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La giusta rivolta contro la politica della menzogna

Contro i khmer della politica non c’è terza via. E' ora di combattere a colpi di fatti la circolarità demenziale della menzogna. W Pascal Bruckner

29 Dicembre 2018 alle 06:00

La giusta rivolta contro la politica della menzogna

Foto Pixabay

Per natura terzisti, cioè incapaci di comprendere le ragioni del potere e dello stato anche quando vogliono distinguersi dalle sragioni del becerismo militante in nome del popolo, gli intellettuali europei e occidentali cominciano a provare una certa, per dirla in modo spicciativo, “strizza”. Non hanno voluto capire la guerra in Iraq o la linea di Hillary Clinton, e si ritrovano con il ritiro dalla Siria e dall’Afghanistan, e l’attivismo dell’Iran prenucleare ai confini di Israele, con pasdaran e truppe scelte; non hanno voluto capire Berlusconi, specchio gentile atlantista e europeista degli anni a venire, infranto dalla persecuzione moralistico-giudiziaria, e si ritrovano l’Arancione isolazionista alla Casa Bianca, i gialloverdi carichi di Nutella e divise abusive a Palazzo Chigi, i gilet gialli per le strade di Francia, che sinfonia di colori. Hanno voluto Lula e il lulismo, in odio a soluzioni socialdemocratiche e liberali, eccoci a Bolsonaro re dei forconi, il Duterte di Copacabana accompagnato dal suo bravo magistrato d’assalto che si chiama Moro alias Di Pietro o Davigo, altri idoli di certe élite arruffone. I liberali più intelligenti che furbi, come Panebianco, evocano Churchill e Roosevelt, e si mettono giustamente le mani nei capelli. Il terzista più vile che intelligente ha già tradito le sue stesse fiacche premesse, e si è aggiogato al carro trucido riscoprendo, direbbe Francesco Piccolo, l’animale che è in lui. Il terzista che guarda e non vede, ma non ce la fa proprio a bendarsi entrambi gli occhi, brancola nel buio.

 

Leggete Pascal Bruckner raccontato da Stefano Montefiori nel Corriere di ieri, sono sicuro che il mio amico Giulio Meotti prenderà nota. Dice Bruckner, e non si può dargli torto, che l’antisemitismo come anticapitalismo è il glutine che aggrega e incolla i diversi elementi della nuova costellazione di idee furiose e frustrazioni accecanti in cui si staglia con toni e gesti di rara violenza l’astro nascente del nazionalismo identitario anni Trenta, del sovranismo antieuropeo, del populismo, con tutte le menzogne a corteggio. E’ la piattaforma comune di trotzkisti, fascisti, militanti antiglobalizzazione, islamisti, “tutti radunati intorno a un capro espiatorio che si chiama ebrei e denaro”. In Italia c’è un ministro dell’Interno ultrà, amico di Orban e nemico di Soros, che meriterebbe il Daspo e la chiusura della sua curva invece dei poteri legittimi che ha acquisito per darlo, il Daspo, al Parlamento. Quanto ai grillozzi, dice Bruckner con saggezza e visione delle cose, hanno un lato khmer rossi, tutti gli intellettuali andrebbero annientati, “è il trionfo degli incompetenti”. Dilaga, dice, l’invidia sociale in nome della quale “si brucia, si rompe, si minaccia di morte” o si agitano le ruspe e le brutali demagogie. La affinità tra il trucidismo italiano e quello della provincia francese dei burini incazzati è notevole: qui sono già ministri di un re travicello, lì vogliono decapitare Macron, “prostituta degli ebrei”.

 

Ma il filosofo brancola purtuttavia nel buio del terzismo. Macron, che le ha prese e rischia, lo ha deluso, sicché lo difende contro le iene con molti se e molti ma: si è comportato da tecnocrate senza esperienza politica, dice, laddove è noto che la sua esperienza politica fu per l’appunto la promozione della tecnocrazia ad arte di governo attraverso un voto che legittimava il trasversalismo destra-sinistra e puniva le formazioni ideologiche.

 

Un anno fa quelli come il filosofo erano fieri del discorso della Sorbona sull’Europa, ora sono angosciati perché la testa del re è in bilico (il terzista è sempre molto angosciato). Bruckner, come Michael Ignatieff (allievo di Berlin) prima di lui, sostiene che non si risolverà alcunché se non si chiuderanno le frontiere e non si correggerà la globalizzazione arretrando dalla nuova frontiera porosa dell’individualismo liberale, il cosiddetto bobo (bourgeois-bohémien) si porta dietro quelli col gilet e i cubetti di porfido e le molotov, bisogna riconoscere le esigenze di questi ultimi. Gli intellettuali comunisti italiani avevano clamorosi difetti genetici, ma gli Amendola e i Di Vittorio non erano terzisti, si sforzavano quasi sempre di diradare l’opacità operaia e popolare, le menzogne sui salari di fame, gli atteggiamenti appunto populisti e anticasta, sapevano che c’è una differenza tra merito e privilegio. Se i tifosi violenti dell’accozzaglia rovinano la piazza inscenandosi come popolo, non c’è una terza via, bisogna nutrire di buone idee e di atti solidali la verità del potere, smettere il pregiudizio antico populista, e combattere a colpi di fatti politici e con un linguaggio logico la perfetta circolarità demenziale della menzogna. 

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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