La lezione spagnola che spiega perché l'Erasmus tra nord e sud non può funzionare

Samuele Maccolini

La proposta lanciata dalle Sardine sembra ispirarsi al programma Sicue che consente lo scambio tra università iberiche. Ma lì, a differenza che in Italia, il livello degli atenei è piuttosto omogeneo 

Negli ultimi mesi, il programma Erasmus+ è tornato al centro del dibattito pubblico a causa della Brexit e in particolare della fake news, rilanciata anche da diverse testate italiane, secondo cui l’Inghilterra lascerà il programma di scambio europeo per studenti (per ora si tratta solo di un’eventualità). Sono migliaia gli studenti universitari che ogni anno, soprattutto dal Regno Unito, arrivano in Italia. Ma sono probabilmente di più gli italiani che compiono il percorso inverso partecipando ai programmi di scambio internazionale.

  

 

 

Deve essere stata questa “propensione all'approfondimento formativo” che martedì scorso, durante l'incontro con il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, ha spinto il leader delle Sardine, Mattia Santori, a lanciare la sua geniale proposta: una sorta di Erasmus tra nord e sud Italia. “Perché un napoletano non può farsi sei mesi al Politecnico di Torino e un torinese sei mesi a Napoli o a Palermo per studiare archeologia, arte, cultura o diritto?”, ha chiesto Santori. La notizia è stata accolta sui social network tra sarcasmo e scetticismo.

 

Eppure, l’idea non è nuova: in Spagna esiste un progetto di scambio tra università iberiche chiamato “Sistema de Intercambio entre Centros Universitarios de España (Sicue)” che permette agli studenti universitari di svolgere un periodo di studio in atenei differenti dal proprio, pubblici o privati, in diverse regioni della Spagna. Il programma ha compiuto quest’anno venti anni ed è molto popolare tra gli studenti spagnoli. Al Sicue partecipano 66 istituti che negli anni hanno accolto più di 63 mila studenti. Dopo alcuni anni di flessione per via della sospensione della borsa di studio Séneca, le richieste sono aumentate del 47 per cento negli ultimi quattro anni, passando dalle 9.093 dell’annata 2015/2016 alle 13.383 della 2018/2019. 

 

Natalia è una ragazza spagnola, ora in Erasmus in Portogallo, che l’anno scorso ha partecipato al progetto Sicue. Da studentessa nella città settentrionale di La Rioja si è ritrovata nella capitale dell’Andalusia, Siviglia.“È stata l’esperienza più bella della mia vita. Molti preferiscono l’Erasmus ma la realtà è che il Sicue è molto popolare in Spagna, anche perché permette di stare via un anno intero”, dice al Foglio Natalia. “Secondo me è un’ottima opzione, perché così hai l’occasione di scoprire tutte le sfaccettature del paese e conoscere le differenze tra il nord e il sud della Spagna”.

   

Il Sicue è stato ideato nel 2000, forse proprio per avvicinare le diverse identità locali, che spesso spingono per ottenere una maggiore autonomia. Il sito della Conferenza dei rettori Spagnola (Crue) lo presenta come “un sistema che tiene conto del valore formativo dello scambio, consentendo allo studente di sperimentare diversi sistemi di insegnamento”, “nonché i diversi aspetti sociali e culturali delle altre autonomie”. Un programma di questo tipo sarebbe utile in Italia? “Sarebbe fondamentale, per la sua capacità di unificare la ricerca a livello nazionale”, dice al Foglio Victor Arce, membro del comitato esecutivo della Crue. “Ma la proposta di Santori è sbagliata. Non si deve dividere il paese in due entità separate, nord e sud. Anche in Spagna abbiamo le nostre differenze, ma gli scambi possono avvenire anche tra regioni limitrofe”. Inoltre, “in Spagna”, spiega Arce, “il livello qualitativo delle università è abbastanza omogeneo su tutto il territorio, anche se ci sono punte di eccellenza. Mentre ogni ateneo ha una sua tradizione formativa”. Uno studente che decida di partecipare al Sicue, quindi, non rischia di peggiorare la propria formazione accademica a causa di uno scambio tra università con importanti gap qualitativi. 

 

In Italia, invece, la storia è diversa. Le differenze tra università del nord e del sud Italia sono certificate dai dati. Le statistiche del consorzio Alma Laurea, ad esempio, mostrano che fra atenei agli estremi opposti del paese, Enna e Bolzano, c’è uno scarto di quasi 40 punti percentuali nella possibilità di trovare un posto di lavoro e un gap di oltre mille euro al mese quanto a stipendi medi. “A parte forse qualche università come Napoli, Bari e Palermo, le altre università del sud avrebbero difficoltà ad attrarre domande”, dice al Foglio il professore di Economia dell’Università degli Studi di Milano, Marco Leonardi. “Insomma, non penso che uno studente della Bocconi vorrebbe passare un periodo di studio a Catanzaro. Anche se, ricordiamo, l’Erasmus è sempre un’esperienza culturale”. “La vera domanda è”, continua Leonardi, “visto che tutti vogliono andare all’estero, come sarebbe possibile fare vivere agli studenti italiani un Erasmus nella penisola, o addirittura mandarli a studiare al sud?”.

  

Insomma non bastano certo proposte estemporanee come quella avanzata da Santori per colmare le differenze che ci sono nel nostro paese. Perché studiare lettere a Bologna, non è come fare scienze politiche a Trento, e studiare architettura a Catania non è come fare giurisprudenza a Napoli. Ma soprattutto, in Italia studiare al nord, purtroppo ancora oggi, non è come studiare al sud.

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