Il sovranismo ha già fallito

Luciano Capone e Carlo Stagnaro

Aumenta le tasse, alimenta il nero, distrugge lavoro, penalizza le imprese, combatte la produttività, favorisce la recessione. La  manovra populista è coerente con il contratto di governo e per questo è dannosa per l’Italia. Perché il 2019 non sarà l’anno della riscossa, ma quello del criceto. Indagine

Il 5 giugno 2018, Giuseppe Conte scandiva di fronte al Senato queste parole: “Oggi ci presentiamo a voi per chiedere la fiducia a favore non solo di una squadra di governo, ma anche di un progetto per il cambiamento dell’Italia”. Sei mesi dopo, il cambiamento è stato certificato dall’Ufficio parlamentare di Bilancio in audizione alla Camera: dopo cinque anni di diminuzione, le tasse tornano ad aumentare. “La pressione fiscale evidentemente aumenta nel 2019 al 42,4 per cento del pil dal 42 per cento di quest’anno – ha detto il presidente, Giuseppe Pisauro –. Negli anni successivi, se non consideriamo le clausole che valgono 1,2-1,5 punti in più, si arriva al 42,8 per cento nel 2020 e al 42,5 per cento nel 2021”. Se invece si tiene conto dei  52 miliardi di clausole su Iva e accise, per cui bisognerà trovare una copertura, la pressione fiscale supererà il record del 43,8 per cento toccato sotto il governo Monti in tutt’altro contesto economico. Molti hanno criticato Luigi Di Maio e Matteo Salvini per essere venuti meno agli impegni scolpiti nel “Contratto di governo”. In questo articolo sosterremo il contrario:  la manovra è coerente con il programma, e proprio per questo dannosa per l’Italia. Ecco, se c’è un carattere distintivo nella legge di bilancio gialloverde è quello di colpire ciò che è produttivo per finanziare ciò che è improduttivo. Volendone sintetizzare i contenuti, possiamo dire che si tratta di un intervento organico a favore della rendita e contro lavoro e impresa. L’azione della maggioranza va valutata su due dimensioni: gli effetti concreti dell’azione di governo e il suo fallimento nel rapporto con l’Europa. L’approccio del Contratto coincide col comune denominatore tra Lega e Movimento 5 stelle: prende le mosse da una visione corporativa dell’economia e della società, da cui desume uno spazio crescente per l’interventismo pubblico, in ogni forma. Una ulteriore conseguenza è l’eclissi del tema della produttività, sostituita dal pregiudizio che la struttura produttiva italiana (in particolare nella sua componente di piccole e micro imprese) vada tutelata così com’è e, anzi, ostinatamente difesa da ogni cambiamento se non addirittura incentivata a diventare piccola. In questo senso ci si può spingere oltre e sostenere che la produttività è la vera vittima della politica economica gialloverde.

 

Se preso alla lettera, il Contratto di governo era incompatibile con la permanenza nell’Unione europea, perché sia nel merito delle singole misure sia nel disegno sottostante si poneva in stridente contrasto con le condizioni e i trattati alla base dell’Ue. Come ha dichiarato al Senato Mario Monti, nei sei mesi di  vita il governo e le forze che lo sostengono hanno dimostrato un profondo disprezzo per la realtà e per i numeri: la rinuncia ad alcune parti qualificanti della manovra, il ricorso spiacevole a misure impopolari di tassazione di alcune categorie (incluso il non profit, nell’attesa dell’annunciata retromarcia) per finanziare specifiche spese e l’enorme ipoteca delle clausole di salvaguardia sul 2020-21 dimostrano in qualche modo che la realtà e i “numeretti”, se non hanno vinto, hanno comunque segnalato la propria esistenza e dimostrato al governo che non si può fare come se non esistessero.

 

Deficit e debito

Nell’ambito del Contratto, i saldi di finanza pubblica erano considerati un non-problema: a deficit e debito erano dedicate 22 righe (all’incirca lo stesso spazio dedicato ai campi nomadi) senza alcuna cifra. In compenso, l’impatto complessivo delle misure contenute nel Contratto era stato conservativamente valutato dall’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli in 110-125 miliardi di euro. Il valore complessivo della manovra è pari a circa 37 miliardi di euro, di cui circa due terzi maggiori spese, il resto minori entrate.

