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Perché abbiamo bisogno di una riscossa urgente

Concentrare le competenze e le idee per unire il paese su solidarietà e lavoro. L'appello di Leonardo Becchetti, Marco Bentivogli, Mauro Magatti e Alessandro Rosina 

3 Gennaio 2019 alle 13:28

Perché abbiamo bisogno di una riscossa urgente

Più che occupare spazi vogliamo occupare processi. La manifestazione di Torino, senza partiti, a favore di europeismo e grandi opere (Foto LaPresse)

Le parole del discorso di fine anno del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ci hanno ricordano come l’Italia stia giocando da anni una partita durissima su un campo da gioco difficile. Bauman diceva di non invidiare i politici di oggi alle prese con problemi giganteschi e spazi di manovra limitatissimi. Per questo è ancora più importante formare una classe dirigente coraggiosa, qualificata e affidabile. Per questo sono importanti nuove élite, libere, creative, popolari, capaci di innovare e spezzare il conformismo e le richieste di fedeltà tipiche delle fasi di declino. Viviamo ai tempi del famoso trilemma di Rodrik: è impossibile allo stesso tempo tenere assieme sovranità dello stato-nazione, democrazia (intesa come tutela dei diritti e delle aspirazioni economiche e sociali della maggioranza e di tutti) e globalizzazione senza freni.

 

La quarta rivoluzione industriale rappresenta una grande sfida, riduce lo spazio del lavoro umano ripetitivo e di bassa qualifica in molte professioni, e realizza attraverso la trasformazione digitale la disintermediazione di molte attività. La reazione burocratica o reazionaria-difensiva a essa è innocua e non aiuta la costruzione di nuove tutele per tenere alta la dignità del lavoro, specie per quella parte di paese che non ha elevate competenze (competenze a cui tutti, e in primo luogo le nuove generazioni, devono aspirare a formare in modo solido). Dare la colpa all’innovazione e alla globalizzazione, metterà presto in luce la più autentica responsabilità dell’assenza di strategie, di idee nuove su cui costruire la nuova dimensione di cittadinanza e la tutela del lavoro.

Serve una scommessa collettiva su una dimensione sovranazionale della politica. Costruiamo al più presto la società civile europea

  

I gradi di libertà che gli stati nazione hanno per portare avanti le loro politiche di tutela dell’interesse dei cittadini appaiono limitati. Per questo il perimetro sovranazionale è il nuovo campo d’azione. È la differenza di perimetro tra campo d’azione delle imprese (globale) e campo d’azione degli stati nazionali che rende difficile governare questa transizione. Centralità dei profitti e benessere dei consumatori non temperato da interventi correttivi rendono naturalmente difficile perseguire obiettivi fondamentali per i cittadini (come quello della tutela e dignità del lavoro). L’Italia è tra le economie avanzate che più hanno sofferto questa difficile transizione anche per via di un sistema paese (burocrazia, regole per la creazione di lavoro e impresa, tempi della giustizia civile, bassa produttività) meno attrezzato di altri ad affrontare le sfide dei nuovi tempi.

 

I tentativi sovranazionali dei governi nazionalpopulisti sono rovinosamente naufragati. La reazione più dura contro l’Italia e le sue richieste su legge di Bilancio e immigrazione sono venute proprio dai paesi dell’alleanza di Visegrad. Al contempo, è proprio l’incertezza degli europeisti nel credere fino in fondo nel completamento del sogno europeo a rallentare il “progetto Europa”. Serve una scommessa collettiva su una dimensione sovranazionale della politica, dei corpi sociali. Costruiamo al più presto la società civile europea.

 

Lo stesso sovranismo può avere alla base una richiesta legittima di non affidarsi solo a regole esterne per dare efficienza al paese, ma di sviluppare un proprio percorso internamente coerente prima ancora che esternamente consistente. Ma il sovranismo, in sé, più che la soluzione è semmai il riconoscimento di un fallimento. Con il rischio ora di cadere nell’errore opposto, che porta all’involuzione e a un paese sempre più ripiegato su sé stesso, tanto più grave con gli squilibri demografici e il debito pubblico accumulati. Per questo nei prossimi mesi bisognerà – come ha sottolineato il presidente Mattarella – parlare di Europa, della scommessa che bisogna fare su di essa, su una maggiore integrazione. Ma bisognerà farlo soprattutto nelle periferie, nelle aree interne, lontano dalla campagna elettorale.

