Anche per il cinema dopo l'epidemia niente sarà come prima

Marianna Rizzini

Come un’industria fondamentale cerca di non soccombere al virus. Parlano produttori, registi, attori, distributori, esercenti

Roma. A voler ribaltare il mondo già sottosopra che appare davanti ai nostri occhi, mettendoci qualcosa di positivo, il regista Paolo Virzì, pensando al cinema alle prese con il grande blocco da coronavirus, non sarebbe contrario a un “grande rilancio estivo del drive-in, un ritorno a ‘Grease’ per chi, come me, un film in macchina non l’ha mai visto. Però poi rispunterebbe il problema del distanziamento nell’abitacolo, e allora non so”. E insomma, dal confino casalingo che è di tutti, il riso amaro di Virzì non elude il resto: i set fermi, le sale chiuse, l’incertezza sulla fine dell’isolamento, la creatività che si troverà alle prese con la non facile scelta tra l’autobiografismo da virus (gli ostacoli alimentano la materia drammaturgica, ma potrebbero anche soffocarla, dice Virzì), e l’idea di stare lontani il più possibile da una materia che sarà ancora troppo vicina per trasformarsi in storia e già troppo lontana per essere credibile come diario. Fatto sta che l’industria del cinema si trova a un bivio: trasformarsi per sempre in altro da sé, almeno in parte? O resistere fino a un “dopo” dai contorni temporali ancora incerti? Perché se è vero che la richiesta di contenuti è alta, ed è cresciuta – considerata la reclusione collettiva – è anche vero che il “modo costretto” della fruizione, al momento, taglia fuori il luogo tradizionale del cinema: la sala.

 

E se le major (da Disney a Warner) rinviano le grandi uscite all’autunno o addirittura all’estate 2021, e se Universal manda film sulle piattaforme on demand, in Italia ci si interroga sul qui e ora – come sostenere il settore per evitare che il colpo sia troppo forte per poter essere riassorbito – e sulla famosa “fase 2”, che non per tutti sarà sinonimo di vera ripartenza: anche se l’aspetto produttivo potrà riprendere, infatti, come si gestirà, sul fronte delle sale, l’eventuale necessità di mantenere ancora per l’autunno una forma di distanziamento? E se anche si troverà un accordo con le piattaforme, che ne sarà di tutta la parte “dal vivo” che accompagna l’uscita di un film, dai festival alle anteprime? Le star internazionali cercano di dare conforto ai reclusi (Glenn Close con il backgammon online, Anthony Hopkins suonando il pianoforte davanti al gatto), ma la verità è che, al momento, nessuno sa che cosa succederà.

 

Il regista Daniele Luchetti, con un film pronto e “congelato” dall’emergenza sulla via dell’uscita in sala, riflette sul paradosso di questo tempo: “Chiusi in casa, il cinema è come il nostro specchio magico: alimenta il bisogno di ritrovarsi, di farsi comunità, di raccontarsi. Un bisogno primario mai così forte, per un settore mai così in crisi”. E’ una crisi contingente, imprevedibile, ma, dice Luchetti, “per evitare di soccombere, in attesa di poter tornare al nostro rito collettivo – la sala – dobbiamo fare tre cose: evitare ogni snobismo verso le piattaforme; detassare il più possibile, come è stato fatto per esempio in Argentina con il teatro, e mettere in sicurezza l’esercizio. E per ‘togliersi lo snobismo’ intendo anche valutare l’ipotesi di fare alcune anteprime a pagamento su piattaforma”.

 

Intanto, in Italia, nascono iniziative di solidarietà: il portale Cinemagazine web ha dato notizia dell’avvio lavori (da casa) del documentario “Il cinema non si ferma”, docufilm realizzato via smartphone da attori, produttori e registi, i cui proventi andranno alla Protezione civile, e Netflix e le Italian Film Commission hanno annunciato la creazione del Fondo di sostegno per la tv e il cinema nell’emergenza, con “l’obiettivo di fornire supporto emergenziale a breve termine alle maestranze e alle troupe”. A livello di interlocuzione tra settori della filiera, il dato di oggi è il fronte comune tra produttori, distributori ed esercenti. L’Anica, infatti, nei rami produttivo e distributivo, con Anec per gli esercenti, in attesa che si chiarisca presso il Mibact, dopo la definizione degli interventi governativi generali, la cornice di azione per sostenere la filiera, ha presentato al ministero una richiesta di deroga al decreto Bonisoli per poter accedere ai benefici (tax credit, contributi automatici e selettivi) anche nel caso in cui un film non possa uscire nelle sale cinematografiche. Il Mibact è al lavoro, fermo restando il sostegno di base al cinema via legge Franceschini, e sono attesi nei prossimi giorni provvedimenti in linea con le richieste del settore, vista l’eccezionale situazione di emergenza.

