Il processo del secolo è una danza attorno al mostro

Simonetta Sciandivasci

L’estetica della disabilità, le grida delle neofemministe del #MeToo. Ma al centro del dibattimento resta il potere infinito del produttore hollywoodiano, che ha perso tutto due anni e mezzo fa con l’inchiesta del New Yorker

Prima che la giuria cominciasse a deliberare, martedì scorso, avviando la fase finale del processo a Harvey Weinstein, il mostro che l’età delle correzioni ha portato in tribunale per cambiare il corso del potere e desessualizzarlo, colpendo un predatore per educarne cento, o magari tutti e una volta per sempre, la difesa ha chiesto un’espulsione. Via la giurata numero 11, Vostro Onore, per carità, guardi qua cosa legge, un libro sulla violenza sessuale (“My dark Vanessa” di Kate Elizabeth Russell) che chissà quanto e come deve averla influenzata, mandiamola a casa, sarà per un’altra volta. Mozione respinta. “She apparently is simply reading a book”, a quanto pare sta semplicemente leggendo un libro, ha risposto il giudice, James M. Burke, che delle richieste epurative della difesa di Weinstein è stato bersaglio diretto, all’inizio del processo, un mese e mezzo fa, quando s’era infuriato con l’imputato che, indisciplinato come un millennial in astinenza da Facebook, non la smetteva di compulsare il suo smartphone, incurante del divieto di usare telefoni cellulari in aula. Gli aveva detto: “Sul serio vuole finire in prigione per il resto della sua vita per aver mandato dei messaggi?”. La difesa ci aveva visto pregiudizialità e rancore, e aveva chiesto che il caso venisse affidato a qualcuno di più neutrale, ottenendo nient’altro che l’ennesima risposta concisa e tonitruante di Burke: “Ho soltanto usato un linguaggio iperbolico”. 


Prima della fase finale del processo a Harvey Weinstein, la difesa ha chiesto l’espulsione della giurata numero 11. Respinta


 

I capi d’accusa contro Weinstein sono cinque: reato di stupro di primo grado; reato di stupro di terzo grado; atto sessuale criminale di primo grado; due atti di violenza sessuale predatoria. Per quest’ultimo, la legge dello Stato di New York prevede l’ergastolo. L’ex produttore si è sempre dichiarato innocente. A dicembre scorso ha firmato un accordo extragiudiziale in base al quale dovrà risarcire con 25 milioni di dollari le sue accusatrici (decine e decine di donne che negli ultimi due anni hanno denunciato le molestie di lui ai propri danni), senza tuttavia essere costretto ad ammettere alcuna responsabilità. Il processo cominciato il 6 gennaio scorso e in via di conclusione in questi giorni, invece, è un procedimento penale che si basa sulle accuse di due donne, Jessica Mann, della quale all’inizio non era stata diffusa l’identità, e Mimi Haley, ex assistente di produzione di Weinstein alla Miramax, la quale sostiene che sarebbe stata costretta a praticare sesso orale al suo ex capo nel 2006. Le altre accusatrici, molte delle quali hanno testimoniato in tribunale nel corso delle ultime settimane, erano 105, ma il tempo trascorso da quando dicono di aver subito la violenza è troppo lungo e, secondo la legge dello Stato di New York, non consente di indagare il reato. In giuria ci sono sette uomini e cinque donne che la corte ha selezionato tra duemila, cinque volte di più di quanto avviene di solito e in tempi parecchio più dilatati, ben due settimane, praticamente la metà della durata dell’intero processo, nell’arco delle quali alla Corte è stata contestata l’estromissione delle donne bianche dal gruppo. Quattordici giorni di fatica, pressione mediatica e attenzione a non macchiarsi di sessismo, razzismo, appropriazione culturale eccetera eccetera più tardi, la giuria era così composta: cinque donne, di cui due bianche, e sette uomini, di estrazione sociale e ruoli assai diversi (ci sono un operaio edile, un uomo d’affari dell’Upper East Side, uno startupper, un avvocato, un dirigente di banca). 


