Il costo di avere un paese governato dalla cultura del No

Claudio Cerasa

No Tav e complottismi. Perché la cultura sovranista è una condanna per l’affidabilità di un paese (e vale anche in Rai)

C’entra la Tav, c’entra la Tap, c’entra la cultura del No, c’entra anche la Rai. Il 3 maggio del 2018, appena tre mesi fa, un’importante società di consulenza americana, la A.T. Kearney, presenta il suo rapporto annuale relativo ai paesi al mondo più attrattivi per i capitali stranieri. In quella classifica, l’Italia, dopo sedici anni di assenza, risulta essere tra le prime dieci nazioni più attrattive per gli investimenti stranieri e gli analisti notano che rispetto alla graduatoria del 2017 il nostro paese è l’unico all’interno dell’Unione europea ad aver compiuto un balzo di ben tre posizioni. Appena tre mesi dopo l’Italia gialloverde scopre improvvisamente di essere caduta in una spirale pericolosa all’interno della quale gli indicatori si muovono verso direzioni differenti. Nel mese di giugno, subito dopo la presentazione del contratto di governo firmato da Lega e M5s, diversi gestori di fondi di investimento hanno dichiarato di voler ridurre la propria esposizione sull’azionariato italiano (il 35 per cento secondo un sondaggio BofA Merrill Lynch). Il fondo americano Tpg e quello australiano Macquarie, come ha ricordato il Corriere della Sera qualche settimana fa, hanno deciso, dall’oggi al domani, di sospendere tutti i loro piani italiani. E giusto pochi giorni fa, nel suo ultimo rapporto relativo alla bilancia dei pagamenti e alla posizione patrimoniale all’estero, la Banca d’Italia ha certificato che nel mese di maggio gli investitori esteri hanno ridotto la loro posizione sui titoli di stato italiani per la cifra record di 33,4 miliardi di euro.

 

Per spiegare la ragione per cui l’Italia è entrata all’interno di un buco nero in cui si miscelano come in un cocktail impazzito l’incertezza, la non affidabilità e la non credibilità (alla fine di maggio una delle più importanti agenzie di rating del mondo, Moody’s, ha scelto di mettere l’Italia sotto osservazione in vista di un possibile declassamento, e un declassamento dell’Italia porterebbe i nostri titoli di stato a un solo livello di distanza dalla quota spazzatura, che una volta raggiunta comporta l’interruzione automatica dell’acquisto di obbligazioni da parte della Bce e la non possibilità per la Banca centrale europea di accettare obbligazioni italiane come garanzia) è necessario osservare con attenzione il dibattito in corso all’interno del governo sul tema dell’Alta velocità. Non per concentrarsi solo sul tema degli impegni presi, delle penali, dell’impossibilità di rompere dei patti ormai scritti con i partner europei, ma per concentrarsi su qualcosa di più importante: il costo di avere un paese governato dalla cultura del No. Matteo Salvini ieri ha controbilanciato in modo goffo le parole del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli (“Nessuno firmi nulla ai fini dell’avanzamento dell’opera, lo considereremmo un atto ostile”) – parole perfettamente coerenti con le parole usate a maggio da Luigi Di Maio (“La Tav poteva avere un senso trent’anni fa, ma oggi non più: andremo a parlare con la Francia, spiegheremo che quell’opera non va fatta, è inutile, e li convinceremo”) – e lo ha fatto, Salvini, ribadendo che una volta che il governo analizzerà se “costa di più bloccarla che proseguirla” l’alta velocità va completata. I costi diretti del non fare la Tav Torino-Lione (8 miliardi di euro di investimento, la più importante opera pubblica italiana, con 57 km di tunnel a doppia canna, con l’89 per cento dell’opera in galleria, e sarebbe la più grande del mondo, con 45 km su terreno francese, 12,5 sul terreno italiano, e con la Francia che pur avendo cominciato i lavori nello stesso momento in cui li ha cominciati l’Italia sta già scavando il tunnel per inserire le rotaie, mentre l’Italia si trova ancora nella fase cosiddetta “diagnostica”) sono molti e sono stati quantificati da tempo. Se l’Italia uscisse unilateralmente dal progetto Tav, i diversi attori istituzionali coinvolti, Unione europea e Francia, potrebbero rivalersi e chiedere il risarcimento dei costi sostenuti per un totale di 1,4 miliardi di euro per le opere preliminari. Senza contare i costi per la chiusura dei cantieri esistenti e per la messa in sicurezza degli scavi, oltre ai contenziosi con le imprese che hanno già ottenuto l’incarico per i lavori. E senza contare infine sugli altri posti di lavoro che salterebbero a causa del blocco dell’Alta velocità (attualmente sono 2.000 le persone impegnate direttamente nella realizzazione della linea, 4.000 sono gli occupati previsti per la realizzazione della nuova linea, e solo per quanto riguarda l’Italia si stima che la Torino-Lione creerà stabilmente circa 500 posti di lavoro in più).