 

Se si guarda indietro anche di poco, al 2019, infatti, la realtà di oggi appare crudele, visti i buoni risultati dell’anno precedente: incasso complessivo di oltre 630 milioni di euro, 97 milioni circa di biglietti venduti e incremento del 14 per cento negli incassi rispetto al 2018. Anche gennaio e febbraio 2020 possono essere considerati mesi positivi, sia per i film da grande pubblico sia per quelli di nicchia, fino alle sperimentazioni (vedi il successo in sala di “Me contro te”, film di youtuber). Ora, di fronte alla chiusura delle sale e alla contemporanea esplosione di domanda televisiva e su piattaforma, la via del futuro passa sia dal comparto produzione-contenuti, anche per non trovarsi sguarniti di fronte alla concorrenza estera dopo la ripartenza, sia dalla tutela del comparto-esercizio, vista la crisi di liquidità (una delle proposte in campo, per esempio, è distribuire alle sale parte dei proventi della messa in onda su web e tv). L’urgenza è capire dove cadrà il punto di equilibrio tra fruizione tradizionale e nuova fruizione su piattaforma, come muterà il rapporto con i broadcaster televisivi e come si ridefinirà l’industria, ora ferma dalla fase del set alla fase di post produzione (ieri si sono svolti altri colloqui tra tutte le componenti della filiera), vista l’impossibilità attuale di prossimità fisica in un settore in cui mantenere le distanze significa di fatto fermarsi.

 

Dice al Foglio il presidente Anica Francesco Rutelli: “L’Italia è stato il primo paese europeo a subire l’ondata del virus, in un momento di grande vitalità per questo settore. In nessun campo avevamo ricette, ma ora possiamo e dobbiamo prepararci a un cambiamento strutturale, in cui potrebbe mutare in modo sostanziale il contesto, il peso dei vari comparti nella filiera, la narrazione stessa. Ma possiamo farlo, e possiamo evitare che la struttura industriale dell’audiovisivo ne esca gravemente lesionata. A patto, però, di mantenere l’unità di visione”. Dopo la richiesta di deroga al decreto Bonisoli, il presidente dei distributori e vertice di 01 Distribution Luigi Lonigro cerca di vedere il dato per così dire positivo di partenza: “Questa sciagura”, dice, ” si è abbattuta sul nostro settore in un momento di crescita, quando potevamo contare su una sorta di serbatoio. Ora la cosa più urgente, oltre al compattarci per gestire i danni a livello di sale e per ammortizzare le perdite per i film pronti e non usciti, è cominciare a pensare ‘come se’ dovessimo farci trovare pronti per giugno, in modo da agire in modo coordinato”.

 

Tra i film pronti – ad esempio quello di Carlo Verdone, quello di Nanni Moretti, quello dei Manetti Bros, quello di Sergio Castellitto – ci sono pellicole la cui uscita in sala è stata “congelata”. Ma per i film dal pubblico potenziale più ridotto che, vista la situazione, non troverebbero spazio, la deroga eventuale al decreto Bonisoli può rappresentare un grande aiuto. “Si può pensare poi a strumenti che sostengano l’uscita appena sarà possibile”, dice Lonigro, “per esempio un sistema di tax credit per chi decida di andare in sala. Siamo fiduciosi, nonostante tutto. Il tempo ci dirà via via come adattare la nostra strategia”. Dal fronte più colpito, quello degli esercenti, il presidente Anec Mario Lorini, co-firmatario della richiesta di deroga al decreto Bonisoli, ci tiene a sottolineare, prima di tutto, “che l’obiettivo del ritorno alla normalità deve essere subordinato alla sicurezza. In questo momento deve parlare la scienza. Se sarà necessario aspetteremo, la filiera è unita: vedremo quale sarà il modo migliore per ricominciare”. Nel frattempo si spera, per le sale, in interventi a livello di fondi di emergenza e di liquidità (nel quadro nazionale, attraverso il primo decreto “Cura Italia” e il successivo decreto di sostegno alle imprese), e nelle prossime azioni di settore mirate. E ieri, sul sito di Cinecittà news, l’ex ad dell’Istituto Luce Cinecittà Roberto Cicutto, oggi alla guida della Biennale di Venezia, ha lanciato sette proposte per la ripartenza, “per ricostruire un tessuto comune, perché tutti assieme siamo chiamati a creare il patrimonio del futuro”.