 

Dunque bisogna unificare di nuovo il paese sulla solidarietà, il lavoro, la pace e un modello di sviluppo economico inclusivo 

 “Signore, dammi la forza di cambiare le cose che si possono cambiare, la pazienza di accettare quelle che non si possono cambiare, e la saggezza di saper distinguere le une dalle altre”, diceva Tommaso Moro nel 1587. Un atteggiamento di questo tipo può essere difficilmente trovato in un paese che presenta una quota di analfabeti funzionali tra le più alte in Europa, ovvero una carenza di strumenti necessari per la comprensione, l’interpretazione e la produzione di conoscenze indispensabili per decifrare i tempi nuovi e agire con successo nel mondo che cambia. Ma ancora prima, senza istruzione di qualità c’è un problema di libertà e di democrazia su cui occorre intervenire al più presto. A esso si somma una qualità dell’informazione mainstream che spesso non si distingue sufficientemente dagli algoritmi di “fake news” della propaganda nazionalpopulista. Troppi monologhi e pochi confronti sul merito aumentano la polarizzazione degli schieramenti sugli slogan ma degradano la qualità dell’informazione e la politica stessa di cui diventa difficile per i cittadini misurare la coerenza.

 

I cittadini hanno bisogno di posizionarsi, sia rispetto ai grandi mutamenti che vedono prodursi sopra le loro teste sia a ciò che passa sotto il loro naso. Se non trovano risposte chiare e convincenti che consentano ad essi di farsi parte attiva e positiva di tali mutamenti, assumono una posizione difensiva, che si fa sempre più resistente e ostile. Vince allora chi basa il proprio consenso sull’ipersemplificazione rassicurante (che diventa falsificazione strumentale della realtà), mentre più arduo diventa il compito di proporre una lettura qualificata della complessità che aiuti a valutare l’effettivo operato dei governi e dei corpi sociali e le implicazioni oggettive prodotte dalle scelte individuali e collettive sul bene comune.

 

Quello che purtroppo è certo è il degrado culturale che le ultime stagioni politiche hanno prodotto nel paese. Perché la politica non è solo tecnica applicata alla soluzione dei problemi, ma anche cultura che lo stile di comunicazione e azione dei politici producono e soprattutto rappresentanza di idee e valori. La pecca probabilmente più grave dell’ultima stagione sta proprio qui. Avere promosso per ragioni elettorali una visione della vita che mette al centro una visione hobbesiana della società (homo homini lupus) fatta di rabbia, rancore, conflitti distruttivi. Un’idea centrata soprattutto sull’assunto, falso dal punto di vista economico, che esista una torta fissa di valore su cui si combatte l’un l’altro per l’accaparramento dell’ultima fetta. Le conseguenze negative di questa impostazione sono almeno due. La prima è la rassegnazione al declino, la rinuncia a migliorare, il dare per scontato che l’Italia rimarrà marginale nei prossimi decenni. Se così è, meglio salvaguardare il benessere individuale passato che farsi convincere a investire sulla crescita futura collettiva.

 

La seconda è quella di rappresentare l’altro come una minaccia alla mia fetta. Quindi meno hanno gli altri e più forse riesco a mantenere della mia. Voto quindi chi mi rassicura sul passato e chi mi difende dai nemici del presente. Il nuovo diventa così una minaccia e il futuro rimane il grande assente. La nave Italia naviga a vista e si trova sempre più fuori rotta, perché nei sistemi che funzionano, la società e l’economia sono un’altra cosa. Sono sistemi delicati dove cooperazione, gioco di squadra, interdipendenza sono fondamentali. Come singoli (persone, regioni, paesi, stati) scopriamo ogni giorno la nostra insufficienza e inadeguatezza. E l’arte di saper costruire squadre che producono valore aggiunto e super-additività (più della somma dei nostri contributi da soli) è l’essenza e anche il fascino della vita sociale e politica.

 

Quello che ci riserva il futuro è una incognita, ma sappiamo, se continuano le tendenze in atto senza sconvolgimenti, che si vivrà sempre più a lungo, aumenterà nella popolazione la componente anziana e diminuirà quella in età lavorativa, ci si sposterà sul territorio sempre più facilmente, diventerà sempre più pervasivo l’impatto delle nuove tecnologie nella vita privata, in quella sociale e nel lavoro. Questi cambiamenti vanno progettati insieme, gestiti e non subiti, ma per farlo sono indispensabili tre “c”: coraggio, chiarezza di intenti e cooperazione.