 

Ma i costi delle penali non ci aiutano a capire la vera partita che gioca l’Italia e che riguarda un messaggio all’interno del quale si trova tutto. Il No alla Tav (che poi rischia di essere un No all’Alta velocità non solo nella tratta Torino-Lione ma anche sul Terzo Valico dei Giovi, su quella tratta che dovrebbe collegare Brescia e Verona, su quella tratta che dovrebbe collegare Verona e Vicenza, su quella tratta che dovrebbe collegare Savona e Genova). La diffidenza sul Tap. L’ostruzionismo sull’Ilva. L’ostilità nei confronti dei mercati. I pregiudizi sugli imprenditori. La sfiducia nei confronti dell’euro (ieri Grillo è tornato a invocare un referendum sulla moneta unica). Al centro di tutto c’è un problema legato non al costo di un’opera che rischia di saltare ma al costo che rischia di pagare il nostro paese ad avere un governo che, mosso da una cultura sovranista, anti europeista e prima di tutto complottista, sceglie di scommettere sulla leva della chiusura autarchica per “proteggere” i suoi cittadini, decidendo così in modo deliberato di condannare la settima potenza industriale del mondo a una posizione di marginalità, di isolamento e di progressiva irrilevanza.

 

Un governo in retromarcia che rinuncia a fare di tutto per mostrarsi accogliente di fronte a chi mette soldi per investire nel nostro paese è un governo che una buona opposizione dovrebbe affrontare non giocando con la freddezza dei numeri delle penali ma con la forza calda di una visione alternativa. E avere una solida e forte visione alternativa rispetto al partito unico del No sarà un elemento molto importante nei prossimi anni, anche alla luce delle nomine proposte ieri dal governo per la Rai, dove come presidente, accanto a un profilo di buon senso come Fabrizio Salini, scelto come direttore generale, è stato premiato un presidente, Marcello Foa, che oltre a essere il primo sovranista putiniano alla guida della principale azienda culturale italiana potrà essere anche il primo alto dirigente Rai ad avere una solida visione complottistica sui temi dell’Alta velocità. “So di andare controcorrente – ha scritto anni fa sul suo blog sul Giornale il prossimo presidente Rai – ma quando il movimento No Tav accusa la stampa di non aver fatto il proprio dovere ha ragione… Molto spesso gli editorialisti assumono posizioni di principio su argomenti decisivi, senza spiegare le ragioni più profonde e più logiche della loro posizione. Assumono, insomma, un atteggiamento fideistico. Pensate alla moneta unica, all’atteggiamento acritico nei confronti dell’Unione europea e delle grandi istituzioni internazionali, o all’atteggiamento tenuto durante la suina o l’aviaria. Stesso schema, stessa logica. Tutti hanno convinzioni ferree, che però pochi hanno l’umiltà di spiegare e argomentare: le critiche alla stampa (dei No Tav) sono, ahimè, meritate”. L’Italia di oggi, se vogliamo, è tutta qui. E chissà che vedere all’azione il sovranismo, anche a reti unificate, non abbia alla fine un effetto positivo: guardare negli occhi l’orrore del complottismo nazionalista, capire la sua pericolosità e abbracciare finalmente, se mai ci sarà, una visione alternativa. Chissà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.