 

E’ proprio sui saldi – a differenza di quanto lo spin governativo ha lasciato intendere agli elettori – che si è consumato il braccio di ferro con la Commissione europea. Il coordinamento fiscale previsto dai Trattati, infatti, non mette alcun paletto alla sovranità degli stati membri nello stabilire i contenuti del bilancio nazionale: si limita a porre dei vincoli sul deficit strutturale con l’obiettivo di favorire la convergenza del rapporto debito pubblico-pil verso il target del 60 per cento. In sostanza, quindi, se un paese intende spendere molto, deve tassare altrettanto; se vuole tassare poco, deve rivedere le proprie spese. Su questo punto, le opposizioni hanno denunciato il cedimento completo del governo nel braccio di ferro con l’Unione europea. Il predecessore di Conte, Paolo Gentiloni, ha detto: “Per la prima volta la legge di bilancio italiana viene varata a Bruxelles”. Un altro ex presidente del Consiglio come Mario Monti ha dichiarato – proprio in un’intervista al Foglio – che “nessuna manovra ha mai subìto una dettatura del genere da Bruxelles”. In realtà su questo punto bisogna dire che hanno torto Gentiloni e Monti e ha invece ragione il vicepremier Di Maio quando dice: “Non ci sto a questo racconto per cui la legge di Bilancio è stata scritta e imposta a Bruxelles!”.

 

La Commissione è intervenuta, come sempre, solo sui saldi. I contenuti, i singoli provvedimenti, la composizione di tasse e spese e gli effetti  sull’economia sono di esclusiva responsabilità dell’esecutivo. Anche perché basta dare un’occhiata alle varie raccomandazioni espresse nel corso degli anni – da ultima quella del 21 novembre – per capire che, dal punto di vista della Commissione, le priorità sono non solo diverse, ma opposte rispetto a quelle della manovra appena approvata. E su questo sono d’accordo sia Roma sia Bruxelles. Infatti della stessa opinione di Di Maio sulla responsabilità dei contenuti della manovra, anche se da un punto di vista diametralmente opposto, è la controparte europea nella trattativa sui saldi della manovra: “La Commissione non ha avuto alcun ruolo nella definizione delle specifiche misure della manovra, né tantomeno sulla loro qualità”, ha scritto sul Corriere Marco Buti, il direttore generale per gli Affari economici e finanziari della Commissione europea. Anche perché, come detto, sul lato dei contenuti il giudizio di Bruxelles è fortemente negativo in quanto gli interventi inseriti nella manovra costituiscono “un arretramento nel processo di riforma” e sono inadeguati “per affrontare la stagnazione a lungo termine della produttività”.

 

La Nota di aggiornamento al Def – il primo atto con cui il governo ha formalmente comunicato le proprie intenzioni di politica economica a Bruxelles – fissava il deficit totale per l’anno 2019 al 2,4 per cento del pil, corrispondente a un indebitamento netto strutturale dell’1,7 per cento, contro i valori precedentemente previsti (e concordati) pari rispettivamente a 0,8 e 0,4 per cento e in violazione degli accordi presi, da questo stesso governo, a giugno e luglio con le istituzioni europee. Oltretutto, il deficit 2019 era stato stimato sulla base di un’aspettativa di crescita pari all’1,5 per cento nel 2019, disallineata rispetto alle attese di tutti gli istituti di previsione, nazionali e internazionali, pubblici e privati. Il primo grande passo indietro del governo sta proprio qui: dopo un lungo confronto con la Commissione europea, Palazzo Chigi ha accettato di rivedere al ribasso sia la stima sulla crescita (fissata all’1 per cento nel 2019) sia l’estensione del deficit (2 per cento). Il combinato disposto di questi due interventi fa restringere lo spazio fiscale di circa 7 miliardi di euro, a cui se ne aggiungono almeno altri 4 dovuti alla maggiore spesa per interessi. Man mano che viene rinnovato, infatti, il costo del debito incorpora l’aumento “strutturale” dello spread che, ottimisticamente, può essere stimato in almeno 100 punti base.

