L'autunno che non osiamo pensare. Le preoccupazioni di Caritas

Cristina Giudici

Non è facile immaginare cosa accadrà a settembre, ma si fa fatica a essere ottimisti

Nell’ultimo video di Yes Milano prodotto dal Comune per provare a far ripartire la città senza buttarla più sul turbo-capitalismo, “Milano is running” o altri slogan che sono stati assai infelici, si intravede come dovrebbe o meglio vorrebbe essere il capoluogo lombardo nell’autunno che – si teme – diventerà quello del nostro scontento. Con immagini patinate sui nostri gioielli della storia dell’arte e iniziative culturali nei quartieri popolari. Mettendo insieme le glorie scaligere al cantante italo-tunisino Ghali che ricorda che Milano è anche la periferia di Baggio. Con il motto “Milano è sempre quella perché non è mai la stessa” per comunicare la speranza di una ripresa che non dimentichi l’emergenza sanitaria che l’ha messa in ginocchio. Non è facile immaginare cosa accadrà a settembre, ma si fa fatica a essere ottimisti. Come ci spiega il direttore della Caritas ambrosiana, Luciano Gualzetti, che continua a ripetere “Non oso pensare…”, lasciando intendere fra quei puntini di sospensione tutte le nefaste conseguenze sociali del lockdown. Perché la Caritas ambrosiana nella fase acuta dell’emergenza ha donato assistenza alimentare a cinquemila famiglie milanesi al giorno, rispetto alle 2.500 assistite nella fase precedente al Covid. “E nell’intera diocesi ambrosiana siamo arrivati a quota 16.500”, ci spiega. “Tutti quelli che avevano un lavoro precario, sono caduti per terra. Precipitati. Ora qualcuno ha ripreso a lavorare, ma nel frattempo si sono aggiunti molti nuovi poveri. Non oso pensare cosa potrebbe succedere a settembre se non riusciamo a tenere a galla chi ha sofferto di più gli effetti del lockdown. Ma sono certo di una cosa: la città non può pensare solo agli interessi delle aziende, altrimenti il tessuto sociale non potrà tenere. I conflitti sociali aumenterebbero e potrebbe prevalere ancora una volta il populismo che usa i più deboli, gli stranieri, gli immigrati come capro espiatorio. I segnali ci sono già, purtroppo”. Molto dipenderà da cosa succederà nel mercato del lavoro che secondo il direttore della Caritas ha un problema strutturale: la piaga del precariato, accelerata dalla pandemia: “La pandemia ha fatto emergere tutte le contraddizioni, per questo motivo temo che l’autunno potrebbe acuire le diseguaglianze e aumentare il numero di famiglie da assistere. Perciò bisogna prepararsi per aiutare chi resterà indietro perché è vero che per un lungo periodo siamo stati tutti sulla stessa barca, ma ora non è più così. E noi dobbiamo fare in modo di difendere la coesione sociale”.

 

Per Gualzetti non è solo un problema di tenuta economica, ma anche di isolamento: “Il distanziamento sociale ha portato molte persone a chiudersi in casa, ad avere ancora oggi paura di uscire. Di ripartire. Perciò è stato importante che, sebbene le chiese fossero chiuse, fossero aperte le mense e siamo riusciti a mantenere vive le comunità nei quartieri”. Un’altra preoccupazione angosciosa per il direttore della Caritas è il rischio tangibile di una maggiore dispersione scolastica. “Tantissimi studenti non sono riusciti a fare la didattica a distanza per mancanza di mezzi o di famiglie in grado di aiutare i loro figli a studiare su piattaforme digitali. E io mi chiedo quanti di loro non torneranno più a scuola. Quanti lasceranno la scuola. Non oso pensarlo…”. La Milano che resiste e riparte, fattiva e operosa, per Gualzetti può tornare ad avere una sua identità se diventa più comunità e meno si salvi chi può. “Fare una proiezione statistica non è facile, ma sono molto preoccupato dall’ipotesi di uno scenario che acuisca ulteriormente le diseguaglianze. Rischiamo di fare passi indietro sul piano dei diritti dei cittadini. Noi ci stiamo attrezzando per dare risposte a tutti perché i segnali, lo ribadisco, sono preoccupanti, ma le soluzioni devono essere trovate dalla politica”. E poi se è vero che non ci sono rose senza pane, bisogna pensare anche ai bisogni psicologi di una città ancora stordita dalla quarantena. “Un altro segnale per me allarmante è l’aumento della depressione. Quello che abbiamo vissuto dovrebbe aiutarci a fare i conti con la vulnerabilità, la fragilità dell’essere umano davanti alla morte e aiutarci ad essere più consapevoli, a modificare gli stili di vita. Abbiamo capito che non ci sono risposte scientifiche a una pandemia, e allora dobbiamo creare una città diversa, più attenta ai bisogni delle persone, alla cura sanitaria, ai diritti sul lavoro. Nessuno dovrà restare indietro”. E a intravedere uno scenario diverso da quello raccontato dal video Yes Milano in cui si cerca di prospettare una Milano che riparte in modalità slow, ma pur sempre intraprendente e gloriosa, ci vuole ora molta immaginazione. Almeno per il direttore della Caritas che pensa ai suoi ragazzi, seguiti in mille parrocchie della diocesi: “Il 50 per cento di quelli che abbiamo seguito con i doposcuola non hanno retto il ritmo dell’insegnamento da casa, online. Se decidessero di rinunciare a proseguire gli studi, be’ non oso pensare…”. Certo ci sono gli oratori, i centri estivi, i volontari ed educatori che non si sono mai fermati, ma per Gualzetti, Milano deve imparare la lezione. E nell’autunno che ci aspetta, diventare una comunità che provi a non lasciare indietro nessuno per evitare la frantumazione sociale.