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Di Maio, il ministro del non lavoro

La lotta ideologica contro la flessibilità porta disoccupazione. I lavoratori ringraziano

9 Agosto 2018 alle 06:14

Di Maio, il ministro del non lavoro

Dall’incertezza alla paura. Il decreto “dignità” è diventato legge e anche i lavoratori non si sentono troppo bene (foto: Imagoeconomica)

Luigi Di Maio potrebbe meritare il riconoscimento di primo ministro del Lavoro che riesce a ridurre l’occupazione anziché aumentarla. Non sono soltanto gli imprenditori – confindustriali e non – a lamentare che il “decreto dignità” creerà una situazione di incertezza. Anche i lavoratori dipendenti sono preoccupati dagli effetti del decreto, convertito in legge martedì, con 155 voti a favore (meno dei senatori grillini e leghisti che insieme sono 167). Alcuni lavoratori, il cui contratto non può più essere rinnovato oltre i ventiquattro mesi, hanno già ricevuto dall’azienda un preavviso di ben servito.

 

Nelle settimane scorse ha fatto sensazione la storia di Tony Nelly, un profilo social che fa il verso al ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, creato da un 32enni piemontese, Simone Bonino, che in un post rivolto a Di Maio diceva: “Grazie sarò disoccupato anche per merito suo”. Repubblica Torino ha ricostruito la storia di Bonino che inizialmente era stata presa come una delle tante bufale in rete. Assunto in banca nel febbraio scorso, all’indomani dell’annuncio del ministro, l’ufficio del personale gli comunica che la nuova norma porrà incertezze e che “un contratto a tempo indeterminato ingesserebbe troppo l’azienda” e quindi, scaduto il periodo di assunzione, sarebbe tornato a essere un laureato in Giurisprudenza senza lavoro.

 

Altro caso ha riguardato lo stabilimento Buitoni di Benevento di proprietà della multinazionale Nestlé. Venti lavoratori assunti con contratti a tempo determinato si sono dichiarati “prime vittime” del decreto perché avevano lavorato per 24 mesi e non potevano essere più prorogati a 36 mesi. Non era intenzione del gruppo, che sta investendo 50 milioni di euro per fare nel beneventano una centrale di produzione della pizza surgelata, liberarsi dei lavoratori ma è stata l’incertezza normativa a mettere in allerta la società e i suoi dipendenti.

 

Ci sono lavoratori che si dichiarano “vittime” della legge “dignità” e dovrebbero parlare nei talk-show. Non sono “fake news”

L’effetto negativo può essere importante per le imprese più piccole, con meno di 15 dipendenti, dove i contratti a tempo determinato sono più comuni. La Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa (Cna) condivide le preoccupazioni di iscritti e lavoratori. Il responsabile delle politiche contrattuali, Maurizio De Carli, dice di avere “un timore assolutamente fondato che sarà minore la stabilizzazione dei lavoratori, che nel settanta per cento dei casi veniva trasformato da determinato a indeterminato, rischiando di avere un effetto opposto a quello dichiarato, per cui i rapporti di lavoro saranno fissati a partire da settembre a dodici mesi massimo, un periodo entro il quale non è nemmeno possibile per il datore di lavoro capire se il dipendente è pienamente formato e abile a restare in azienda”.

 

Lo dimostra un altro caso, quello della Stiga, azienda trevigiana che produce tagliaerba e robot da giardino. Il direttore delle risorse umane ha ammesso che l’azienda assumerà 160 nuovi dipendenti a tempo determinato invece di quelli già impiegati in base alla stagionalità, fattore strutturale nel modello produttivo dello stabilimento, che ora è messo in discussione dalla causale necessaria per prorogare i contratti dopo i primi 12 mesi.

 

Più dell’incertezza, che ha investito le imprese nel periodo di gestazione del decreto, a inizio luglio, adesso è la possibilità concreta di perdere il lavoro che angoscia i dipendenti. Uno degli effetti perversi è che viene offerta alle aziende problematiche la possibilità di liberarsi di un fattore di costo. Per paradosso anche nella Anpal Servizi, società in house del ministero del Lavoro, i lavoratori denunciano un uso strumentale del decreto firmato Di Maio, che ha permesso all’azienda di “deresponsabilizzarsi dalla condizione di precarietà strutturale che caratterizza la società stessa”. E’ il caso di due lavoratrici il contratto è scaduto il 31 luglio, che non sono state né stabilizzate né prorogate.