 

In sé, il compromesso raggiunto non è umiliante: probabilmente all’Italia è stato concesso di sforare gli obiettivi più di quanto avrebbe dovuto. Ciò riflette la consapevolezza del quadro politico nel nostro paese, giudicato quasi senza speranze, ma anche la vicinanza alle elezioni europee e soprattutto lo smottamento prodotto dalla vittoria dei gilet gialli contro Emmanuel Macron in Francia. Tuttavia, esso implica una significativa correzione della manovra, che, al di là dei dettagli, impedisce al governo di raggiungere uno dei suoi obiettivi, in particolare della Lega: la riduzione della pressione fiscale. Gli interventi di natura fiscale sono perlopiù di tipo redistributivo: se i gialloverdi speravano di compiacere i rispettivi elettorati senza scontentare (nel breve termine) nessuno, la manovra li obbliga a un bagno di realtà. Per sussidiare Pietro, bisogna tassare Paolo oppure tagliare la spesa di cui beneficia Giovanni. E Lega e M5s, di fronte all’alternativa, non hanno avuto dubbi: hanno deciso di tassare Paolo. Ironicamente, l’unica voce di spesa che non sale – anzi, scende di un miliardo – è quella che riguarda gli investimenti pubblici. Quindi, pur in presenza di un aumento della spesa pubblica, nella sua composizione si è deciso di restringere gli investimenti per puntare tutto sulla spesa corrente: un’ulteriore conferma della particolare avversione del governo a tutto ciò che è potenzialmente produttivo.

 

Tasse e pressione fiscale

L’effetto netto della manovra, secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, sarà un incremento della pressione fiscale, pari a circa mezzo punto percentuale rispetto al 42 per cento del 2018. Nel 2020 le tasse continueranno a crescere, anche senza tener conto delle clausole di salvaguardia. Dal punto di vista aggregato, siamo quindi di fronte a un paradosso: dopo cinque anni di continua (anche se non enorme) riduzione della pressione fiscale, tale tendenza si arresta e addirittura si inverte proprio nell’anno in cui più clamorosamente il nostro paese viene meno ai suoi obblighi di disciplina fiscale. Su questi punti, aumento della pressione fiscale e del disavanzo, i dati sono spaventosi soprattutto se si guarda all’intero triennio, su cui pesano come un’ipoteca 52 miliardi di clausole di salvaguardia: se venissero attivate la pressione fiscale supererebbe ogni record, anche il 43,8 per cento raggiunto in recessione dal governo Monti; se invece non venissero attivate né coperte da altrettanti tagli di spesa, il deficit nel 2020 e 2021 salirebbe fino al 3 per cento facendo salire il rapporto debito/pil (che vuol dire procedura d’infrazione assicurata, ovvero ciò che il governo ha cercato in ogni modo di evitare in extremis in queste settimane). Per anni si è detto che il paese avrebbe dovuto scegliere tra il rigore (austerity) e la crescita (deficit spending), il bilancio gialloverde inaugura un’originale politica economica: quella del “deficit taxing”, ovvero l’aumento delle tasse in presenza di un aumento del disavanzo. Più tasse oggi in cambio di ancora più tasse domani, senza avere né equilibrio dei conti né crescita economica.   Questa politica economica innovativa si traduce però in un’antica tradizione nel nostro paese: quella dello spreco. Curiosamente, le decine di miliardi di tagli promessi in campagna elettorale (30-50 miliardi) da entrambi i partiti di governo sono scomparse dal radar.

 

