Weinstein positivo al virus. Ma per qualcuno la sua pena non è mai abbastanza

Simonetta Sciandivasci

E’ come se la sua condanna fosse continuamente emendabile, come se su di lui gravasse davvero una punizione che cerca di inverare in lui una vendetta

Domenica sera, appena ha appreso che Harvey Weinstein era risultato positivo al coronavirus, Rose McGowan, ex sorella di #metoo di Asia Argento, ha condiviso su Twitter il video di “Karma Chameleon” dei Culture Club. Quella canzone che fa “You come and go, you come and go, loving would be easy” e non c’entra niente con quello che intendeva lei, ovvero il conto che la vita a un certo punto ti presenta per le tue malefatte. I commenti al tweet sono per lo più meme e gif che esprimono soddisfazione, godimento, persino felicità. Lo sappiamo sin da prima della sentenza: per Rose McGowan, Asia Argento e tutte le vittime di HW, nessuna condanna sarebbe stata sufficiente né a far giustizia, né a rimborsarle per quello che hanno subito dal “mostro”. A giudicare dalle esternazioni pubbliche delle sue vittime, il fatto che Weinstein rischi di finire intubato per una polmonite che potrebbe ucciderlo, dà loro un insopprimibile giubilo, un senso di compimento di giustizia che la condanna a 23 anni di carcere non ha dato loro. Un ergastolo di fatto, in fondo, non è una possibile morte. Vuoi mettere. In più, una punizione che arriva dal destino ha un effetto premonitorio parecchio più forte di qualunque legge, sentenza, inasprimento della pena.

 

Il processo a Weinstein è durato quasi sei settimane, si è tenuto tra gennaio e febbraio di quest’anno, e nonostante tutti, avvocati newyorkesi compresi, avessero avvertito che la pressione mediatica sulla giuria era forte come mai prima e che quindi si rischiava di comprometterne e inquinarne e manipolarne il giudizio, l’esito finale è stato inaspettatamente equilibrato. L’ex produttore più potente di Hollywood è stato dichiarato colpevole di stupro di terzo grado e atti criminali di primo grado (cioè, ha avuto rapporti sessuali non consensuali con una donna non costretta con la forza e ha praticato sesso orale con un’altra donna che ha costretto con la forza). Questo ha sancito la giuria del tribunale di New York lo scorso 24 febbraio.

 

Il giudice James J. Burke, pochi giorni dopo, ha deciso la condanna a 23 anni di prigione. Weinstein è apparso stordito, confuso, realmente devastato, ed è stato immediatamente trasferito nella prigione di Rikers Island dove, subito dopo il suo arrivo, viste le sue gravi condizioni fisiche (ha problemi di cuore piuttosto seri), è stato trasportato al Bellevue Hospital Center per controlli. Stando a quanto ha riportato il Niagara Gazette, che domenica ha dato la notizia di Weinstein positivo al cv, the disgraced movie mogul si troverebbe adesso in isolamento presso la Wende Correctional Facility di Alden, fuori Buffalo, insieme a un altro detenuto della sua struttura, anch’egli positivo. Nel frattempo, nelle carceri di New York altre 38 persone sono risultate positive al virus, e 58 sono sotto osservazione. Il contagio potrebbe averlo causato proprio Weinstein. Gli avvocati dei detenuti che hanno più di cinquant’anni stanno chiedendo che vengano concessi i domiciliari, tanto per assicurare cure adeguate ai propri assistiti quanto per fermare un contagio che potrebbe assumere proporzioni spaventose. Per ora, tutti i trasferimenti di detenuti sono stati sospesi.

 

Oltre che mostro, pervertito, stupratore, menomato, maniaco, quindi, Harvey Weinstein rischia di passare alla storia anche come untore. E’ come se la sua condanna fosse continuamente emendabile, come se su di lui gravasse davvero una punizione che cerca di inverare in lui una vendetta, di placare attraverso di lui un’ira che dura da secoli, e che da secoli cerca giustizia. E’ come se tutto quello che gli succede non fosse mai abbastanza, come se Weinstein fosse Sisifo. Volendo, però, si può anche ribaltare tutto, e vederla al contrario: il mostro fa ammalare tutti ed è così che si vendica contro un paese che lo ha coperto prima d’oro e poi di fango.

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