Il processo si basa sulle accuse di due donne: Jessica Mann, della quale all’inizio non era stata diffusa l’identità, e Mimi Haley


 

Quando il dibattimento è iniziato, lo scorso 6 gennaio, il New York Times aveva riportato la dichiarazione di un avvocato, Mark Bederow, che aveva detto: “Non mi viene in mente nessun altro processo in cui l’imputato viene giudicato con uno svantaggio simile in termini di percezione”. Quel giorno, fuori dal tribunale, Rose McGowan, capostipite del #metoo e tra le fonti principali, insieme ad Asia Argento, dell’inchiesta di Ronan Farrow sul New Yorker che ha inchiodato Weinstein, parlava in un megafono di quanta strada ci fosse ancora da fare, di quanto da quel processo sarebbe dipesa la vita di molte vittime come lei che avevano deciso di rompere il silenzio e sfasciare il patriarcato e vendicarsi degli stupratori e stabilire l’insindacabilità del precetto del credere alle vittime, del credere alle donne. E tanti saluti al garantismo, benvenute manette preventive, rovesciamo l’antico detto cinese per cui se un uomo picchia sua moglie, lei sa perché e diciamo che se una donna denuncia suo marito, lui sa perché. Tanto lì quanto nei giorni successivi, Rose McGowan non s’è però lasciata andare a nessuno degli eccessi e delle pittoresche fenomenologie della rivolta che l’hanno resa celebre, neanche un dito medio in favore di telecamera. Anzi. Non ha sbagliato un’uscita, un cappotto, un tono, un ombretto. Colori pastello e tagli bon ton, interviste quasi ragionevoli, argomentazioni pacate, non una linea d’ira. Ha ribadito all’Atlantic quello che, rosseggiando come un falò, aveva già detto altre volte nel corso di questi due anni, e cioè che il New York Times e il New Yorker si sono presi il merito della più grande rivoluzione di questo secolo, in linea con il sistema patriarcale che delle donne assorbe tutto, dalla libertà ai meriti, masticandone il talento per i propri scopi. Dall’altra parte dell’oceano, Argento s’è limitata a ricordare su Instagram che il 6 gennaio sarebbe iniziato il processo allo stupratore, condividendo la foto di un sabba di streghe metropolitane riunitesi in preghiera affinché la dea madre badasse a non lasciar scampo al mostro, e vigilasse affinché giustizia fosse compiuta.

 

Proprio il 6 gennaio scorso in Inghilterra è stato condannato, dopo un processo che ha trascorso quasi completamente a sbadigliare, Reynhard Sinaga, studente trentaseienne che ha aggredito, drogato e violentato 48 uomini a Manchester. Il Guardian lo ha definito “il peggior violentatore seriale della storia”. E’ una coincidenza tremenda che nel giorno in cui si apre il processo del secolo al predatore del secolo viene arrestato “il peggior violentatore della storia”. Tremenda e, visti i sabba tenutisi per il pianeta, anche parecchio affascinante, specie per chi crede nelle streghe. Soprattutto, è un fatto che dà una misura dell’estensione del problema della violenza sessuale, dice della sua traversalità. 


Rose McGowan s’è battuta per stabilire l’insindacabilità del precetto del credere alle vittime. E tanti saluti al garantismo


 

Esoterismo e premesse metooiste erano bastati per farci temere, da questa parte del mondo, che il processo sarebbe stato trasformato in un feuilleton da rivista, una favola per bambine ribelli, un risarcimento coatto, una giurisprudenza del popolo; ci eravamo chiesti se sarebbe stato possibile che il processo non venisse invelenito e corrotto dalla sua monumentale portata, dalla sete di vendetta, peraltro legittima, impastata al senso di giustizia di molte donne e molti uomini e ci eravamo detti che no, non sarebbe successo, e che in fondo il vero processo a Weinstein era già stato dibattuto e concluso con la sua condanna. Il dissoluto era già stato punito, vilipeso, abbandonato, espropriato di tutto, anche del buono che ha fatto. Nel documentario “Weinstein: sesso a Hollywood”, Michael Apostolina, ex direttore creativo di Miramax, che ha collaborato con HW per anni, ha detto che ora si vergogna di dire dove ha lavorato. Lo scorso dicembre, mentre la foto di Emily Ratajkowski che si era appena tatuata un “Fuck Harvey” sull’avambraccio circolava ovunque (il postfemminismo ha coniugato così il “gettarsi nella mischia” di Pasolini e Femen: ingegnarsi per arricchire l’iconografia di Instagram con un’immagine di sé che sintetizzi una lotta universale), HW rilasciava un’intervista al New York Post nella quale si autoproclamava pioniere della parità di genere, avendo dato alle donne dei film che produceva ruoli impareggiabili, e si diceva contrariato e dispiaciuto perché sapeva che tutta questa tempesta di hashtag e tribunali e violenza e cancel culture impedirà sempre che gli venga riconosciuto. “Quella donna merita la sua vendetta e noi meritiamo di morire”, dice Bud a Bill in “Kill Bill”. E’ il verdetto della vita di di Weinstein, che quel film l’ha prodotto, ora che i film e il mondo di prima di prima se ne sono andati. 


