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L’autunno che non osiamo pensare. Le preoccupazioni di Caritas

Non è facile immaginare cosa accadrà a settembre, ma si fa fatica a essere ottimisti

26 Luglio 2020 alle 06:00

L’autunno che non osiamo pensare. Le preoccupazioni di Caritas

(foto LaPresse)

Nell’ultimo video di Yes Milano prodotto dal Comune per provare a far ripartire la città senza buttarla più sul turbo-capitalismo, “Milano is running” o altri slogan che sono stati assai infelici, si intravede come dovrebbe o meglio vorrebbe essere il capoluogo lombardo nell’autunno che – si teme – diventerà quello del nostro scontento. Con immagini patinate sui nostri gioielli della storia dell’arte e iniziative culturali nei quartieri popolari. Mettendo insieme le glorie scaligere al cantante italo-tunisino Ghali che ricorda che Milano è anche la periferia di Baggio. Con il motto “Milano è sempre quella perché non è mai la stessa” per comunicare la speranza di una ripresa che non dimentichi l’emergenza sanitaria che l’ha messa in ginocchio. Non è facile immaginare cosa accadrà a settembre, ma si fa fatica a essere ottimisti. Come ci spiega il direttore della Caritas ambrosiana, Luciano Gualzetti, che continua a ripetere “Non oso pensare…”, lasciando intendere fra quei puntini di sospensione tutte le nefaste conseguenze sociali del lockdown. Perché la Caritas ambrosiana nella fase acuta dell’emergenza ha donato assistenza alimentare a cinquemila famiglie milanesi al giorno, rispetto alle 2.500 assistite nella fase precedente al Covid. “E nell’intera diocesi ambrosiana siamo arrivati a quota 16.500”, ci spiega. “Tutti quelli che avevano un lavoro precario, sono caduti per terra. Precipitati. Ora qualcuno ha ripreso a lavorare, ma nel frattempo si sono aggiunti molti nuovi poveri. Non oso pensare cosa potrebbe succedere a settembre se non riusciamo a tenere a galla chi ha sofferto di più gli effetti del lockdown. Ma sono certo di una cosa: la città non può pensare solo agli interessi delle aziende, altrimenti il tessuto sociale non potrà tenere. I conflitti sociali aumenterebbero e potrebbe prevalere ancora una volta il populismo che usa i più deboli, gli stranieri, gli immigrati come capro espiatorio. I segnali ci sono già, purtroppo”. Molto dipenderà da cosa succederà nel mercato del lavoro che secondo il direttore della Caritas ha un problema strutturale: la piaga del precariato, accelerata dalla pandemia: “La pandemia ha fatto emergere tutte le contraddizioni, per questo motivo temo che l’autunno potrebbe acuire le diseguaglianze e aumentare il numero di famiglie da assistere. Perciò bisogna prepararsi per aiutare chi resterà indietro perché è vero che per un lungo periodo siamo stati tutti sulla stessa barca, ma ora non è più così. E noi dobbiamo fare in modo di difendere la coesione sociale”.

 

