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Dio benedica Macron

Oltre le protesta dei gilet gialli. Oltre le polemiche con l’Italia. L’Eliseo e le riforme liberali da portare avanti, l’Europa da difendere, la competenza da rivendicare. Dialogo con intellettuali e politologi. Uno stress test sul “président jupitérien”, che si è rimesso in marcia

18 Febbraio 2019 alle 15:10

Dio benedica Macron

Emmanuel Macron in visita a Etang sur Arroux in Borgogna (foto LaPresse)

Non sono macroniano, si sa. Ma per quello che sta facendo, posso solo dire tanto di cappello. Non si era mai visto nulla di simile. Sta inventando qualcosa, è in un momento di invenzione democratica. Bisogna essere accecati dai pregiudizi ideologici per non rendersene conto”. Anche uno come Robert Redeker, filosofo e scrittore non certo sospettabile di macronismo, osserva affascinato ciò che sta andando in scena nei licei della Normandia profonda e nei palasport dell’Alvernia rurale, che Emmanuel Macron ha scelto come luoghi simbolo del Grand débat national (Gdn), del grande esercizio democratico che mobiliterà fino a metà marzo tutta la Francia. Trovatemelo in giro un dirigente politico che per sette ore risponde con quell’agilità intellettuale e quella padronanza tecnica dei dossier a centinaia di giovani e meno giovani, sindaci e sindacalisti, prefetti e cittadini comuni, tutti, a varie intensità, arrabbiati, frustrati, indignati perché figli della Franca periferica che si sente trascurata dalla Parigi delle élite e persona non grata alla festa luccicante della Start-Up Nation. Trovatemelo, dice Redeker, uno che accetta di scendere nei ring ostili della Francia dei gilet gialli, la Francia delle doléances, degli invisibili, dei dimenticati, trovatemene uno, soltanto uno capace di affrontare sequenze di botta e risposta di sei ore e più, ascoltando, sorridendo e rispondendo senza reticenze a chi lo accusa di aver perso il contatto con il paese, uno che arriva in giacca e cravatta impeccabile alle 15.30, e alle 21, con le maniche della camicia rimboccate, è ancora lì a spiegare perché il paese ha un bisogno vitale delle riforme liberali, perché non è il sovranismo che salverà i piccoli agricoltori francesi dalla concorrenza della Cina e degli Stati Uniti e perché è l’Europa che ci proteggerà, con la stessa pedagogia, la stessa convinzione e la stessa energia con cui aveva conquistato i suoi concittadini da candidato di En Marche!.

   

Risponde a centinaia di giovani e meno giovani, tutti arrabbiati, frustrati perché figli della Franca periferica che si sente trascurata

Libération li ha ribattezzati gli “show della persuasione” questi meeting-maratona, il Figaro ha insistito molto sulla “performance” da pugile che si rialza del capo dello stato e anche gli editorialisti più diffidenti verso la macronia, come Jean-Michel Apathie di Europe 1 e Thomas Legrand di France Inter, riconoscono che Jupiter è tornato sulla terra, si è riconnesso col mondo reale e ha intrapreso la giusta via. “Emmanuel Macron ha dato prova di una competenza tecnica assai sorprendente. Padroneggiava tutti i dossier e ha dimostrato di avere una sensibilità politica molto acuta. In sette ore, si possono dire molte sciocchezze. Non ne ha detta nemmeno una. E’ già qualcosa”, ha dichiarato Apathie all’indomani del primo meeting del Gdn a Grand-Bourgtheroulde, comune normanno di 3 mila abitanti. “A prescindere da ciò che si pensa della politica del presidente, la performance democratica di ieri è impressionante e salutare. Tuttavia, la resistenza fisica e intellettuale, l’apertura e la capacità di ascolto non servirebbero a niente se non fosse veramente l’inaugurazione di un’altra fase ‘demonarchizzata’ del mandato”, ha spiegato Legrand.

   

 

Se fosse una pièce teatrale, quella che Macron sta portando in giro per la Francia, si chiamerebbe “il macronismo per principianti”. “Non abbiamo ancora trovato una persona che sappia spiegare il macronismo meglio di Macron”, diceva lo scorso anno il deputato della République en marche (Lrem) Gabriel Attal, oggi segretario di stato presso il ministero dell’Istruzione, “dunque ogni sei mesi c’è bisogno di una grande trasmissione per spiegare in che cosa consiste”.

