Boiata pazzesca: la democrazia digitale

Claudio Cerasa

Il modello Rousseau regala la democrazia ai manipolatori e crea cortocircuiti che indignerebbero persino Boris Johnson. Lezioni sulla truffa digitale dalla Svizzera, patria di Rousseau, che ha appena vietato il voto online. Il governo è pronto, con l’ultimo ma

Non siamo la Svizzera e questo lo sappiamo. Ma per provare a capire qualcosa di più sulla pazza giornata di oggi, con un paese intero appeso alla votazione di un’anonima piattaforma digitale la cui affidabilità secondo il notaio di quella stessa piattaforma non è superiore all’attendibilità che può avere il televoto di “Ballando con le stelle” o quello di “X Factor”, sarebbe utile allontanarsi di qualche metro dall’Italia, superare Chiasso e capire per quale ragione, a pochi passi dal nostro paese, c’è una nazione referendaria, matura, che ama la democrazia diretta, che ha fatto il contrario di quello che sta facendo l’Italia e che ha deciso di non sputtanare la democrazia diretta con la truffa della democrazia digitale.

 

La storia è questa ed è una storia che vale la pena mettere a fuoco nel giorno in cui l’Italia saprà se una piattaforma digitale gestita dal capo di una srl privata e costruita con procedure capaci di violare la privacy dei propri iscritti, al punto da essere stata considerata dal Garante per la privacy una struttura a rischio costante di manipolazione, darà o no il suo assenso a ciò che il presidente della Repubblica ha deciso di tentare sulla base delle prerogative concessegli non da Davide Casaleggio, ma dalla Costituzione italiana: la formazione di una maggioranza di governo formata da Pd e M5s.

 

In Svizzera, che non è l’Italia ma si può sempre imparare, tutto comincia qualche anno fa, quando il governo federale, facendo propria una petizione firmata dal 7 per cento degli svizzeri all’estero iscritti nei registri elettorali della Confederazione, arriva a presentare un progetto per rendere possibile votare fuori dalla Svizzera con un sistema elettronico basato sulla democrazia digitale. Nel giro di poche settimane si scatena un putiferio – ah, la Svizzera – e migliaia di esperti, di politici e di informatici chiedono al governo di ritirare la proposta di legge, ponendo un tema che meriterebbe di essere centrale anche in Italia: il voto elettronico non è sicuro, è pericoloso, è a rischio manipolazione e può mettere a repentaglio la fiducia non solo nella democrazia rappresentativa ma anche in quella diretta (che è una cosa seria, non l’hanno inventata i populisti e non coincide con la democrazia digitale).

 

Il governo chiede così ad alcuni specialisti di portare avanti degli stress test sulle piattaforme digitali più all’avanguardia presenti in Svizzera, affida loro trecento prove in tutti i cantoni e alla fine si convince: decide di ritirare il progetto di legge e di bandire fino a nuovo ordine ogni forma di democrazia digitale. La tesi è semplice: la democrazia digitale è a rischio manipolazione e mettere la democrazia nelle mani dei manipolatori è un pericolo che una democrazia seria non può correre. Sulla base di questa scelta, il cantone di Ginevra, che aveva annunciato lo scorso novembre l’abbandono del suo sistema di e-voting a partire dal febbraio 2020, ha deciso di rinunciare con effetto immediato al suo sistema di democrazia digitale, compiendo in fondo la stessa scelta fatta in passato anche da altri paesi europei, che come gli svizzeri sono stati sul punto di far propria la dottrina della democrazia digitale (Germania, Paesi Bassi e Regno Unito hanno prima provato e poi rinunciato alla democrazia digitale, la Norvegia alla fine del 2014 dopo dieci anni di verifiche ha interrotto i test ritenendo che il voto online non offrisse garanzie sufficienti per evitare processi di manipolazione).

 

La Svizzera, che tra le altre cose è anche la patria di un signore di nome Jean-Jacques Rousseau, suggerirebbe al Parlamento italiano di legiferare in modo tale da non essere mai più in balìa di partiti ostaggi di sistemi digitali non trasparenti, opachi, oscuri e potenzialmente manipolabili. Ma la storia della Svizzera ci dice anche che quando la democrazia si ritrova prigioniera di un sistema in cui, come certificato dal Garante per la privacy, “gli esiti delle votazioni sono vulnerabili ed esposti ad accessi ed elaborazioni di vario tipo che vanno dalla semplice consultazione a possibili alterazioni” e in cui “le caratteristiche degli strumenti utilizzati non consentono di garantire la correttezza delle procedure di voto e non garantiscono l’anonimato dei votanti in ogni fase del voto” tutto può succedere e tutto deve essere messo in conto: compresa la possibilità che i vertici del Movimento 5 stelle, per azzerare il grillismo e trasformarlo per sempre in una costola del leghismo, decidano per ragioni misteriose ma suggestive di far saltare l’accordo innescando una crisi istituzionale con la presidenza della Repubblica che per dimensioni potrebbe far indignare persino Boris Johnson (per gli amici Ben).

 

Immaginare Rousseau che schiaffeggia Sergio Mattarella bocciando l’accordo con il Partito democratico, a cui stanno lavorando i parlamentari che rappresentano il paese senza vincolo di mandato, per trasformare Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone nei nuovi leader del movimento è una scena difficile da rappresentare. Ma è una scena che potrebbe portarci a credere che per la prima volta combattere la pazzia della democrazia digitale potrebbe essere un tema in grado di stare a cuore anche a tutti coloro che sono arrivati in Parlamento con l’aiuto della Manipoleggio Associati. Sarà un anno bellissimo se gli iscritti di Rousseau voteranno a favore dell’accordo con il Pd, decidendo di trasformare Giuseppe Gonde nel loro nuovo De Gasperi e rinnegando tutto quello che il Cinque stelle è stato negli ultimi dieci anni (e allora il Pd?). Ma sarà anche un anno bellissimo se gli iscritti di Rousseau voteranno contro questo governo (speriamo di no!) decidendo di affidare il futuro del grillismo non all’avvocato Gonde ma all’uomo che per due anni viaggiò in autostop “per l’America latina tra la gente come una persona qualunque alla ricerca di spremute di umanità”. Slurp!

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.