Dall’altra parte dell’oceano Asia Argento s’è limitata a condividere la foto di un sabba di streghe metropolitane


 

Il clamore, il fracasso, l’americanata che l’Europa si aspettava, però, non ci sono stati. Il processo ha avuto le sue vette mediatiche, i suoi allettanti richiami dell’assurdo, ma la stampa non è stata cannibale, l’opinione pubblica non è stata inclemente o, almeno, non come ci eravamo prefigurati quaggiù, dove l’erba trema. 

 

Forse sottovalutiamo l’America, aveva ragione Tom Wolfe, o forse il solo processo che contava, quello disintermediato, quello del popolo, dei tweet, dell’indignazione, c’è già stato. E, naturalmente, ha avuto le sue ripercussioni nella ricezione di quello reale. Le foto di Harvey Weinstein che entra in aula aggrappato a un deambulatore come fosse una moglie, barcollando e guardando in basso non per la vergogna ma per la fatica, sembrando disossato come una bestia da mangiare, erano così pietose che in molti hanno pensato rientrassero in una precisa strategia di induzione al perdono. Il New York Times, in un articolo sul limitare del Fatto Quotidiano, a una settimana esatta dall’apertura del dibattimento, ha scritto che, nonostante HW fosse indubbiamente malato e incurvito dal dolore, quel suo incedere, quel suo mostrarsi così debole e indifeso erano una maniera, voluta o no voluta che fosse non aveva importanza, per maturare il diritto alla compassione, un sentimento che avrebbe condizionato il giudizio su di lui. Naturalmente, a sostegno della sua lettura, il giornale citava uno studio che aveva dimostrato come i giurati tendano a concedere sconti di pena ai condannati disabili. “L’estetica della disabilità può essere usata per manipolare il sistema legale”, ha scritto lo stesso quotidiano che briga senza esitazione contro il body shaming, i pregiudizi e le discriminazioni a danno dei disabili, tutte cose che propone di contrastare alla maniera del millennio e cioè liberando l’accesso di tutti a tutto, togliendoci dallo sguardo la categoria della disabilità e riponendola in soffitta, insieme a quelle altre ormai impresentabili (brutto, sovrappeso, malato, morto, bianco). Per Weinstein non conta: in Weinstein la disabilità è, se non una furberia, un vantaggio usato furbescamente . 


Esoterismo e premesse metooiste erano bastati per farci temere che il processo sarebbe stato trasformato in un feuilleton da rivista


 

Sul corpo del mostro non esercitiamo nessuna delle accortezze di nuova generazione: nei giorni della tumultuosa deposizione di Jessica Mann, una delle due accusatrici di HW al processo, circolavano in aula foto del disgraziato, completamente nudo, e circolavano mentre la ragazza diceva, dopo aver raccontato di essere stata violentata da lui, che “era un ermafrodito, non aveva i testicoli” – una scena che nell’Italia di Monicelli, morta con lui o forse prima di lui, sarebbe valsa almeno un copione comico. Ma che il predatore sessuale del secolo sia (accusato d’essere) un ermafrodito è o no l’epitome della fluidificazione del sesso?