La principale promessa in campo fiscale viene quindi completamente disattesa. Della flat tax, infatti, non c’è neppure l’ombra, nemmeno nella bislacca versione a due aliquote (15 e 20 per cento) sdoganata dal contratto di governo delle elezioni (chiediamo perdono ai lettori per aver parlato di “flat tax a due aliquote”, che è un po’ come parlare di un “pavimento a gradini”, ma per questioni di comprensione bisogna in parte adeguarsi alla neolingua gialloverde). Per essere più precisi, della tassa piatta c’è il nome (in spregio alle indicazioni del ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, che ha chiesto la messa al bando delle parole inglesi nelle norme di legge): si riferisce, però, all’estensione del regime dei minimi per le partite Iva dall’attuale soglia di 30 mila euro a 65 mila euro. Questa norma è destinata ad aprire un probabile buco nelle entrate Irpef – in quanto spingerà molti a rinunciare a contratti di lavoro dipendente per godere del più vantaggioso trattamento riservato alle partite Iva – e a determinare un diverso trattamento non solo tra autonomi e dipendenti, ma anche tra autonomi forfettari e gli altri. Inoltre, in corrispondenza delle soglie, c’è un enorme disincentivo all’incremento dei ricavi, che vuol dire produrre di meno o farlo in nero. Ma ciò che più viene tradito della flat tax, al di là del livello e del numero delle aliquote, sono le sue caratteristiche principali di neutralità, trasparenza e semplificazione. Come ha notato Dario Stevanato, nella manovra ci sono almeno sei nuovi regimi sostitutivi: 15 per cento su autonomi forfettari fino a 65 mila euro; 20 per cento su autonomi tra 65 e 100 mila euro; 21 per cento su affitti commerciali; 15 per cento su lezioni private e ripetizioni; 7 per cento sui pensionati che rientrano dall’estero e si stabiliscono al sud; l’imposta fissa di 100 euro per chi ricava meno di 7 mila euro dalla raccolta e vendita di funghi e tartufi. “L’Irpef non è in crisi, è defunta” ha commentato il tributarista dell’Università di Trieste, ma non viene sostituita da un nuovo regime. 

 

L’altro intervento rilevante è la cosiddetta pace fiscale, cioè un condono basato su un meccanismo di “saldo e stralcio” e rivolto a quanti, tra il 2000 e il 2017, abbiano maturato debiti con l’amministrazione finanziaria trovandosi “in grave e comprovata situazione di difficoltà economica”. A fronte di queste riduzioni delle imposte (per le partite Iva rientranti nel regime dei minimi, da un lato, e per gli evasori, dall’altro) la legge di bilancio contiene numerosi incrementi. In buona parte derivano dalla cessazione o rimodulazione di misure pre-esistenti, riferite soprattutto alle imprese, quali l’iper ammortamento (significativamente ridimensionato) o il super ammortamento, l’Iri e l’Ace (eliminati), l’eliminazione del credito d’imposta Irap per le assunzioni a tempo indeterminato al sud.

 

In altri casi, gli incrementi di imposta ricadono su specifiche classi di contribuenti: la soppressione dell’Ires ridotta per il non profit; l’aumento della tassazione per banche e assicurazioni, la webtax che incide sui consumatori di servizi online; l’aumento della tassazione sui giochi. Inoltre, vengono sbloccati i tributi locali che quindi molto probabilmente aumenteranno nei prossimi anni, facendo ulteriormente lievitare la pressione fiscale effettiva per lavoratori e imprese al di sopra di quanto stimato dall’Upb.

 

Il comune denominatore di tutti questi interventi dice molto sulla lettura che il governo offre della dinamica economica italiana di lungo termine: le imprese – persino quelle che operano nel non profit – sono considerate alla stregua di vacche da mungere. L’Ufficio parlamentare di bilancio aveva stimato un aggravio della tassazione sulle imprese pari a circa 6 miliardi di euro derivante dalla versione della manovra approvata dal Consiglio dei ministri. Il testo uscito dal Senato è ancora peggiore. Le uniche imprese in qualche modo schermate dall’inasprimento, cioè le partite Iva con fatturato fino a 65 mila euro e quelle tra 65 e 100 mila, sono quelle di piccolissime dimensioni che, da oggi, avranno un motivo in più per non crescere. La legge di bilancio, in sostanza, penalizza le imprese e il lavoro. Da un lato lo fa per sostenere le imprese relativamente meno produttive. Dall’altro, coerentemente, a vantaggio di individui potenzialmente produttivi che però vengono indotti a uscire dal mercato del lavoro (o almeno dall’impiego regolare).

  

Reddito di cittadinanza e quota 100

I maggiori beneficiari della legge di bilancio 2019 sono infatti i due gruppi sociali che le forze politiche della maggioranza hanno identificato come propria base elettorale: coloro che hanno lavorato (la rimodulazione temporanea della legge Fornero, cioè quota 100) e coloro che non lavorano (il reddito di cittadinanza). Entrambi vengono pagati per non lavorare: i primi se smettono, i secondi se continuano (o cominciano) a non farlo. I dettagli delle due misure non sono noti, perché nella manovra è previsto solo il relativo stanziamento, mentre l’attuazione è demandata a provvedimenti successivi. Bisogna pertanto basarsi sulle informazioni rese disponibili attraverso le veline inviate ai giornali o le dichiarazioni, talvolta contraddittorie, dei leader della maggioranza (tralasciamo la questione della stampa delle tessere in tipografie segrete).

