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Demanio, Entrate, Dogane. Nomine oltre la propaganda. Indizi su un piano

Un'operazione che è spia di un progetto possibile: unire tutto

9 Agosto 2018 alle 20:41

Demanio, Entrate, Dogane. Nomine oltre la propaganda. Indizi su un piano

La sede dell'Agenzia delle Entrate (foto Imagoeconomica)

Roma. All’Agenzia delle entrate sono rimasti sorpresi per la nomina di un finanziere, il generale Antonino Maggiore, come nuovo capo della struttura in cui era già stata inserita anche la vecchia Equitalia sotto il nome di Riscossione. Perché i nomi che giravano erano altri, ma anche perché l’arrivo di un generale della Finanza sconvolge il progetto iniziale, la ragione storica di esistere dell’Agenzia, concepita come emanazione operativa dell’alta burocrazia ministeriale. Era successo in passato, certo, che uomini della Finanza assumessero posizioni di rilievo, ma mai che raggiungessero direttamente il vertice dell’Agenzia e dopo aver lasciato dalla sera alla mattina una funzione di altissimo livello nel corpo militare. Tanto per fare qualche nome, c’erano stati Arturo Betunio e poi Marco Di Capua e Luigi Magistro, ma, appunto, erano stati inseriti, dall’allora capo della struttura Attilio Befera, come eccezioni che confermano la regola. 

 

Il rapporto con la Finanza poi era evoluto nel tempo, arrivando a un punto di equilibrio e a una sana divisione dei ruoli, per cui la procedura standard prevedeva che fossero i finanzieri a fare, tanto per citare un caso frequente, i cosiddetti pvc, i processi verbali di constatazione (cioè l’avvio di una possibile contestazione a un contribuente) e poi, rispetto ad essi, l’Agenzia si poneva come un Gup o come un Gip e continuava poi a gestire le fasi successive. Con questa nomina sembrerebbe che il modo di operare seguito finora, e consolidato nella pur non lunghissima storia passata dei rapporti tra Agenzia e Finanza, sia prossimo ad essere abbandonato. Verso quale nuovo esito e quindi verso quale diverso equilibrio non è facile dirlo. Certo non rassicurano le dichiarazioni velatamente minacciose del vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio. Ma potrebbe essere, come quasi sempre, pura propaganda da parte sua, con la retorica anti-evasione tanto stentorea quanto priva di efficacia. Ma forse è proprio il profilo personale del nuovo capo dell’Agenzia, il generale Maggiore, a metterci su una strada interessante. Perché su di lui i giudizi sono tutti positivi, o per meglio dire sono giudizi sereni, con un’enfasi speciale sul suo approccio non aggressivo, si direbbe moderato, alla attività di controllo e repressione. Si è fatto apprezzare anche in regioni come il Veneto e prima il Friuli Venezia Giulia (in entrambe ha guidato il comando regionale per due anni) che hanno una lunga storia se non di conflitto certamente di rapporti tesi con il sistema tributario. Allora diventa suggestiva un’altra interpretazione che viene proposta. Il consiglio dei ministri ha cambiato anche i capi di Demanio e Dogane, rinnovando così tutta la struttura delle agenzie fiscali, ma in nessun caso ha scelto figure di speciale rilievo o di spiccata notorietà. Nomine non di basso profilo ma neppure dalla forte caratura. Che potrebbero far pensare, anche perché si tratta certamente di scelte promosse dal ministro Giovanni Tria, al rispolvero di un progetto giù raccomandato all’Italia dall’Ocse da qualche anno e messo un po’ in lista d’attesa, ma non accantonato, dai precedenti governi. L’Ocse, sia per ragioni operative sia per ridurre costi e duplicazioni, consiglia da tempo all’Italia di accorpare in un’unica struttura le tre agenzie fiscali, seguendo una pratica già attuata in gran parte dei paesi, a cominciare dagli Stati Uniti (certamente un modello di efficienza per la macchina tributaria).

 

Allora nomi troppo ingombranti non sarebbero neanche stati adatti per un’operazione che comporterebbe comunque un basso tasso di campanilismo per ciascuna agenzia e un’alta propensione a collaborare. I risultati poi si vedranno, certo non sarà facile mantenere l’andamento positivo realizzato dall’ormai ex capo Ernesto Maria Ruffini sia nel recupero di gettito sia nella semplificazione e nella maggiore funzionalità dell’Agenzia, particolarmente grazie ai 730 precompilati, all’aumento delle dichiarazioni elettroniche, al cassetto fiscale, alla gestione dinamica delle banche dato e all’avvio della fatturazione elettronica. Ruffini ha gestito con ottimi risultati (maggiori di quelli di alcuni condoni del passato) la prima ondata di rottamazione delle cartelle e stava gestendo la seconda. Lascia quindi un’Agenzia rafforzata anche da queste operazioni, grazie a un rapporto recuperato con molti contribuenti e a una maggiore consapevolezza del reale gettito estraibile dalla montagna di accertamenti e di cartelle sospese. Proprio quei numeri che interessavano al governo attuale per lanciare quella che chiamano pace fiscale, numeri che Ruffini ha fornito con esattezza, ma che forse hanno deluso qualche aspettativa esagerata dei due vicepresidenti del Consiglio.

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