“Non rassegnarsi allo sfascio”. Panebianco replica a Orsina

Valerio Valentini

“Macché incivilirli, i barbari vanno cacciati”, dice l'opinionista del Corriere della Sera

Roma. All’idea che a Palazzo Chigi sia arrivato Romolo Augustolo, che la rovina sia imminente, che insomma ci si debba rassegnare all’arrivo dei barbari, e provare al massimo a incivilirli, Angelo Panebianco, politologo, storico opinionista del Corriere della Sera, si ostina a non cedere. “Il compito di sgrossare Odoacre, in ogni caso, lo lascio volentieri al mio amico Orsina. Io piuttosto faccio armi e bagagli e me ne vado”. Un disimpegno, a ben vedere, che però è solo apparente. Perché per Panebianco si tratta semmai di non arrendersi a “letture troppo deterministe”, e concentrare gli sforzi in un’altra direzione: “Io credo che chi si oppone a questa improbabile alleanza di peronisti e putiniani che oggi ci governa dovrebbe spendersi piuttosto affinché qualcosa di alternativo, qualcosa che ora francamente stenta a intravedersi, possa maturare e crescere, fino a riconquistare una qualche egemonia nel paese”. Impresa ardua, certo, ma tant’è: “La via è stretta, senza dubbio”, riconosce col tono, se non distaccato, comunque freddo: di chi, insomma, riflette sulla lotta politica che potrà essere senza alcuna voglia di prendervi parte in prima persona. “Ma le altre soluzioni – aggiunge – non mi convincono molto”.

  

“Chi si oppone all’alleanza di peronisti e putiniani dovrebbe spendersi per fare crescere una alternativa che oggi ancora non c’è”

E tra le altre soluzioni, appunto, c’è quella che Giovanni Orsina ha proposto proprio sulle pagine del Foglio, venerdì scorso. Ammettere che Roma è capitolata, e che ricostruirla uguale a prima sia impossibile, e tentare allora di romanizzare i barbari: questo sostanzialmente auspicava, pur tra i dubbi che l’intelligenza gl’imponeva, lo storico romano. Panebianco, che pure con Orsina condivide l’affezione ai valori liberali, dice invece che “no, pensare che non ci sia altra strada se non quella di ricostruire un bipolarismo tutto interno al campo sovranista, con la Lega e il M5s a costituire rispettivamente la nuova destra e la nuova sinistra, non mi convince. Orsina dà per scontato che il declino del mondo occidentale sia un fatto acquisito e irreversibile. Ma se così fosse, tanto meglio preparare il passaporto per la Papuasia: perché io a insegnare a Salvini e Di Maio i rudimenti dello stato di diritto proprio non mi ci vedo”. E del resto, se questo fallimento dell’Occidente sia davvero definitivo, secondo Panebianco, docente di Scienze politiche all’Alma mater della sua Bologna, non dipenderà solo dalla gravità delle convulsioni politiche nostrane. “Credo anzi – dice – che tutto si deciderà a Washington: è quello l’epicentro della nostra crisi, è stata la vittoria di Donald Trump a dare forza ai populisti europei. E dunque tanto del nostro destino si determinerà lì: se negli Stati uniti dovesse vincere di nuovo il magnate newyorchese, se l’allontanamento dell’America dall’Europa proseguirà, allora sì, davvero tutto sarà perduto, l’idea di società aperta si rivelerà fallace e ci avvieremo tutti verso regimi sostanzialmente autoritari: e Orsina potrà dire di averci visto giusto. Ma fino ad allora – spiega Panebianco, con una pacatezza che lascia però trapelare una speranza, un accenno di ottimismo – non credo si debba cedere al fatalismo”.

 

 

D’altra parte, ci tiene però subito a precisare Panebianco quasi a sconsigliare il ghigno fogliante di chi invece ad accettare con rassegnazione il grilloleghismo non ci sta proprio, “non credo neppure che si debba considerare il M5s e il Carroccio come un blocco unico, indistinto. Certo, ci sono tra i due partiti evidenti sintonie, specie su alcune convinzioni di fondo, su un certo modo d’intendere la democrazia, il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale, l’Europa. Ma persistono anche differenze pesanti. Lo statalismo grillino è condiviso, ad esempio, solo in parte dalla Lega. Senza contare che poi radicalmente diverso è l’insediamento sociale e geografico delle due forze: radicata al nord una, votata per lo più al sud l’altra, in un’Italia che per la prima volta, dopo settant’anni di Repubblica, si ritrova ora senza un mediatore politico tra il settentrione e il mezzogiorno. Lo è stata la Dc, che aveva i suoi feudi in Veneto ma anche in Sicilia, e lo è stato, con dinamiche analoghe, anche Berlusconi. Ha provato ad esserlo il Pd, poi, quel mediatore; e ora non c’è più nessuno che interpreti quel ruolo. I due estremi della Penisola, con tutte le loro differenze, hanno oggi referenti diversi, e questo inevitabilmente implica delle incompatibilità nelle strategie politiche dei due partiti: non a caso una propone la flat tax, l’altra il reddito di cittadinanza”.