Coordinate per una nuova navigazione

 

Siamo persone di diversi mondi, non impegnate in nessuno schieramento politico. Quello che ci interessa è avviare un processo che abbia la capacità e la forza di dare un’opzione sociale, un progetto umano diverso al paese rispetto alla narrativa oggi vincente del sovranismo e del populismo, riconoscendo anche i limiti e le contraddizioni dei partiti tradizionali e dei governi passati. L’anti politica non genera nulla di buono e non ci interessa metterci in contrapposizione con i partiti ma costruire i presupposti per poter guardare e andare oltre come paese. Per essere più chiari, proviamo allora a fornire cinque coordinate che caratterizzano il processo che abbiamo in mente e da giocare in un campo diverso da quello meramente politico.

Di fronte alla ipersemplificazione della realtà è necessario offrire agli elettori una lettura qualificata della complessità

 

Primo. La prospettiva adottata non può essere ostaggio dell’ossessione della reazione immediata, del ricatto del breve termine, ma deve far proprio un orizzonte più ampio, di maggiore respiro, sapendo però che la meta che si può raggiungere domani dipende dalla direzione intrapresa oggi. L’obiettivo non può, in ogni caso, meramente essere quello del consenso da conquistare e utilizzare per la prossima scadenza elettorale, ma di iniziare un percorso che sappia guardare oltre l’emergenza continua del giorno per giorno. Si tratta, in altre parole, di porre le basi di un progetto in grado di collocare in modo solido l’Italia nel XXI secolo (progetto che richiede una riflessione critica soprattutto su quanto finora non ha funzionato nel nostro modello sociale ed economico). Il dramma della vita politica italiana è infatti che il politico è ormai schiavo del consenso espresso dal sondaggio del giorno dopo.

 

E questo incentiva fenomeni opportunistici che producono miraggi di progressi a breve pagati poi dalle generazioni future, rendendo ancora più arduo il compito delle classi dirigenti che verranno (che dovranno chiedere impegni ancor più gravosi per aggiustare la rotta o inventarsi un’isola del tesoro non segnata sulla mappa). Le forze politiche italiane sulla formazione fanno eventi e operazioni spot. Per fortuna molti corpi sociali e diocesi stanno colmando il vuoto di formazione politica alla cittadinanza ma occorre rilanciare diffondere queste occasioni. La rappresentanza non può essere frutto di cooptazioni improvvisate.

 

Secondo. Unificare il paese. Il nostro progetto non intende diventare riferimento solo per una parte, pur importante, del paese, ma piuttosto riconoscere in alcuni valori presenti nella nostra costituzione, i riferimenti fondamentali a cui guardare per rilanciare l’Italia intera quelli tra i maggiormente in grado di rispondere alla logica del nemico, della chiusura verso l’altro, della divisione, della sfiducia. L’obiettivo è quello di mettersi al servizio di una idea positiva in grado di unire le diverse famiglie culturali nella prospettiva del bene comune. È già accaduto in quella mirabile sintesi dell’art. 3 della Costituzione dove si afferma che è compito della Repubblica rimuovere ostacoli alla realizzazione della persona facendo convergere in un solo punto bene comune, pari opportunità e rimozione di lacci e lacciuoli. E’ da qui che si deve ripartire.

 

Terzo. Le classi dirigenti hanno da troppo tempo perso empatia e contatto con i problemi di vita reale del paese. È necessario tornare a sintonizzarsi con le esigenze, il bisogno di sicurezza, la domanda di giustizia sociale dei cittadini; prendersene assieme cura per elaborare soluzioni che siano chiare e convincenti, prima ancora che efficaci. La sfida è coniugare i processi di globalizzazione con la ricchezza di identità, fedi e tradizioni locali che sono tutt’altro che un sacrificio inevitabile da fare alle magnifiche sorti del progresso. È importante che i cittadini – mettendo in modo percorsi di partecipazione attiva – possano sentirsi parte di un processo che alimenta il desiderio di crescere assieme, di un modello sociale più felice, coeso e fecondo rispetto alla chiusura rancorosa verso gli altri e rassegnata verso il futuro.

