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La bellezza dell’insulto che castiga la stupidità

Vietata ogni forma di understatement: una mandria politicante e irresponsabile ha infilzato l’economia, la politica estera, la base generale del consenso e del dissenso

Giuliano Ferrara

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ferrara@ilfoglio.it

10 Febbraio 2019 alle 06:00

La bellezza dell’insulto che castiga la stupidità

Bartolomeo Passerotti, Doppio ritratto in veste di Circe e Ulisse, 1575 ca., da fondazione Carisbo, Bologna (foto Wikimedia)

L’insulto non è soltanto saporito, colorito, diretto, sincero, orgoglioso e quasi sempre meritato, almeno dal punto di vista di chi lo scaglia come un sasso, è anche significativo. Chi frequenta i social sa che corrono e s’impettiscono l’epiteto ingiurioso in bella copia e quello in brutta copia. L’uno è sintesi, l’altro sbavatura. L’uno castiga la stupidità, che è un valore universale come l’umanità o la libertà, l’altro tradisce l’intelligenza, che sarebbe il modo migliore di combinare conoscenza, intuizione e buon gusto, e la avvilisce. C’è una maniera common sense ma originale di mettere distanza invalicabile tra sé e l’oggetto di derisione e disprezzo, roba da epigrammi di Marziale, come anche un assalto banale alla persona o alle idee, pigro, ripetitivo, stiracchiato, sonnolento.

 

   

Dire che il sedicente vicepresidente Di Maio è un cretino millenario è una sintesi, sferzare come traditori dell’italianità quelli che hanno messo il tricolore francese sul balcone di un municipio o di un’università è la solita pacchianata vernacolare tipo Giorgia Meloni e Compagnia. Nel primo caso è stigmatizzata in forma di satira l’inattendibilità civile e mentale di un giovanotto baldante e maleducato, dal sorriso fisso e inespressivo, che smarrona occupandosi di cose più grandi di lui, che è solo un demagogo grandicello; nel secondo caso si ricorre al conio pigro di un linguaggio serioso, preconfezionato, ignaro di ogni valore simbolico ad eccezione di quello più banale.

      

La questione non è irrilevante, esce dai confini di quella che i linguisti chiamano la semantica, ha un suo peso, invece, e esprime il risvolto maggiore di questo tempo che ha dell’infame e del proditorio. Le anime belle sono a disagio, vorrebbero una discussione pubblica delle faccende di interesse comune tutta cifre e argomenti, cercano la mediazione nelle parole e si disinteressano del fondo limaccioso delle cose. Hanno anche paura che alla fine della catena del disprezzo esibito il raccolto maggiore sia quello dei peggiori, che non conosceranno la sintesi ma sono pratici della semplificazione, e puntano ai grandi numeri dei sondaggi o elettorali. Capisco la preoccupazione, ma non c’è niente da fare. Il fondo malmostoso c’è, è prepotente, s’impone, vieta ogni forma di coscienza allegra e di understatement.

 

In qualche mese l’Italia non è stata trasformata da un cambiamento orientato e guidato a un inesistente programma di forze vive che hanno vinto le elezioni, sia pure in una direzione sbagliata o rischiosa, è stata abbassata, mortificata e divisa fino alla scarnificazione delle relazioni democratiche e dei rapporti umani da chi ha stipulato un contratto di potere intenibile, ha occupato ogni spazio con la solita masnada di ruffiani che si svegliano la notte inquieti di avere un solo culo da dare in giro, e ha infilzato l’economia, la politica estera, l’onore della Patria, la base generale del consenso e del dissenso, portandoci a un disastro di proporzioni oggi incalcolabili.

      

E allora la lingua ordinaria è calcolo dell’incalcolabile, una cosa grottesca. La pretesa di fronteggiare con gli arnesi verbali e concettuali risaputi e benemeriti la valanga dell’irresponsabilità fessa e fiacca, ma sempre durissima nelle conseguenze, di una mandria politicante che intende e sovrintende alla transumanza verso la demokratura e lo sballo madurista, bè, questa è sì una pretesa irresponsabile. Vedremo come va a piegarsi secondo ragione questa situazione decisamente inspiegabile, ma intanto turpiloquio cosciente di sé e tradimento delle convenzioni del fair play sono i veicoli irrinunciabili di una celebre poetica del Novecento: sono la definizione di ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Capito, cialtroni?

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    12 Febbraio 2019 - 08:08

    Non domandarci la formula che il mondo possa aprirti/si qualche storta sillaba e secca come un ramo....davvero splendida la citazione montaliana. Versi di attualita’ composti nel remoto 1923, si può solo aggiungere.

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  • ncisbani

    11 Febbraio 2019 - 01:01

    Standing ovation! Che verebbe d pensare se mi vedessero disquisire con dei criceti?

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  • branzanti

    10 Febbraio 2019 - 19:07

    Bravo Ferrara analisi eccellente. Quanto vorrei un redivivo Borges che potesse aggiornare la sua storia universale dell'infamia con una appendice tutta dedicata all'idiozia 5 stalle.

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  • albertoxmura

    10 Febbraio 2019 - 14:02

    Chissà cosa dirà Orsina, colui che voleva romanizzare i barbari, di fronte al baratro madurista nel quale i nuovi barbari stanno facendo precipitare questa povera Italia.

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