 

Cominciamo dalle pensioni. Quota 100 dovrebbe consentire ai lavoratori con almeno 38 anni di contributi e 62 anni di età di anticipare il momento del pensionamento, con una penalizzazione sull’entità dell’assegno. E’ possibile che il costo della penalizzazione venga almeno in parte coperto dalle imprese che vogliono indurre i lavoratori al ritiro con l’obiettivo di ridurre l’organico, soprattutto in un contesto di incertezza e rallentamento dell’economia – alla faccia della staffetta generazionale. La deviazione dalla riforma Fornero è prevista per soli tre anni. In compenso, viene introdotta una tassazione con aliquota fortemente progressiva sulle pensioni di elevato importo (senza distinguere tra quelle coperte da contributi e quelle no). Inoltre, a dispetto delle promesse, la legge di bilancio blocca il turnover nella pubblica amministrazione fino alla fine del 2019. Anche qui, è davvero bizzarro che, per finanziare misure che vengono presentate come strumentali alla creazione di lavoro per i giovani, si fermino le assunzioni dei giovani persino dove sarebbero comunque avvenute. In questo senso la cosiddetta staffetta generazionale opera al contrario: i giovani non vengono assunti proprio perché bisogna pagare la pensione a chi smette di lavorare in anticipo. Nella controriforma temporanea delle pensioni c’è anche un altro incentivo contro il lavoro: ritorna il divieto di cumulo dei redditi da lavoro con quelli da pensione, che era stato abolito nel 2001 dal governo Berlusconi. Con il ritorno di questo divieto si rimette in moto un meccanismo che il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha definito “paradossale”: l’Inps pagherà i nuovi pensionati e dovrà aumentare le risorse per controllare che quelle stesse persone non lavorino e quindi non paghino contributi all’Istituto previdenziale. Insomma, lo stato non si accontenta di spendere soldi affinché le persone possano scegliere di non lavorare: intende spenderne altri per controllare e, nel caso, impedire che lavorino  volontariamente (e paghino i contributi). Anche questo divieto è, ovviamente, un ulteriore incentivo al lavoro nero.

 

Un destino analogo – penalizzare l’occupazione regolare – è quello che avrà il reddito di cittadinanza. Si tratta di una sorta di reddito minimo condizionato pari a 780 euro al mese, a cui il beneficiario perde diritto nel momento in cui rifiuti almeno tre offerte di lavoro adeguate alle sue skill e non lontano dal luogo di residenza. In pratica però queste forme di condizionalità non funzionano quasi da nessuna parte, e tanto meno dobbiamo aspettarci che funzionino in Italia dove la rete dei centri per l’impiego – a cui spetterebbe la gestione dello strumento – è clamorosamente inefficiente, specie nelle zone a più alta disoccupazione. Il reddito di cittadinanza rischia di essere devastante (e generare costi ben superiori alle attese) per almeno due ragioni. In primo luogo, spiazzerà ogni offerta di lavoro (incluso il lavoro part-time) con remunerazione inferiore ai 780 euro: che senso avrebbe, per esempio, lavorare per 500 euro e ricevere un’integrazione da 280, quando si può arrivare a 780 senza muoversi dal divano? Secondariamente, la cifra di 780 euro corrisponde alla soglia della povertà assoluta a livello nazionale, ma si tratta di una media del pollo. Infatti, per un single residente in una metropoli del nord l’Istat indica una spesa minima di 826 euro, mentre per uno che stia in un piccolo comune del Mezzogiorno si scende a 580 euro: non solo l’uno avrebbe troppo e l’altro troppo poco, ma paradossalmente – tenendo conto del costo della vita – il reddito di cittadinanza finirebbe per produrre, anziché contenere, disuguaglianza. Naturalmente, il disincentivo all’impiego regolare sarebbe tanto maggiore nelle zone dove i salari sono più bassi, cioè quelle con più disoccupazione, e per i lavoratori con meno skill. E di conseguenza aumenterebbe il costo del lavoro proprio dove ci sarebbe bisogno di maggiori investimenti privati e produttivi. 