 

Quarto. Non è possibile costruire nessun futuro migliore del presente senza una proposta credibile, convincente e coinvolgente verso le nuove generazioni. I giovani stessi sentono il bisogno di mettersi alla prova e di produrre un proprio impatto riconoscibile nella realtà che li circonda, più di quanto riescano oggi nei fatti ad esprimere. Coinvolgerli non è né facile, né scontato. Le modalità di ingaggio e partecipazione tradizionali funzionano sempre meno. Esiste una grande disponibilità a mobilitarsi che però fatica a trovare i canali giusti e le modalità adeguate. Hanno grande bisogno di esperienze positive che rafforzino l’idea di essere soggetti attivi nella costruzione del proprio futuro in un contesto sociale che essi stessi contribuiscono a migliorare (con le proprie idee, la propria creatività, il proprio impegno supportato dalla collaborazione con gli altri). La prima regola è comunque lasciargli spazio, in un paese in cui nessuno deve avere la pretesa di eternità del proprio ruolo.

 

L’antipolitica, con operazioni spot, non genera nulla di buono e perciò vogliamo partire dalla condivisione della conoscenza

 Quinto. Per tutti questi motivi è evidente che un processo di questo tipo non può essere piegato al servizio di azioni strumentali per conservazione di interessi attuali, di forze o progetti politici o sociali personalistici, ma è mirato alla costruzione di una, rete e di una leadership coraggiosa, qualificata, diffusa e popolare che dia protagonismo a chi opera concretamente e con successo nelle tante (ma spesso frammentate) realtà vitali che il nostro paese oggi esprime. Realtà che abbiamo spesso incontrato nel nostro percorso di questi anni attraverso le tante esperienze di laboratori sui territori. Qui sta la vera potenzialità da fare diventare sistema e cifra caratterizzante del nostro modello sociale e di sviluppo.

 

Contributo per un Forum civico

 

Le persone sono innanzitutto cercatrici di senso, di legami sociali, prima ancora che homines economici. E hanno bisogno di qualcosa che scaldi i loro cuori e dia significato e ricchezza interiore alle loro vite. La rabbia, il rancore e il conflitto, oltre che essere economicamente e socialmente dannosi, sono corrosivi, distruggono felicità e pienezza della vita. Esistono le condizioni sociali ed economiche per proporre e rendere efficace una visione diversa e fondata su cooperazione, contribuzione sociale, generatività, solidarietà. Si tratta di una prospettiva molto più efficace non solo economicamente ma anche in grado di rispondere a quella fondamentale e profonda domanda di senso delle nostre vite.

 

Per realizzare questi obiettivi ambiziosi il metodo è fondamentale. Nella logica di creare società ricche di senso e generative l’approccio non può che essere partecipativo. Una delle prime dimensioni di generatività è quella dell’impegno civile dove tutti i cittadini di buona volontà possono essere protagonisti del dibattito e dell’elaborazione delle nuove idee. Ognuno di noi ha esperienze di vita e punti di osservazione della realtà differenti e dunque un percorso d’intelligenza collettiva può produrre esiti più ricchi di soluzioni. Ascoltare, formarsi per capire cosa è possibile fare e cosa no, dialogare e costruire risposte assieme è la via da percorrere aiutati dai nuovi mezzi di comunicazione che rendono possibile connessione, accesso e dialogo tra una molteplicità di persone in tempo reale.

 

Stiamo vivendo una stagione ricca di proclami e di manifesti. Il che di per sé non è un cattivo segno perché testimonia quanto si avverta l’esigenza di fondare il futuro su qualcosa di nuovo. Ma non vogliamo fermarci a questo. Bisogna unificare di nuovo il paese sulla solidarietà, il lavoro e la pace. Ci sarà sempre il dietrologo di turno che si fermerà alle prime righe per pensare “cosa ci sarà dietro”, ci sarà sempre anche chi si sentirà chiamato in causa per una buona battaglia e leggerà il senso autentico di questo scritto.

 

Per questo, più che occupare spazi vogliamo avviare processi. E in particolare vogliano dare avvio ad un Forum Civico che – attraverso un dialogo ordinato sui social, l’organizzazione di iniziative nazionali e locali, la elaborazione e la mobilitazione attorno a proposte concrete ecc – dia forza e capacità di indirizzo a quell’arcipelago di realtà, associazioni, corpi sociali, rappresentanze che in questi tempi difficili condividono questi desideri e istanze ideali sentendo l’urgenza di fare qualcosa per il paese.

Leonardo Becchetti (Università Tor Vergata)

 

Marco Bentivogli (segretario Fim-Cisl)

 

Mauro Magatti (Università Cattolica)

 

Alessandro Rosina (Università Cattolica)

 

prologoitalia2019@gmail.com

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