 

Anche l’azienda di gestione dei rifiuti Sei Toscana, che insiste sulle province di Arezzo, Grosseto, Siena e Livorno, martedì ha spiegato di poter procedere all’assunzione di soli 45 lavoratori interinali che raggiungeranno il limite massimo di rinnovi previsti, lasciando fuori tutti gli altri. Secondo i sindacati si tratterebbe di 464 persone che in maniera alternata hanno lavorato stabilmente per Sei Toscana dal 2013 a oggi, per un totale di 250 contratti in somministrazione alla volta, pari alla percentuale massima consentita in base al numero complessivo dei dipendenti. Il Movimento 5 stelle locale ha gridato al complotto, come se usassero un caso aziendale per colpirli. La realtà, invece, è che la legge “dignità” ha fornito un pretesto valido per ridurre la forza lavoro dal momento che Sei Toscana non naviga in buone acque. Nata cinque anni fa dalla fusione di diversi operatori, si è da poco lasciata alle spalle un commissariamento per vicende giudiziarie e a giugno registrava un buco di bilancio di oltre 4 milioni che secondo le previsioni dei sindacati potrebbe raddoppiare già l’anno prossimo.

 

Secondo Pierluigi Ballerini e Stefano Boni della Fit Cisl Toscana il rinnovo costante dei contratti interinali che c’è stato fino a oggi è la prova che l’azienda ha strutturalmente bisogno di questi lavoratori, per questo si dicono fiduciosi di poter poco per volta riuscire a ottenere la stabilizzazione di un buon numero dei precari in lista. Al momento l’azienda non ha dato nessuna garanzia, ma ha spiegato che in caso di necessità esternalizzerà alcuni servizi. L’idea è di affidare i lavori tramite bando ad alcune cooperative che, nella migliore delle ipotesi per i lavoratori, potrebbero attingere alla lista delle 464 persone che da oggi non lavorano più per Sei Toscana. Ma in questo caso i contratti sarebbero ben diversi per compensi e tutele da quelli in somministrazione, che applicano le stesse garanzie dei contratti a termine dipendenti direttamente dall’azienda. La situazione non lascia tranquilli i dipendenti. Uno di questi è Raffaele, 49 anni, due figli di 24 e 18 anni con una moglie a carico, al posto 410 della graduatoria. “Decreto o non decreto restiamo a casa senza stipendio. L’azienda ha bloccato tutto senza un minimo di preavviso, se avessero potuto rinnovare il contratto un’altra volta certo che sarei rimasto. Il ministro del Lavoro si sta preoccupando di tante cose però non si sta preoccupando di queste famiglie che stanno a casa. Non bisogna aspettare che succede una strage per prendere provvedimenti. Senza lavoro non si può andare avanti. Se devo scegliere tra un contratto a tempo determinato e la disoccupazione, scelgo il lavoro. Io la disoccupazione non la voglio, voglio lavorare. Non voglio essere mantenuto, il reddito di cittadinanza non è una risposta”. Così Raffaele conclude la sua conversazione con il Foglio, lasciando un avvertimento disperato che ribadisce lo stato d’ansia. “Le famiglie quando non lavorano gli parte il cervello, succedono guai, ma seri”.

 

Non è intenzione degli imprenditori liberarsi di lavoratori formati in azienda ma, anzi, assumerli con un contratto stabile. Il decreto – è stato denunciato più volte – invece non comporterà più contratti indeterminati ma un florilegio di contratti a tempo e non rinnovabili, con il risultato di moltiplicare il precariato che si proponeva di abbattere. L’impostazione, non da oggi, pare dunque ideologica e i risultati al momento sono tutt’altro che positivi. Ma se questo è l’approccio del ministro del Lavoro, altri casi di crisi aziendali imponenti per numero di addetti coinvolti non consentono di escludere ulteriori situazioni di disagio. Di Maio sta gestendo la crisi dell’acciaieria Ilva cercando di ottenere dall’Avvocatura dello stato un parere idoneo a fare annullare la gara che ha conferito lo stabilimento all’investitore che vorrebbe rilanciarlo, ArcelorMittal. La base elettorale del Movimento 5 stelle, in particolare rappresentata dai movimenti ambientalisti tarantini, vorrebbe una fantomatica riconversione dell’azienda con i suoi 13.700 dipendenti. La partita non è chiusa ma i soldi in cassa termineranno a settembre. Le prime prove del ministro non lasciano tranquilli i lavoratori, nemmeno in questo caso.

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Commenti all'articolo

  • ancian99

    09 Agosto 2018 - 14:02

    L'errore è consistito nell'affidare Dicasteri come quello del Lavoro e dello Sviluppo Economico ad un incompetente, circondato da altrettanti incompetenti. Ci chiediamo allarmati: come finirà?

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  • Giovanni

    09 Agosto 2018 - 13:01

    Il titolo giusto avrebbe dovuto essere " Di Maio, il ministro che non ha mai lavorato in vita sua"

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