Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (foto LaPresse)

I paradossi virtuosi del governo dei bari

Giuliano Ferrara

La manovra fiduciata in modo furbesco è come la valigetta del cancelliere dello Scacchiere: ora la responsabilità è loro

Un illustre quirinalista ha scritto di un “circolo virtuoso del bene” a proposito del messaggio 2019 del presidente Mattarella. Il ricevimento di Maria Rosaria Coppola, ché i nostri fiori non bastarono ad abbracciare a nome di tutti colei che ha interrotto la scena isterica di un salviniano dicendogli “tu non si’ razzista, si’ ‘nu stronzo”, era nei nostri auspici, e fu commendevole. In attesa che il circuito si estenda ai povericristi salvati dal mare e sballottati tra le tempeste delle acque maltesi, una trentina di persone umane a cinquanta miglia dai porti chiusi di un paese di sessanta milioni di abitanti con reddito di cittadinanza e quota cento, esaminiamo il circuito virtuoso del paradosso.

 

La manovra finanziaria è stata approvata, con il solito ricatto incomprensibile dell’esercizio provvisorio, mentre gli Stati Uniti convivono con gli shutdown federali allo scopo di preservare le autonomie costituzionali di Congresso e Presidenza, e da anni: è stata fiduciata in modo furbesco, demagogico, farlocco. Un subemendamento di 600 pagine ha sostituito la legge stracciata nei negoziati di Bruxelles, precedentemente presentata alle Camere. Tempo di discussione: zero. Fiducia, e via così con il gioco delle tre carte alla vigilia dei botti di fine d’anno. Questa performance da bari ha però, qui il paradosso, consentito di fare chiarezza, nonostante la legge elettorale proporzionale e il rifiuto via referendum di una riforma istituzionale che semplificava senza eliminarlo il ruolo del Parlamento, sulla natura del bilancio pubblico. Come a Westminster si presenta il cancelliere dello Scacchiere, e fa votare d’un colpo la legge di governo contenuta in una celebre valigetta, sì o no, e il resto di quelle parole viene dal Maligno, così a Roma maggioranza e opposizione si sono pronunciati su quel che Casalino, Salvini e Di Maio avevano deciso, salvo contrattare con gli eurocrati le compatibilità finanziarie dopo averli insultati in vari modi. Non ci sono alibi quindi, il maggioritarismo da bari del contratto di governo ha partorito senza consociativismi e discussioni di sorta reperimento e allocazione delle risorse pubbliche. Tutto quello che ora accadrà – crescita debito deficit fisco spesa pubblica – è di stretta pertinenza del governo dei bari del cambiamento. Sono fatti loro, responsabilità loro, e non c’è giochino di rimando che valga. E poi dice che non sappiamo fare chiarezza.

 

Coloro che si sono battuti contro i condoni incontrollati, i pasticci fiscali e previdenziali negatori di crescita economica e giustizia sociale, le spese clientelari dissimulate in agitazione pauperista, e altre amenità distruttive come il sostanziale blocco degli investimenti, dovrebbero dare vita a politiche per l’alternativa chiare e semplici, anche sulla base delle conseguenze di un bilancio elettoralistico che è una buggeratura forzosa di governo e di cambiamento. Una minoranza che possa discutere, far valere pareri tecnici e istituzionali, modificare e migliorare il bilancio pubblico, raccordare le Camere alla società e alle sue pulsioni e reazioni, integra in una logica di sistema il ruolo e le prerogative della maggioranza, nel bene e nel male si rende corresponsabile parlamentare di un percorso anche non condiviso negli esiti finali. Qui non è stato il caso. Sindacati, associazioni di categoria, imprenditori, ma perfino i tanti sciamannati e pensionandi di reddito e quota zero, a povertà abolita e a equità previdenziale restaurata dall’alto di un balcone fatidico e in divisa da pompiere, dovrebbero a rigore assolvere ex post al ruolo dell’opposizione istituzionale annullata ex ante a Montecitorio e a Palazzo Madama. Gli effetti divisivi e distruttivi della manovra saranno presto chiari. Si attendono prove di opposizione sociale e politica, dal Nord al Sud, energiche e all’altezza della sfida buonsensaia e chiacchierina portata al senso comune e alla lucidità strategica di un paese il cui governo affronta baldanzoso la deriva e la disdetta, lasciando a noi tutti la distretta.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.