mezzanotte appena tornato da Brescia, subito dopo il fallimento del blitz al Pronto Soccorso. Me l’ha illustrato al telefono, lo stratagemma della scrittura, per nulla scocciato che lo avessi svegliato e tirato giù dal letto. Si è però rifiutato di fissarmi una visita per l’indomani.

 

“No, niente più visite ambulatoriali” mi ha comunicato. D’ora in poi i rapporti con i pazienti li regolerà attraverso il computer, tant’è vero che mi ha proposto di inviargli la descrizione dei miei incubi (“il report del suo mal di vivere”, ha specificato) direttamente alla sua mail privata. In sostanza, mi curerà a debita distanza. La parcella però sarà sempre la stessa, ha aggiunto. Sempre e comunque salata. Infine, poco prima di riattaccare il telefono, ha voluto sapere quando e come io avessi avvertito i primi sintomi del malessere. “Prima oppure dopo l’insorgere del coronavirus?” e mi ha ripetuto la domanda per ben due volte. 

 

(*) Nelle raffigurazioni pittoriche e scultoree del Bambin Gesù esiste un intero filone iconografico, nato nel tardo XV secolo, denominato i “Bambini della Passione”. Rappresentano un fanciullo, di qualche anno di età, che regge alcuni simboli della passione quali la croce o i chiodi. Il volto è solitamente carico di dolore e lo sguardo volto verso l’alto in segno di supplica. Ne sono una variante i “Bambini della Passione addormentati”, i quali raffigurano il Bambino che dorme, spesso su un teschio e una croce o con altri strumenti di passione. Sembrano evocare le parole di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: “Dormiva dunque il santo Bambino, ma mentre dormiva, pensava a tutte le pene che dovea patire per amor nostro in tutta la sua vita e nella sua morte. Pensava in particolare ai flagelli, alle spine, alle ignominie, alle agonie e a quella morte desolata che infine dovea patir sulla croce, e tutto mentre dormiva” (Michele Dolz).

 

(**) Alla figura di San Sebastiano, tradizionale punto di riferimento dei sofferenti che trovano nel santo un modello di pazienza e di fiducioso affidamento alla volontà divina, si affiancherà San Rocco, che diverrà un vero e proprio manifesto della politica sanitaria veneziana. Secondo la tradizione, infatti, questo santo, colpito dalla peste, si sarebbe volontariamente sottratto al commercio umano isolandosi in un bosco fino al momento della guarigione, sopravvivendo in questo spontaneo esilio grazie a un cagnolino che gli avrebbe procurato il cibo necessario sottraendolo alla mensa del padrone. Il governo della Serenissima assumerà San Rocco come modello di comportamento che i sudditi avrebbero dovuto imitare, sopportando con consapevole pazienza le misure restrittive a cui lo stato li sottoponeva per il bene della comunità e apprezzando l’impegno con cui il potere pubblico li assisteva e sosteneva durante la malattia, permettendo loro di rientrare in società dopo la guarigione (cfr. Giuseppe Piotti, Il lazzaretto di Salò).

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