Così le università danno voce alla maggioranza silenziosa europeista

David Allegranti

Da Torino a Roma, passando per Siena, i rettori organizzano lezioni e momenti di confronto per spiegare come sarebbe il mondo senza l'Unione europea

Roma. C’è qualcosa che si muove tra le famose élite a lungo sbertucciate dai sovranisti e dai populisti. Specie nelle università, che in vista delle elezioni europee di maggio stanno organizzando iniziative sull’Unione Europea, per farla conoscere meglio sì ma anche per mettere alcuni paletti. “Fino alle elezioni europee di cinque anni fa”, dice al Foglio Gianmaria Ajani, rettore dell’università di Torino, “alcune università organizzavano essenzialmente un po’ di osservatori sulle campagne elettorali, mantenendo un certo distacco, specie nell'ambito di  quei settori che si occupano di scienza politica, di politiche di governo, di economia. Oggi c’è invece maggior protagonismo nel raccontare fatti che tendenzialmente sfuggono, per la loro complessità,  alla maggior parte dei quotidiani. Così, registriamo molte iniziative che le università stanno svolgendo, a partire da quella  sull’Europa organizzata in contemporanea il prossimo 28 febbraio dall’università di Torino, da quella di Roma e da quella di Napoli”.

 

Le iniziative sull’Europa “servono a spiegare, ad esempio, che cosa ha significato l’euro e che cosa, drammaticamente,  significherebbe non averlo più”. Oggi le università riscoprono un certo protagonismo, “c’è una maggioranza silenziosa che inizia a farsi sentire, e spero che lo faccia sempre di più. Anche perché c’è chi ha raccolto il 18 per cento dei voti dal 60 per cento degli italiani e pensa di rappresentare tutta la nazione. È giusto dunque che la parte  maggioritaria inizi a far sentire la propria voce, raccontando l’Europa in maniera più attenta e anti-ciclica rispetto alla narrazione odierna”. Ajani, nei giorni della crisi con la Francia, ha esposto all'ingresso del rettorato la bandiera francese, per solidarietà. “Non era per dire viva Macron, come qualcuno mi ha rimproverato, ma viva l’Europa. Se ci fosse stata, al posto della Francia, una tensione analoga con la Spagna o la Slovenia, paesi della UE avrei fatto lo stesso”. Peraltro, aggiunge il rettore, “in un paese che riscopre un nazionalismo pataccaro dopo che per 50 anni ci siamo vergognai  di esporre la bandiera italiana perché faceva troppo fascista, a me danno del traditore della patria. Assurdità”.

 

Dunque, le vituperate élite hanno deciso, con l’avanzata dei sovranisti e dei populisti, di fare una scelta di campo a favore dell’Unione Europa. “Ormai la parola élite  ha preso un significato spregiativo, come una volta la parola ‘capitalista’. Eppure l’umanità è sempre andata avanti con le élite, tanti gruppi che sapevano fare tante cose diverse. Oggi invece viene portata la bandiera dell’incompetenza e spacciata come declinazione della democrazia. Eppure non bisogna confondere l’attacco giusto a chi ha dei privilegi con un attacco generalizzato a tutti quelli che hanno delle competenze. La questione, però, non è nuova; è dai governi Berlusconi degli anni Novanta che vengono attaccate la formazione e la cultura. Da vent’anni infatti continuiamo a sentir dire  che con la cultura non si mangia. L’esito è quello che vediamo”.

 

L’università può fare qualcosa per fermare “l’onda lunga della delegittimazione, anche cambiando forma di comunicazione. I flash mob sull’Europa aiutano perché catturano l’attenzione. E aver esposto la bandiera è stato a suo modo un flash mob visuale”. Certo è che rischia di diventare un po’ scomodo questo ruolo di “supplenza”, per l’università. “Le nostre istituzioni di governo sono molto fragili, abbiamo visto che cos’è successo quando c’è stata la supplenza della magistratura, che un giorno svolgeva il suo compito e il giorno dopo veniva criticata per eccesso di interferenza. Più recentemente è stato il turno dei professori, con Monti. Ma il fatto che di volta in volta gruppi di competenti debbano tenere la barra perché la politica non è in grado di dare una visione di prospettiva, una rotta, significa che nel nostro paese c’è qualcosa di guasto. Significa che non funziona il meccanismo di selezione della classe dirigente”.

 

Anche l’università di Tor Vergata ha organizzato delle “lezioni aperte sull’Europa”. Segno che la mobilitazione è trasversale. “Le università, negli ultimi decenni, hanno cambiato profondamente il proprio volto, e mutato il proprio ruolo. Sono luogo di trasmissione della conoscenza, certamente, ma sono anche motore di progresso e sviluppo. Loro compito è anche quello di aiutare le comunità ad affrontare i problemi, e contribuire ad individuare delle soluzioni”, conferma Giuseppe Novelli, rettore a Tor Vergata.

 

“Siamo oggi lontani dall’immagine della torre eburnea: le università sono una fucina di talenti, sono una summa di competenze che vanno messe al servizio del dibattito interculturale e dello sviluppo dei popoli”. Ma c’è anche un significato “politico”, non nel senso meramente partitico, ma di appartenenza culturale, dietro la scelta di dedicare alla storia, all’economia e alla cultura europea un ciclo di lezioni? In Europa, ma anche in Italia, c’è chi invece vorrebbe superare il progetto europeo. “C’è un’idea di Europa trasversale alle logiche economiche e politiche. È quella di una Europa fatta dai nostri giovani che viaggiano, si incontrano, si confrontano ormai su scala internazionale. Superare il progetto europeo, in questo senso, non è una opzione. I nostri figli, gli studenti che frequentano le nostre lezioni, e che un domani andranno a fare un lavoro che magari, oggi, ancora non esiste”.