 

Il produttore Pietro Valsecchi, ad di Taodue, pensa a chi in questo momento è finito (improvvisamente) a reddito zero: “I problemi più urgenti sono naturalmente riaprire le sale e i set, ma fino a quando non ci saranno le condizioni sanitarie bisogna pensare a tutti quelli che lavorano sui set e che sono senza introiti. Già in tempi normali lavorare su un set è una scelta difficile perché caratterizzata dalla precarietà, ma ora rischiamo di perdere una generazione di attori, registi e tecnici (non parlo delle star ma di tutti gli altri) e quindi è fondamentale che il ministro Dario Franceschini si adoperi al più presto con finanziamenti immediati a favore di queste categorie. Ma, per far riaprire i set, è necessario anche che le assicurazioni che per tanti anni hanno guadagnato tantissimo con le produzioni, siano disposte a sostenere il settore, assicurando i set, cosa che ora si stanno rifiutando di fare per via del coronavirus”. E i contenuti? “Indubbiamente c’è e ci sarà fame di contenuti”, dice Valsecchi, “anche perché in questo periodo tv e piattaforme stanno dando fondo a tutto quanto è disponibile: quando si riaprirà si dovrà essere pronti con nuovi prodotti – che però dovranno essere ripensati perché niente sarà come prima. Da questo punto di vista l’emergenza cancellerà un certo cinema, in particolare le commediole italiane tutte uguali, che ha inflazionato il mercato degli ultimi anni. Dopo il coronavirus ci dovrà essere un nuovo cinema e una nuova tv, e noi come Taodue stiamo già lavorando in questo senso”. Riccardo Tozzi, fondatore della casa di produzione (cinema e tv) Cattleya, invita a distinguere tra diversi livelli di crisi “da virus” nel settore: “A livello di produzione seriale la situazione è meno difficile, e infatti lo sviluppo di progetti continua. Sono ferme le riprese, questo sì, e dobbiamo calcolare altri mesi di stop. Ma quello che davvero sta cambiando, e accelerando in parte un processo già in corso, è lo spostamento del pubblico verso tv e piattaforme. E’ urgente quindi intervenire nei settori che hanno subito perdite – penso alle sale e agli investimenti produttivi già effettuati – ma anche ragionare in prospettiva sull’aumento di domanda per un altro tipo di fruizione: perché se, per i blockbuster, la sala resterà determinante, per gli altri film la piattaforma potrebbe rappresentare la via da percorrere”.

 

Una cosa è certa: il cinema ha riempito le giornate di quarantena di milioni di “reclusi”. Anche per questo il regista Roberto Andò, portavoce dei 100 autori, al di là delle conseguenze economiche della crisi in un settore “precario per definizione, per il quale si spera nell’intensificazione del dialogo tra settori, istituzioni, broadcaster, piattaforme, ché non è soltanto un problema di decreti”, invita “a riflettere sul senso di questo lavoro: alziamo l’asticella della qualità”. Lo ha chiesto alla Rai il regista Pupi Avati, in una lettera-appello apparsa il 27 marzo scorso sulla Stampa e sottoscritta da autori, attori, critici e produttori: si approfitti “di questa tregua sabbatica di settimane, di mesi”, è l’appello, “per sconvolgere totalmente i palinsesti, dando al paese l’opportunità di crescere culturalmente”. “Piango e rido davanti alla televisione, come piangono e ridono i vecchi, che è poi come piangono e ridono i bambini”, ha scritto il regista, consapevole del fatto che ora non è più possibile “il cazzeggio” dei tempi pre coronavirus. E il cinema – come industria, idee, persone – è partito alla conquista di un nuovo senso, nella landa sconosciuta che Avati chiama “questo tempo che non somiglia a niente”.

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.