Così Lega e M5s riescono ad aiutare economia irregolare ed evasione

Carlo Amenta e Carlo Stagnaro

Decreto dignità, reddito di cittadinanza e ripristino della cassa integrazione per cessazione incentivano il lavoro “nero” con effetti potenzialmente gravi. Abbiamo il governo perfetto per un paese “sommerso”

Roma. L’economia non osservata incide sul prodotto interno lordo italiano per circa il 12,6 per cento. Secondo l’Istat, la maggior parte (44,9 per cento) è legata alla dichiarazione infedele, il 37,3 per cento al lavoro irregolare, l’8,2 per cento alle attività illegali e il resto ad altre componenti (come gli affitti in nero). L’evasione fiscale, se supera un livello fisiologico, che normalmente viene considerato piuttosto basso, può rappresentare un serio freno allo sviluppo economico. Contrastarla è dunque cruciale, anche se il modo in cui lo si fa non è indifferente. Nel passato, la lotta senza quartiere al lavoro autonomo e all’attività d’impresa, basata sul pregiudizio che chiunque non fosse un lavoratore dipendente avesse qualcosa da nascondere al fisco, ha creato non poche distorsioni.

 

I cavalli di battaglia del M5s – decreto dignità, reddito di cittadinanza e ripristino della cassa integrazione per cessazione – incentivano il lavoro “nero” con effetti potenzialmente gravi. Idem la “flat tax” per i professionisti. Di Maio minaccia il carcere per gli evasori ma non intacca il problema, anzi lo alimenta

Per discutere seriamente di evasione occorre comprenderne con precisione la dimensione, gli effetti e le cause. La stima dell’evasione non è impresa facile e diversi economisti si sono dedicati all’arduo compito elaborando metodologie diverse. I metodi principali si distinguono tra diretti e indiretti: gli uni si basano su questionari o altre informazioni ottenute direttamente dai contribuenti, gli altri utilizzano invece dati di contabilità nazionale o altre variabili di natura economica per stimare indirettamente l’estensione del sommerso attraverso metodi matematico-statistici. Secondo le stime più pessimistiche, come quella di Friedrich Schneider e Andreas Buehn, tra il 1996 e il 2014 il “nero” ha inciso sul pil italiano per oltre un quarto (il valore corrispondente per la Francia e la Germania era pari, rispettivamente, al 14,2 e 14,7 per cento).

 

A parte gli ovvi effetti sul gettito, la diffusa presenza di simili condotte ha sull’economia conseguenze strutturali. Un recente lavoro di Emanuele Bobbio, Matteo Bugamelli, Francesca Lotti e Francesco Manaresi pubblicato su lavoce.info evidenzia due canali attraverso cui essa può colpire la produttività delle imprese. In primo luogo, le imprese che evadono hanno un incentivo implicito a non crescere dimensionalmente per gestire nel modo più informale possibile l’attività, massimizzando i ricavi in nero e riducendo la probabilità di accertamenti. Poiché una delle ragioni della bassa produttività italiana sta proprio nella ridotta dimensione media delle imprese, il sommerso può spiegare parte delle nostre difficoltà. Secondariamente, le imprese che operano nella legalità e puntano a crescere per sfruttare economie di scala e di scopo devono fronteggiare la concorrenza sleale dell’economia sommersa. Conseguentemente, hanno meno risorse e meno incentivi a innovare. Gli stessi autori mostrano che, nell’ipotesi estrema di azzeramento dell’evasione, la dimensione media delle imprese crescerebbe del 25 per cento e gli investimenti in innovazione del 35 per cento.

 

Da queste considerazioni emerge con chiarezza la domanda: che fare? Per fermare il declino, il primo e più importante precetto da seguire è il giuramento d’Ippocrate, “primum non nocere”. Spesso, infatti, l’evasione rappresenta la risposta razionale delle imprese a una congerie di norme (non solo fiscali) che ne distorcono i comportamenti spingendole verso condotte illegali. Purtroppo, già nei primi atti, il governo sembra avere sottovalutato questo aspetto e avere amplificato, anziché ridurre, i casi in cui ciò avviene. L’esempio più ovvio sono le norme sul lavoro a tempo indeterminato e determinato contenute nel Decreto Dignità, che rendono l’uno più costoso e l’altro meno utilizzabile, portando materialmente molte imprese – soprattutto di piccole dimensioni – a spostare in “nero” alcuni dei loro collaboratori.

 

Ancora più preoccupanti sono alcune proposte che potrebbero entrare nella legge di bilancio. Anche solo parlare di condono – pur mascherato sotto il nome di pace fiscale – invoglia i contribuenti a mettere immediatamente in atto strategie evasive o elusive, nella speranza di rientrare nel prossimo colpo di spugna sulle loro malefatte fiscali. Analogamente, le versioni che circolano della cosiddetta “flat tax” proposta dalla Lega agevolano i professionisti che dichiarano ricavi entro una certa soglia, incentivandoli così a nascondere quelle somme che li costringerebbero a superare il limite con conseguente assoggettamento a tassazione ordinaria. In modo diverso, rischiano di produrre il medesimo effetto due misure che, pur avendo natura differente, hanno caratteristiche molto simili: il reddito di cittadinanza e il ripristino della cassa integrazione per cessazione. In entrambi i casi, i beneficiari ricevono un sussidio sostanzialmente incondizionato. L’esperienza pregressa con la Cigs lascia facilmente intuire cosa potrebbe accadere: uno studio Eurispes del 2016 ha trovato che più dell’83 per cento dei cassintegrati aveva un lavoretto in “nero”. Una patologia tanto diffusa non può essere ascrivibile solo al cattivo comportamento di poche mele marce: indica chiaramente un difetto nel disegno dello strumento. Sotto questo profilo, i due cavalli di battaglia del Movimento 5 stelle potrebbero avere effetti devastanti.

 

Combattere l’evasione non è certamente compito semplice, ma l’esperienza suggerisce che la proliferazione delle leggi e la confusione del sistema tributario scoraggiano la tax compliance. Quindi, anziché far tintinnare le manette, come ha fatto Luigi Di Maio minacciando il carcere per gli evasori, occorre rimuovere le cause del sommerso. La via maestra passa da una diminuzione della complessità regolatoria e fiscale, che secondo alcuni economisti può avere effetti ancora più rilevanti perfino rispetto alla comunque necessaria riduzione del carico impositivo. Come ha mostrato Richard Posner in un celeberrimo paper del 1971 (“Taxation by Regulation”), c’è un’equivalenza di fondo tra tasse e regolamentazioni: ogni nuova norma equivale a un’imposta, e ogni balzello sortisce le stesse conseguenze di lacci e lacciuoli. Per avere meno evasione, l’Italia ha bisogno di meno tasse, meno norme e più libertà.