Se Fioramonti vuole trasformare la scuola in un centro benessere può anche dirlo

Antonio Gurrado

Trasparenza e buste: il nuovo esame di stato

C’è sempre uno più puro di te che ti epura. Infatti, dopo la maturità trasparente dell’anno scolastico 2018-2019, il ministro dell’Istruzione Fioramonti ha annunciato una maturità trasparentissima per il 2019-2020. L’ex ministro Bussetti, lo scorso anno, aveva introdotto il sistema delle buste – tre involucri identici presentati a ogni candidato, ciascuno con un tema diverso per il colloquio orale, su cui imbastire un discorso spontaneo di tre quarti d’ora – dichiarando che così si garantiva “una maturità all’insegna dell’equità e della trasparenza”. L’esperienza ha insegnato che così si garantiva anche un esame senza domande, ma non si può avere tutto. E, curiosamente, quasi nessuno aveva chiesto ragione al ministro del sottinteso secondo cui, allora, nei decenni precedenti la maturità senza buste non era stata né equa né trasparente; a voler essere coerenti, si sarebbe dovuto invalidare tutti i diplomi pregressi, compreso quello del ministro stesso. Ora invece il nuovo ministro ha rilasciato un videomessaggio a Skuola.net annunciando che, a partire da quest’anno scolastico, resteranno i materiali con i temi per i colloqui ma spariranno buste e sorteggi, in modo tale da “garantire un sistema più trasparente”.

 

È singolare, a rigor di logica, che per garantire trasparenza quest’anno si compia un’azione opposta a quella che doveva garantire trasparenza l’anno scorso. O la trasparenza è un venticello che spira ogni volta in direzione diversa o uno dei due ministri uguali e contrari ha sbagliato qualcosa. La costante, tuttavia, è sempre il sospetto: il micragnoso, annuale presupposto che l’intero ambaradan degli esami di stato sia una gigantesca macchina corrotta imbastita per danneggiare proprio te, alunno che prendi qualche voterellino in meno del punteggio che i tuoi genitori si aspettavano; e che il compito del sistema dell’istruzione non sia valutare e selezionare ma offrire vie di fuga consolatorie e magari appigli per fantasiosi ricorsi.

 

Sotto questo aspetto, tuttavia, l’eliminazione delle buste prospettata da Fioramonti comporta una novità: oltre a garantire una trasparenza più trasparente, oltre a derubricare a “lotteria”, “roulette” e “trabocchetto” la trasparenza precedente, l’obiettivo del ministro è di evitare che “l’esame di stato diventi una corsa al massacro” e che “l’esame di stato sia un motivo di stress”. Fatto sta che la corsa al massacro con le buste dell’efferato Bussetti aveva lasciato sul campo ben un 99,7 per cento di promossi, lo 0,1 per cento in più rispetto alla maturità (né equa né trasparente, giova ricordarlo) dell’anno prima. Quindi i numeri dimostrano che, con le famigerate buste, l’esame di stato o è rimasto uguale a prima o è diventato più facile. Né si capisce come faccia a essere causa di stress un esame che prevede una percentuale di insuccesso ai confini del farsesco. Dall’università ai colloqui di lavoro, dai test d’ingresso ai concorsi, nella vita dei diplomati non capiterà mai più di presentarsi a una selezione sapendo di avere novecentonovantasette possibilità su mille di farcela.

 

A meno che Fioramonti non stia indicando una strada a lungo termine. Può essere che l’intenzione sia convertire la scuola a istituzione il cui obiettivo precipuo sia la fine non solo del massacro ma anche dello stress, una specie di centro benessere didattico. Scopo pienamente legittimo, basta dichiararlo. A quel punto, infatti, la miglior maniera di garantire equità e trasparenza non sarebbe eliminare le buste ma abolire l’intera quadriglia dell’esame di stato. Non sarebbe più equo che gli alunni uscissero dalle superiori con un punteggio calcolato sui voti che hanno ricevuto nel corso dei cinque anni di scuola? Non sarebbe più trasparente che venissero valutati dai docenti che li seguono e ne conoscono il rendimento dimostrato nel corso dell’intero ciclo? Non sarebbe – anche se a nessuno preme che l’esame di stato lo sia davvero, nessun ministro ne parla, nessuno utilizza questa spaventosa paroletta breve – non sarebbe perfino più serio?

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