 

Entrambe le misure, per come sono costruite, avranno una conseguenza quasi scontata: costituiscono un incentivo al lavoro nero. Un sessantenne in buona salute in pensione prima del tempo e un giovane sussidiato dal reddito di cittadinanza hanno ogni interesse ad arrotondare svolgendo dei lavoretti in modo irregolare. Come esempio basta prendere una tipica piccola azienda, diciamo un’impresa edile, in una zona del meridione, diciamo di Pomigliano d’Arco. E’ molto frequente, per tutta una serie di condizioni del tessuto socio-economico – tra le quali l’onestà è solo una variabile –, che un’impresa del genere faccia ricorso a manodopera in nero: dove le aziende fanno fatica e c’è molta disoccupazione, l’imprenditore tira a campare evadendo un po’ di tasse e il dipendente preferisce accettare un lavoro nero piuttosto che non fare nulla. Attualmente però il lavoratore può far valere alcuni diritti: può chiedere di farsi mettere in regola, può rivolgersi a un sindacato, fare causa all’impresa ed eventualmente, se l’azienda è conosciuta, creare un caso mediatico. Col reddito di cittadinanza il sistema degli incentivi viene rovesciato: a nessuno  converrà più denunciare il lavoro in nero, anzi, a tutti converrà farne di più. L’imprenditore continuerà a cercare manodopera non in regola per non versare i contributi e pagare meno tasse, ma d’ora in poi sarà anche il dipendente a chiedere di lavorare in nero in modo da continuare a percepire il reddito di cittadinanza a cui sommare il salario (nero). Anche successivamente nessuno avrà interesse a regolarizzare il rapporto e denunciare gli anni di lavoro irregolare, l’imprenditore perché dovrebbe pagare tutte le tasse non versate con relative sanzioni e il lavoratore perché dovrebbe restituire il reddito di cittadinanza indebitamente percepito e rischierebbe, secondo quanto dice Luigi Di Maio, “sei anni di galera per dichiarazioni non conformi alla legge” (una sanzione, addirittura penale, di gran lunga peggiore di quella che rischia l’imprenditore edile del nostro esempio).

 

Il metodo e l’Europa

 Più ancora che nei contenuti, è nel metodo che il governo esce sconfitto e lascia i supporter a bocca asciutta. L’esecutivo si era presentato a Bruxelles a ottobre con l’intenzione di rovesciare il tavolo del negoziato. Due mesi dopo, con lo spread in continua tensione e la spada di Damocle della procedura di infrazione, ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco: la manovra sarà certamente più espansiva di quanto previsto, ma Roma ha dovuto accettare formalmente e sostanzialmente il fatto che le regole del gioco non sono in discussione. La riduzione del deficit (dal 2,4 al 2 per cento), la revisione della crescita attesa (dall’1,5 all’1 per cento nel 2019) e l’introduzione di pesantissime clausole di salvaguardia (52 miliardi di euro nel biennio 2020-21) sono tutti segnali di un mutato atteggiamento.

 

Il cambiamento non risponde a mero opportunismo politico: Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno compreso, sulla pelle degli italiani, che non solo le scelte di policy, ma anche le parole, hanno un peso e producono conseguenze. Il governo sovranista è riuscito a unire l’Europa come mai era accaduto negli ultimi anni – contro di sé. Incredibilmente, l’unico aiuto, inatteso e inintenzionale, non è arrivato dagli alleati euroscettici – che anzi hanno spinto per un atteggiamento più duro nei confronti dell’Italia – ma dai problemi interni di Emmanuel Macron con i gilet gialli.

