Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Caro Mattarella, è l'ora della moral action

Claudio Cerasa

Far cuocere i populisti nel brodo della loro demagogia è saggio ma la moral suasion ora non basta più. L’Italia ha bisogno di un commander in chief con la campanella, disposto a usare l’ingerenza per difendere la nostra democrazia millenaria (ops!)

Tutto giusto, ma quando suona la campanella? Negli ultimi mesi, abbiamo scritto più volte che Sergio Mattarella è riuscito spesso a distillare gocce di buon senso nel marmo duro del sovranismo e avere un presidente che è riuscito a diventare un argine contro l’isteria dell’Italia sfascista non può che rappresentare una ragione di sollievo per ogni osservatore interessato alla difesa di una democrazia millenaria (ooops!). Anche nelle ultime settimane, il capo dello stato ha richiamato all’ordine il governo gialloverde sia quando i professionisti del cambiamento hanno scelto di non schierarsi contro Maduro, allontanandosi dall’alleanza atlantica e avvicinandosi all’internazionale russa, sia quando hanno scelto di dichiarare metaforicamente guerra alla Francia di Macron, sostenendo, grazie alla millenaria lucidità di Luigi Di Maio, il fronte dei gilet gialli che sogna di tirare giù Macron dall’Eliseo a colpi di ruspe.

 

In entrambi i casi, Sergio Mattarella ha utilizzato le parole giuste ma la pacata e ordinata e non invasiva moral suasion del presidente non ha avuto effetto. E il risultato è che oggi, non per colpa di Mattarella, la settima potenza industriale del pianeta si ritrova ferita, ammaccata, disorientata, isolata, ostaggio di due leader politici irresponsabili, che dopo aver portato l’Italia in recessione hanno scelto di sabotare i rapporti con i nostri principali partner internazionali solo per provare a raccogliere qualche zero virgola in più nei sondaggi. E allora la domanda resta sempre quella: quando suona la campanella? Chiedere di suonare la campanella non significa chiedere al presidente della Repubblica di diventare quello che non può e che non deve diventare, ovvero il leader dell’opposizione. Ma chiedere di suonare la campanella significa cominciare a saper dire ad alta voce dei no. Significa far valere fino in fondo le proprie prerogative. Significa usare anche la parola “inaccettabile” quando qualcuno attenta ai nostri valori non negoziabili. Significa spingere il presidente del Consiglio a essere qualcosa di più di un semplice, distaccato e furbetto mediatore. Significa andare a visitare presto i cantieri della Tav. Significa rilanciare il trattato del Quirinale, a cui hanno lavorato un anno fa Paolo Gentiloni ed Emmanuel Macron per rafforzare la cooperazione tra Italia e Francia. Significa invitare subito al Quirinale il rettore dell’Università di Torino, che ieri ha sventolato dalle finestre dell’Ateneo le bandiere francesi e che andrebbe celebrato come la mitica signora Maria Rosaria che mesi fa sulla circumvesuviana di Napoli difese un ragazzo di colore da un ragazzo molesto, dicendogli: tu non sei razzista, sei solo uno stronzo. Significa far pesare la propria posizione di comandante in capo delle Forze Armate e del Consiglio supremo di difesa, passando dalla finta neutralità all’interventismo puro quando si parla di Europa, del nostro ruolo nel mondo, del nostro rapporto con la Nato, della nostra idea di multilateralismo. Significa, per concludere, chiedere al capo dello stato un ulteriore salto di qualità non per attaccare i populisti-votati-dagli-elettori – votati per rappresentare il paese e non per sfasciare l’Italia – ma semplicemente per difendere a tutti i costi e con tutti i mezzi concessi dalla Costituzione l’interesse nazionale. Far cuocere i populisti nel brodo della loro demagogia è saggio e Mattarella fa bene a conservare nella propria faretra delle frecce da usare quando la rana sovranista sarà bollita (e la manifestazione dei sindacati di oggi farà male al governo).

 

Ma l’Italia di oggi, caro presidente, ha bisogno di un interventismo maggiore, di una qualche ingerenza, e ha bisogno di un capo dello stato disposto ad affiancare alla diplomazia prudente un altro strumento, oggi più che mai vitale per una democrazia millenaria come la nostra (ri-ops!): non solo la moral suasion ma anche e finalmente la moral action.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.