 

“I partiti moderati hanno perso qualsiasi vocazione maggioritaria. Pensano tutti a consolidare il proprio ristretto elettorato”

E dunque, ci spiega Panebianco, semplificare troppo non si deve. “Lega e M5s non le considererei troppo sbrigativamente due facce della stessa medaglia. Ma di certo – prosegue – non credo affatto che si possa accettare l’analisi di chi suggerisce di ricostruire dentro il perimetro del sovranismo le contrapposizioni classiche, seppur aggiornate ai tempi dell’oggi, della politica novecentesca. Mi auguro invece che si lavori perché una opposizione al populismo si sviluppi progressivamente; ma per farlo, occorrerebbe innanzitutto abbandonare la vocazione proporzionale di chi non si riconosce nelle forze sfasciste”. Problema di mentalità, quasi, più che di assetto legislativo. “Sì, perché è vero che l’errore drammatico di Renzi e Berlusconi è stato quello di credere scioccamente che bastasse sopprimere il maggioritario per evitare ai Cinque stelle di affermarsi, non ricordandosi che invece proprio il proporzionale di Weimar è stato il terreno in cui ha messo radici il nazismo”. E però, continua Panebianco, “non è solo questione di legge elettorale. E’ semmai un problema connesso all’identitarismo quasi settario che in tanti, tra i moderati, coltivano. Tutti pensano a consolidare il proprio consenso tra il proprio elettorato di riferimento, accettando a priori che quell’elettorato sia assai ristretto, preoccupandosi solo della propria rielezione”. E l’esempio da addurre a convalida della tesi giunge a Panebianco dalle polemiche di questi giorni. “Tu puoi, e anzi devi – dice – criticare la politica sui migranti di Salvini, a patto però che non finisci col ripudiare anche quella di Minniti. Insomma, lo dico a Emma Bonino e agli altri sostenitori dell’accoglienza indifferenziata: affermando che è sbagliata qualsiasi forma di selezioni, insistendo con la strategia dell’umanitarismo buonista, non mi pare che si riesca a costruisce una posizione vendibile, cioè maggioritaria: ci si rivolge semmai ai quattro gatti che sono convinti che tutti siano i benvenuti in Italia. Ma la paura legata all’integrazione esiste ed è diffusa, nel paese: e non puoi non tenerne conto, ma anzi devi comprenderla e semmai, questo sì, indicare delle soluzioni ragionevoli. Ribadire che noi siamo noi, e siamo contrari a loro per quelli che essi sono, mi sta bene, ma solo a patto che questa battaglia la si conduca, sempre, coi piedi ben saldi nel realismo”.

 

E però che fare, ora, da un punto di vista operativo? Intanto, suggerisce Panebianco, aspettare. “Non mi sembra il caso di disperarsi per l’assenza, che è oggettiva, di una opposizione credibile. I moderati hanno preso una batosta tremenda, il 4 marzo, e sono ancora tramortiti, storditi, disorientati. L’inconsistenza dell’opposizione è dunque fisiologica, oggi. La nottata che dovrà passare è insomma ancora lunga, anche perché di leader spendibili al momento non ne vedo. Ma non per questo bisogna rassegnarsi: anzi, ci sarebbe da lavorare in silenzio proprio per favorire la crescita di questo qualcosa”. Intanto, però, ci sono le europee: la primavera del 2019 non è lontana, e questa prossimità non sembra permettere di sopportare con troppa serenità l’attendismo e la pazienza. “E’ vero, ma obiettivamente credo che per quelle elezioni, in Italia, si possa fare ben poco. Lega e M5s otterranno un grande successo, che potrebbe perfino mettere a rischio la tenuta della maggioranza laddove una dei due partiti dovesse guadagnare troppo consenso rispetto al suo alleato. Non sono però del tutto certo che l’affermazione del populismo avverrà in tutto il continente. E anzi, se i moderati europei riusciranno a mobilitare i propri elettori storicamente restii a votare per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, se lanceranno in modo adeguato un allarme sul rischio del sorpasso, allora si riuscirà a evitare il plebiscito a favore dell’internazionale sovranista”. E dopo? “E dopo, almeno in Italia, si aprirà una nuova partita. Non per romanizzare i barbari, ma per scacciarli”.