 

Questo mutato atteggiamento del governo segna il fallimento del sovranismo come strategia e dottrina politica. Sono anzitutto emerse le contraddizioni: la politica economica sovranista non si è tradotta nell’autosufficienza economica, ma nella pretesa di incrementare la dipendenza dai mercati (attraverso il deficit), salvo poi scontrarsi contro l’indisponibilità degli altri a finanziare un eccesso di spesa improduttiva. Lo spread, inizialmente dipinto come lo strumento di un complotto internazionale contro l’Italia, è stato ben presto accettato come un vincolo incomprimibile che, secondo la Banca d’Italia c’è costato 1,5 miliardi in più quest’anno e altri 5 miliardi il prossimo. Parallelamente, è cambiato l’approccio verso l’Unione europea: prima descritta come una “gabbia” da cui evadere, ora come un “condominio”, in una singolare coincidenza tra la metafora utilizzata da Salvini e quella evocata, pochi giorni prima, da Pierre Moscovici. Se le regole del condominio non piacciono, non ci si presenta all’assemblea proclamando il proprio “me ne frego”, ma si cerca di costruire accordi con gli altri condomini per modificare lo statuto. Allo stesso modo, il “Capitano” è rapidamente passato dall’anti europeismo urlato durante il negoziato con la Commissione  all’impegno di utilizzare le elezioni europee come snodo per intervenire sui Trattati seguendo le procedure: Salvini ha addirittura ipotizzato una sua possibile candidatura per sostituire Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea.

 

Strategia e linguaggio sono stati parimenti corretti: non più una rivolta di Spartaco per liberarsi dalla schiavitù europea, ma la candidatura per diventare nuovo amministratore del “condominio” Ue. L’aspetto politicamente rilevante non è né la desiderabilità dei cambiamenti dell’Europa invocati da Lega e M5s (si tratta di modifiche peggiorative) né la loro concreta realizzabilità politica (un’alleanza sovranista difficilmente uscirà benedetta dalle urne, e comunque sarebbe litigiosa e divisa su tutto). Il punto è la rottamazione del sovranismo autarchico e il rapido cambio del sistema di coordinate di riferimento: i partiti della maggioranza, entrati nell’esperienza governativa con un minaccioso brontolio anti euro e anti Europa, ne escono accettando le regole esistenti e riconoscendo che l’unico modo per metterle in discussione è seguire le procedure. Se prima Lega e M5s garantivano che bastava conquistare Roma per liberarsi da Bruxelles, ora si arrendono alla necessità di dover conquistare Bruxelles per cambiare le cose a Roma. La pratica di governo, insomma, come antidoto al populismo da campagna elettorale.

 

Se dunque i sovranisti hanno dovuto acconciarsi alle regole comuni, non per questo perdono la piena responsabilità della legge di bilancio. Il loro cedimento non va confuso con la sintesi sbrigativa secondo cui la manovra sarebbe stata scritta a Bruxelles (magari: avremmo un bilancio pubblico più solido, meno spese correnti e più investimenti). La Commissione Ue ha semplicemente preteso il rispetto dei saldi di bilancio: fissare l’asticella della spesa (e dunque della pressione fiscale) e deciderne la composizione è una scelta che spetta esclusivamente ai governi nazionali. E’ una scelta italiana quella di tassare i ceti produttivi per sussidiare quelli improduttivi, o addirittura rendere improduttive delle risorse che altrimenti non lo sarebbero. E’ una scelta italiana quella di rendere più confuso e complesso il sistema tributario, anziché semplificarlo. E’ una scelta italiana quella di spostare risorse dagli investimenti alla spesa corrente. E’ una scelta italiana quella di proteggere i rentier (tassisti, balneari, ambulanti), scoraggiare la crescita delle piccolissime imprese (estensione del regime dei minimi), premiare gli evasori (pace fiscale), sottrarre al mercato del lavoro risorse potenzialmente produttive (quota 100 e reddito di cittadinanza). E’ una scelta italiana quella di finanziare tutto questo a carico di chi lavora, produce o svolge attività di volontariato.

 

L’effetto di queste scelte sarà quello di imballare il motore della crescita e condannare l’Italia a faticare di più per sostenere un flusso redistributivo senza precedenti. Finirà per ampliarsi la platea dei mantenuti e restringersi quella dei produttori, contemporaneamente privando questi ultimi di ogni stimolo allo sviluppo. Per l’Italia, il 2019 non sarà l’anno della riscossa, ma quello del criceto: il paese, o almeno la sua parte produttiva, correrà e correrà, ma si troverà sempre allo stesso punto. Solo più vecchio e più stanco.