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L’alleanza M5s-Lega resterà sfascista e saranno gli altri, purtroppo, ad accodarsi

Quel che si può e si deve fare ora è lavorare per una ripresa del principio di realtà, che è il principale nemico del consolato al governo

1 Settembre 2018 alle 06:05

L’alleanza M5s-Lega resterà sfascista e saranno gli altri, purtroppo, ad accodarsi

Foto Imagoeconomica

Sarò pessimista, ma ambedue le prospettive indicate dal nostro direttore e da Giovanni Orsina mi paiono piuttosto illusorie. Addomesticare i cinque stelle attraverso un’alleanza con il residuo Pd o riportare la Lega a un comportamento più educato in cambio di un rinnovato accordo con Silvio Berlusconi mi sembrano opzioni che non esistono. Esiste la possibilità – persino la probabilità – che a questo bipolarismo si arrivi, ma in esso gli attuali firmatari del contratto di governo manterranno la loro fisionomia sfascista e saranno gli altri ad accodarsi. Altrettanto fumosa mi pare l’ipotesi di una unità antisfascista, di un Cln che rivendichi le ragioni dell’Europa contro i rischi del sovranismo. C’è già stata un’alleanza di questo tipo, nel governo deciso da Giorgio Napolitano e presieduto da Enrico Letta, e non ha retto neppure al modesto sovranismo alla fiorentina impersonato da Matteo Renzi.

 

Faccio fatica a interessarmi alla discussione sul futuro della coalizione di governo, se diventerà una vera alleanza o se si dividerà in una sfida bipolare di tipo nuovo. Il governo Conte è l’esito di una combinazione parlamentare estranea alle proposte presentate agli elettori, cioè ha le stesse caratteristiche che hanno avuto tutti i governi da quello di Mario Monti in poi. Man mano che il tempo passa la finzione retorica del “contratto” sbiadisce e vengono in primo piano le questioni concrete poste dall’evoluzione della realtà politica economica e sociale. L’Ilva, la Tav e la Tap, la nazionalizzazione delle autostrade, i vaccini, la gestione dell’immigrazione, la questione fiscale e quella assistenziale da ficcare dentro una legge di bilancio dai margini striminziti: queste le prove da affrontare già nelle prossime settimane. Se il governo riuscirà a gestirle si avvicinerà a diventare un’alleanza politica, se troverà solo frasi retoriche per coprire rinvii e indecisioni (com’è più probabile) resterà aperta la prospettiva di una dissociazione dopo le elezioni europee. Su questo l’azione delle opposizioni è ininfluente nel senso che non è determinante, ma può essere utile nel costruire una critica approfondita a ciò che unisce la maggioranza attuale: il disprezzo per il principio di realtà e di responsabilità. Su questo tema che non è solo di stile o di metodo la battaglia può essere unitaria, il che può preludere a una unità antisfascista se regge l’intesa o a un tentativo di addomesticarne i soggetti in caso di dissoluzione dell’accordo. Tentativi nobili che lasceranno una traccia ma che temo non avranno effetti concreti nel medio periodo.

 

Se sono poco propenso a illudermi sull’efficacia immediata di un’iniziativa delle opposizioni, non sono nemmeno convinto che l’invasione barbarica sia inestirpabile. Anche perché non c’è stata alcuna invasione, soltanto un mutamento di orientamento in settori piuttosto vasti di un elettorato che è però sostanzialmente lo stesso che aveva dato alternativamente fiducia al centrodestra e al centrosinistra. La delusione di questo elettorato si spiega con l’incapacità (in qualche caso l’impossibilità) delle combinazioni governative precedenti di perseguire con tenacia ed efficacia gli obiettivi proposti. Il caso più evidente è quello della gestione dell’immigrazione, che probabilmente è anche il principale detonatore delle dissidenze elettorali: si è promessa accoglienza e integrazione per i richiedenti asilo e non si è realizzato quasi nulla in questo senso, lasciando migliaia di immigrati in centri di sostanziale detenzione; si erano promessi respingimenti e espulsioni per gli immigrati irregolari, e anche in questa direzione non si è fatto un granché, mentre l’operazione libica abilmente costruita da Marco Minniti trovava un ostacolo insormontabile nel rifiuto di Graziano Delrio a chiudere i porti. Se le indecisioni e le contraddizioni dei governi precedenti hanno determinato le sconfitte elettorali, si capisce perché oggi i partiti della nuova combinazione insistano ossessivamente nel ripetere le promesse elettorali, anche contro i vincoli della realtà. E’ assai improbabile, però, che riescano a combinare davvero qualcosa di convincente, il che li espone a una sindrome della delusione eguale a quella sulla quale hanno accumulato le loro fortune elettorali. Cercano di imitare Donald Trump, che della coerenza tra le promesse e le scelte concrete ha fatto il suo elemento di forza, ma dietro a Trump c’è il dinamismo della società e dell’economia americane, dietro a Salvini e Di Maio c’è il torpore rassegnato di un capitalismo che non riesce a uscire dall’illusione consociativa che lo esime dal confronto con le sfide concorrenziali e il cinismo di una società in cui ogni spezzone rivendica assistenzialismo per se e lo depreca quando tocca ad altri.

 

Per un po’ reggeranno le scuse e le accuse ai complotti altrui, dei mercati, dell’Europa, dei “poteri forti”, magari – si è sentita anche questa – della massoneria o dei preti guidati da un gesuita, ma alla fine si giudicheranno i risultati, o almeno soprattutto i risultati. Saranno peraltro proprio i risultati a decidere se la combinazione può reggere o no, e conseguentemente se il ruolo dell’opposizione sarà di coagularsi in un fronte in qualche modo unito o di dividersi in formazioni alleate dei due contraenti del contratto, una volta che questi sia stato stracciato.

 

E’ poi così importante per le opposizioni e per chi intende dare consigli stabilire già ora su quale dei due filoni, resistenza o civilizzazione, si indirizzerà l’azione futura? Quel che si può e si deve fare ora è lavorare per una ripresa del principio di realtà, che è il principale nemico del consolato al governo. Leggere con spirito critico e atteggiamento razionale la realtà mutevole, in una fase di straordinaria turbolenza che scassa tutte le certezze geopolitiche, non è un’impresa semplice, non prevede nemmeno che si arrivi a letture condivise tra l’opposizione di sinistra e quella moderata, ma è il percorso necessario per riprendere o mantenere un rapporto con la popolazione, che con la realtà e le sue conseguenze ha a che fare ogni giorno. E’ sulla distanza tra la realtà e una sua lettura, un suo “racconto” razionale e l’illusionismo dei proclami irrealizzati che si misurerà la possibilità di porre fine a questa specifica fase politica, senza peraltro nessuna garanzia preventiva che ne consegua una migliore.

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Commenti all'articolo

  • Mario950

    03 Settembre 2018 - 20:08

    Un'analisi impeccabile, un editoriale degno di nota che tutti dovrebbero leggere con attenzione indipendentemente di come la si pensa politicamente.

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