Per Gualzetti non è solo un problema di tenuta economica, ma anche di isolamento: “Il distanziamento sociale ha portato molte persone a chiudersi in casa, ad avere ancora oggi paura di uscire. Di ripartire. Perciò è stato importante che, sebbene le chiese fossero chiuse, fossero aperte le mense e siamo riusciti a mantenere vive le comunità nei quartieri”. Un’altra preoccupazione angosciosa per il direttore della Caritas è il rischio tangibile di una maggiore dispersione scolastica. “Tantissimi studenti non sono riusciti a fare la didattica a distanza per mancanza di mezzi o di famiglie in grado di aiutare i loro figli a studiare su piattaforme digitali. E io mi chiedo quanti di loro non torneranno più a scuola. Quanti lasceranno la scuola. Non oso pensarlo…”. La Milano che resiste e riparte, fattiva e operosa, per Gualzetti può tornare ad avere una sua identità se diventa più comunità e meno si salvi chi può. “Fare una proiezione statistica non è facile, ma sono molto preoccupato dall’ipotesi di uno scenario che acuisca ulteriormente le diseguaglianze. Rischiamo di fare passi indietro sul piano dei diritti dei cittadini. Noi ci stiamo attrezzando per dare risposte a tutti perché i segnali, lo ribadisco, sono preoccupanti, ma le soluzioni devono essere trovate dalla politica”. E poi se è vero che non ci sono rose senza pane, bisogna pensare anche ai bisogni psicologi di una città ancora stordita dalla quarantena. “Un altro segnale per me allarmante è l’aumento della depressione. Quello che abbiamo vissuto dovrebbe aiutarci a fare i conti con la vulnerabilità, la fragilità dell’essere umano davanti alla morte e aiutarci ad essere più consapevoli, a modificare gli stili di vita. Abbiamo capito che non ci sono risposte scientifiche a una pandemia, e allora dobbiamo creare una città diversa, più attenta ai bisogni delle persone, alla cura sanitaria, ai diritti sul lavoro. Nessuno dovrà restare indietro”. E a intravedere uno scenario diverso da quello raccontato dal video Yes Milano in cui si cerca di prospettare una Milano che riparte in modalità slow, ma pur sempre intraprendente e gloriosa, ci vuole ora molta immaginazione. Almeno per il direttore della Caritas che pensa ai suoi ragazzi, seguiti in mille parrocchie della diocesi: “Il 50 per cento di quelli che abbiamo seguito con i doposcuola non hanno retto il ritmo dell’insegnamento da casa, online. Se decidessero di rinunciare a proseguire gli studi, be’ non oso pensare…”. Certo ci sono gli oratori, i centri estivi, i volontari ed educatori che non si sono mai fermati, ma per Gualzetti, Milano deve imparare la lezione. E nell’autunno che ci aspetta, diventare una comunità che provi a non lasciare indietro nessuno per evitare la frantumazione sociale.

Cristina Giudici

Cristina Giudici. Preferisce non rivelare quando
è nata perché si illude di essere una signora, ma ha meno di 65 anni. Ha studiato al liceo Oxford Institute, alla Statale, (in tre facoltà diverse), ha vissuto e studiato a Londra quando c'erano ancora i minatori e la lady di ferro. Ha iniziato a fare la giornalista a Radio Popolare, è stata a lungo in Nicaragua e non si è pentita (del tutto), ma da allora per fortuna ha perso ogni certezza. Ha lavorato per molti giornali e settimanali che non cita perché chi si loda s'imbroglia. Sposata con Fabio Poletti, non si è ancora pentita. E si mormora che lui sia un santo. Era in cerca di emozioni forti e le ha trovate al Foglio, dove si è occupata di temi controversi. In ordine cronologico (e non di priorità): matti, carcerati, magistrati, pedofili, brigatisti, questione settentrionale, terroristi islamici, musulmani, radicalizzazione islamista, Lega, immigrazione, politica milanese. Si è divertita molto a scrivere della presunta Padania nella rubrica “Noi di Su” (con il perfido Crippa) e ancora di più su GranMilano. Di lei molti dicono: vota a sinistra, ma è di destra. Perdonateli perché non sanno quello che dicono. Non sanno che da qualche parte (ma dove???) esiste una sinistra libertaria. Odia i conformisti, adora le persone confuse, gli irregolari, gli enigmi (infatti ora ha una vespa verde enigma). Ha scritto diversi libri, ma ne ricorda solo due. Dopo aver bussato alle porte di tutte le moschee per colpa di Giuliano Ferrara, ha scritto il libro Italia di Allah. Poi ha cominciato ad occuparsi di immigrazione e non è più riuscita a smettere. E ha raccontato la storia su un singolare commissario che non voleva assomigliare a Montalbano Mare Monstrum, Mare Nostrum (https://www.utetlibri.it/libri/mare-monstrum-mare-nostrum/). Lombarda per nascita e convinzione, dopo la pandemia pensa che amare Milano sia come tifare per l’Inter: un atto di fede.    

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