 

“Mi rendo conto che è difficile da capire, ma niente di tutto questo elimina il fatto che mi ha violentata”, ha detto Jessica Mann, la cui deposizione si è protratta per tre giorni, intervallata da crisi di pianto, attacchi di panico, interruzioni della seduta. La posizione di Mann è complessa: ha avuto una relazione sentimentale con Weinstein che si è protratta per cinque anni e che è provata da scambi di messaggi nei quali lei gli dichiara amore, richiede attenzioni, flirta, si presta a coprirlo in tutti i modi possibili. “Anni fa un’accusa come la sua non sarebbe neanche stata avanzata. Mette alla prova il giudice, il tribunale e l’intero sistema giuridico statunitense”, ha detto Laura Brevetti, ex procuratore federale del dipartimento di New York. Durante le dieci ore che è durato l’esame incrociato a cui Mann è stata sottoposta durante il processo, Donna Rotunno, avvocato di Weinstein, le ha chiesto più volte conto della corrispondenza affettuosa tra lei e l’imputato, ha portato in aula le registrazioni delle sedute di Mann da un life coach e da un sensitivo ai quali si era rivolta per risolvere la sua confusione sentimentale e le angosce professionali che l’affliggevano ai tempi in cui frequentava HW. In uno dei nastri riprodotti in aula, la ragazza dice a un certo punto: “Non permetto ad Harvey di superare certi confini nella mia vita”. Quando Rotunno le ha chiesto una spiegazione, Mann ha risposto che stava mentendo. Quindi mentiva a un life coach e a un sensitivo che pagava per sbrigliare la sua vita privata (lo facciamo tutti, succede, naturalmente, mentiamo ad analisti, psicoterapeuti, dottori, se c’è una che abbiamo imparato dal Dr. House è che mentiamo soprattutto ai dottori). 


Anche la disonestà ha le sue ragioni. E, soprattutto, una vittima è vittima anche se è perfida, amorale e confusa. Qui sta il nodo


 

Il Washington Post ha ricostruito la deposizione di Mann, riportando le domande di Rotunno; il ritratto che della ragazza hanno delineato i suoi avvocati (una ventenne arrivata in città dalla provincia dove era cresciuta tra parenti molto credenti, troppo acerba per riconoscere i modi sottili in cui un adulto può esercitare una coercizione); le insistenze e i tentativi di manipolazione di accusa e difesa. Leggi quel pezzo e capisci che non puoi stare da nessuna parte, non pui parteggiare, puoi soltanto patire e compatire, e meno male che esistono ancora i tribunali. Poi, c’è la ricostruzione della medesima deposizione che ha pubblicato Repubblica ed è la sceneggiatura di un assalto alla vittima, una specie di tempesta di insinuazioni che s’è abbattuta su un’ innocente sotto forma di spregiudicata avvocatessa del diavolo (Rotunno).

 

Quanto sottovalutiamo l’America. La prima cosa che la giuria ha fatto, martedì, per cominciare a deliberare, è stata chiedere al giudice di riascoltare le testimonianze delle accusatrici, rileggere le mail tra loro e l’imputato, riascoltare le altre testimoni, a cominciare da Annabella Sciorra, che a fine gennaio ha detto in aula di essere stata violentata da HW negli anni Novanta, quando era ancora un’attrice emergente, e ha raccontato lo stesso copione delle altre vittime. Perché Weinstein faceva la stessa cosa con tutte, sempre nello stesso modo: le lusinghe, i regali, le feste, l’insistenza, l’ira, lo stupro. Quando non le violentava, le immobilizzava e si masturbava. Sono tutti drammaticamente simili i racconti di queste decine di donne che sono furiose più con chi lo ha coperto che con lui, e che hanno deciso di parlare non tanto per far fuori lui – lo hanno ribadito dentro e fuori dall’aula – quanto per dare una misura di come sia radicato il mostro e di quanti siano i fratelli su cui ha potuto contare negli anni.

 

“Nessuno parlava perché nessuno voleva perdere il posto nè rinunciare allo stile di vita che essere amici di Harvey ti assicurava”, ha detto Mark Tusk, ex direttore investimenti della Miramax.

 

All’ingresso del tribunale, quasi ogni giorno di queste sei settimane, non sono mancate le attiviste, con i cartelli, gli slogan facili, l’odio automatico, il disprezzo forcaiolo, la gogna tra le mani. Dicevano: “Il patriarcato è un giudice che ci giudica per come veniamo al mondo” e “Lo stupratore sei tu”. Ballavano e cantavano quello che è stato battezzato “inno antistupro”, una canzone del gruppo femminista cileno Las Tesis, “Un violador en tu camino”. Urlavano contro i colpevoli, i fiancheggiatori, gli ipocriti, i ciechi, gli ignavi, per ricordare che niente sarà perdonato, comunque vada, comunque si decida, perché esiste la giustizia formale e quella sostanziale, esiste la tutela ed esiste la vendetta, esistono le responsabilità ed esistono le sviste.