 

È per questo, dice Novelli, “che stiamo lavorando per costruire la prima università d’Europa, che sarà formata da una alleanza di 8 università geograficamente lontane, ma vicine nella loro visione student-centered. Studenti che, per la prima volta, potranno avere un ruolo attivo nella governance di questa nuova realtà, grazie ad una effettiva presenza nel board decisionale. L’intento è quello di ‘modellare’ la prossima generazione di europei mettendo a loro disposizione un vero e proprio ‘campus virtuale’, con programmi aperti, iniziative congiunte, mobilità totale, non solo fisica, degli studenti, che potranno in questo modo condividere il proprio quotidiano in maniera veramente integrata nel territorio in cui si trovano, con la possibilità di interagire in modo produttivo con la società. Lo scopo è che queste università possano supportare idee innovative, anche facilitando stage e tirocini nelle imprese: non a caso abbiamo sottoscritto un accordo con numerose aziende europee. La mobilità, inoltre, e questa è una novità assoluta, è estesa anche allo staff amministrativo, che potrà condividere esperienze, piattaforme, e competenze”.

 

Non trova singolare, professore, che in questi mesi sia la società civile ad adottare un approccio più pragmatico rispetto ai partiti - i quali si limitano in diversi casi purtroppo alla propaganda - nell’analisi del futuro dell’Europa? “Non posso che attenermi ad una osservazione del mondo accademico, che è e deve restare estraneo da logiche di qualsivoglia orientamento politico. Le università devono costruire ponti, favorire il dialogo, e per fare ciò devono necessariamente confrontarsi e aprirsi alle istituzioni, agli stakeholder, tendendo ad un confronto con partner e omologhi internazionali senza dimenticare il locale, il territorio in cui sono radicate, per agire su più livelli”.

 

Leggermente diverso il ragionamento che fa il rettore dell’università di Siena, Francesco Frati, che rivendica un lavoro ormai consolidato negli anni. Insomma, non una novità recente, per l’ateneo di Siena che ha una solida tradizione internazionale ed europea. “La premessa è che il nostro ateneo è sempre stato molto interessato alle vicende europee, abbiamo un profilo internazionale specifico”, dice Frati al Foglio. “Abbiamo aderito al programma Erasmus sin dalla sua fondazione, siamo tra gli atenei con il maggior numero di studenti Erasmus ‘incoming’ in proporzione alle dimensioni dell'ateneo: oltre 500 studenti. Così come oltre 500 sono gli studenti del nostro ateneo che ogni anno vanno fuori a studiare per programmi di mobilità breve. Questo testimonia il respiro europeo che oggettivamente il nostro ateneo ha sempre avuto. Affrontiamo qualsiasi tema dal punto di vista scientifico. Sulla base di questo humus abbiamo, al nostro interno, uno Europe Direct, un nodo della rete di uffici dell’Unione Europea che viene usato per sensibilizzare a livello periferico i cittadini europei sulle tematiche tipiche dell’Ue. In altre città, questi uffici sono dentro il Comune o la Provincia. Noi però abbiamo fatto la scelta di tenerlo dentro l’ateneo vincendo il bando per tre volte di fila. E grazie a questo ufficio facciamo informazione corretta sulle tematiche europee. Uno degli strumenti istituito qualche anno fa è ciclo Lezioni d’Europa, quest’anno dedicato alle elezioni di maggio”.

 

L’obiettivo, dice il rettore Frati, “non è ovviamente sostenere una formazione politica o un candidato ma fare informazione su cosa significhi votare, con l’obiettivo alto di stimolare i cittadini alla partecipazione democratica. Le lezioni riguardano la storia, l’integrazione europea, le istituzioni europee. Alcuni temi critici vengono analizzati soppesando i pro e i contro. Abbiamo un approccio il più neutro possibile, cercheremo di analizzare vantaggi, rischi, criticità e prospettive”. Naturalmente, pur restando neutrale, l’ateneo di Siena implicitamente una scelta di campo l’ha già fatta, organizzando un ciclo di lezioni come questo. Una scelta che evidentemente nulla c’entra con il sovranismo. “Non vogliamo chiuderci all’interno delle nostre quattro mura, vogliamo dialogare con gli altri atenei e contribuire alla discussione sul processo di integrazione dell’Europa, capendo se quello che è stato fatto è giusto o sbagliato e se questo modello può essere migliorato e in che direzione”. Poi, dice il professor Frati, “se mi viene chiesto se siamo europeisti la risposta è sì. Nel senso che siamo interessati a far sì che la collaborazione per l’integrazione e la comunicazione tra paesi europei ci sia e sia sempre più intensa. Se poi mi viene chiesto se siamo d’accordo con questo modello di Europa con le azioni intraprese dall’Unione Europea finora, la risposta è: non c’è né un pregiudizio a favore, né un pregiudizio contrario. In questi nostri incontri si sono espressi docenti molto critici per esempio nei confronti dell’euro, pensiamo che sia utile avviare un dialettica costruttiva anche con le voci contrarie al mainstream”.

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  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.