 

La settimana scorsa, dopo aver rilasciato un’intervista al New York Times nella quale diceva di non essere mai stata violentata né molestata perché “non mi sono mai infilata in situazioni pericolose”, Donna Rotunno ha scritto su Newsweek un articolo intitolato “Harvey Weinstein è innocente”, nel quale ha sottolineato uno degli assi portanti della sua strategia difensiva: coloro che cedono ai ricatti e non evitano situazioni compromettenti dividono con chi abusa di loro una parte di responsabilità. E tanti saluti alla tesi di dottorato del #metoo su destrutturazione e riformulazione del consenso. Qui sta il nodo, il punto cruciale, il fatto prima di tutto culturale che il verdetto potrebbe cambiare per sempre: l’idea che una donna che subisce una qualsiasi forma di violenza sessuale, dalla molestia all’abuso, sia vittima soltanto in parte. Questo processo e i due anni e mezzo trascorsi dalla pubblicazione dell’inchiesta del New Yorker potrebbero capovolgere tutto e stabilire che né la compiacenza né la rifrazione del reato in sfumature potranno mai più giustificare l’obiezione del concorso di colpe, che finora ha consentito di lasciare impuniti stupri e molestie, o di sminuirne la gravità. 


Il clamore, il fracasso, l’americanata che l’Europa si aspettava, però, non ci sono stati. Il processo mediatico c’è già stato


 

Rotunno non deve aver chiaro, o forse ce l’ha ma dissimula, che perderà anche se il suo cliente dovesse tornare a casa, perché nessun tribunale potrà salvarlo dall’abbandono, dall’oblio, dall’ignominia, dal fatto che d’ora in poi lo terrà in piedi soltanto un deambulatore. Non servirà a niente questo suo modo ferino, materno di difenderlo, scrivendo articoli, rilasciando interviste come quella che andrà in onda domenica sulla tv canadese nella quale ha detto: “Harvey è un peccatore, non un criminale, la cosa peggiore che ha fatto è stata tradire la moglie”. Uno show sulla difficoltà di arrendersi alla fine di un’epoca.

 

Melissa Thompson, la ragazza che ha filmato un incontro con Weinstein (era il 2011) durante il quale gli aveva proposto di acquisire il suo service e lui aveva accettato e poi le aveva infilato una mano tra le cosce e le aveva detto “dimmi cosa devo fare” e lei gli aveva risposto “puoi flirtare con me ma poco”, e aveva accettato di rivederlo in albergo, sostenendo che era un invito che la rassicurava e che niente l’aveva indotta a pensare che avrebbe potuto rivelarsi l’enorme guaio che s’era poi rilevato, visto che Weinstein l’aveva violentata, ha detto: “Per mia figlia voglio un mondo dove le decisioni vengano prese sulla base di umanità e compassione e in cui la gente si prenda le proprie responsabilità”. 


Donna Rotunno ha scritto su Newsweek un articolo nel quale ha sottolineato uno degli assi portanti della sua strategia difensiva 


Lo vorremmo tutti, anche da quelle che ce lo chiedono e che abbiamo deciso di salvare, soprattutto da loro stesse e dalla parziale e disonesta versione dei fatti che hanno deciso di raccontarsi per non flagellarsi nel dubbio di essere state, di essere sempre, come tutti, parte di un ingranaggio. Ci spetta dire che pure la disonestà ha le sue ragioni e che una vittima è vittima anche se è perfida, amorale e confusa. Per fortuna, ai carnefici penseranno i tribunali, che ci dimostreranno che li abbiamo sottovalutati, proprio come abbiamo sottovalutato l’America.

 

È stato il processo delle coincidenze, del mondo rotondo, della concatenazione bizzarra delle cose, dei segni, dei simboli. Martedì, quando sono cominciate le deliberazioni, mentre negli Stati Uniti tutti aspettavano notizie sul verdetto, Raidue trasmetteva le immagini di Asia Argento che scivolava e si fratturava un ginocchio, rimanendo zoppa per settimane. Tutti claudicanti, in questa storia.