   

Il presidente ha deciso di rimettersi in gioco, scendere nell’arena, stare fino a tarda sera a spiegare il macronismo

La grande trasmissione di cui parla Attal – gli incontri del Gdn – sta producendo i suoi frutti, visti gli ultimi sondaggi di popolarità. Con 11 punti percentuali conquistati negli ultimi due mesi, secondo la rilevazione dell’istituto Ifop per Paris Mach, Macron ha ritrovato il suo livello pre crisi: 34 per cento di opinioni favorevoli, come in ottobre, quando i gilet gialli non si sapeva ancora cosa fossero. E’ una “remontada”, come l’hanno ribattezzata i marcheurs, che lascia ben sperare in vista delle elezioni europee, dove Lrem vuole essere davanti al Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen, un segnale di luce quasi inimmaginabile se si pensa alla situazione in cui versava la macronia a inizio dicembre 2018. Frédéric Dabi, vice direttore dell’istituto Ifop, ha individuato tre ragioni all’origine di questa risalita improvvisa di Macron negli indici di gradimento. La prima è la rimobilitazione del suo elettorato, quello che riempiva i palazzetti sventolando bandiere francesi ed europee durante i meeting della campagna per le presidenziali. Dopo un periodo insicurezza e fragilità durato da metà novembre ai primi di gennaio, il presidente ha deciso di “mouiller sa chemise”, di rimettersi in gioco, scendere nell’arena, stare fino a tarda sera a spiegare il macronismo, anche se i giornalisti non vedono l’ora di tornare a Parigi, anche se i sindaci vogliono andare a mangiare, anche se i più anziani iniziano a sbadigliare, e se la camicia, a fine performance, è fradicia di sudore quasi come quella di Manuel Valls al congresso del Partito socialista (Ps) dell’estate 2015. 

     


In difesa del santuario europeo. Macron è tornato a fare Macron: il suo elettore sente che l’Unione è in una situazione rischiosa e vuole salvarla. I guai interni e la grande sfida delle elezioni di maggio


    

Ed ecco, allora, che i suoi elettori, i marcheurs, hanno rivisto il leader battagliero della cavalcata verso l’Eliseo, il liberale con l’aroma di outsider che interloquiva col sorriso con il suo pubblico di europeisti, li chiamava sul palco, a volte scherzava, a volte era più duro, ma non aveva quella smorfia da tecnocrate, da je-sais-tout, che negli ultimi mesi ha dominato il suo volto incupito. E’ apparso più sereno, più disinvolto, e questo aspetto i francesi lo hanno apprezzato. “Macron è tornato, e finalmente è riuscito ad accorgersi della rabbia che percorre il paese. Ha dimostrato di essere nuovamente vicino alla gente”, ha spiegato Dabi all’Opinion. Il secondo motivo che spiega, per il vice direttore dell’Ifop, l’impennata inattesa in termini di popolarità, è “l’allargamento a destra della sua base elettorale”. Stando ai dati raccolti dall’Ifop, Macron ha conquistato 12 punti fra i sostenitori dei Républicains (Lr), il partito gollista che fu di Nicolas Sarkozy e oggi è guidato dal sovranista identitario Laurent Wauquiez. “Ha un grande rendimento a destra”, dove, sottolinea Dabi, “il riflesso legittimista e la richiesta di mantenere l’ordine repubblicano sono forti” dinanzi alle violenze dei più estremisti tra i gilet gialli. Infine, la terza molla di riavvicinamento a Macron è rappresentata dalla debolezza e l’inconsistenza delle opposizioni, sia a destra, con il discorso divisivo di Wauquiez e il populismo incattivito della Le Pen, sia a sinistra con la decadenza del Ps e il bolivarismo da operetta di Mélenchon. “Resiste perché ha ritrovato la sua base elettorale, rosicchia consensi a destra e perché è solo”, osserva il vice direttore dell’Ifop. “E’ in campagna, ma senza avversari!”, dice arrabbiato un deputato del Ps. Insomma, la formula del Gdn, nata per rispondere alla crisi dei gilet gialli e “trasformare le rabbie in soluzioni”, secondo le parole di Macron, è stata una scelta azzeccata per la macronia.

  

Un’impennata inattesa in termini di popolarità. “Macron è tornato, e finalmente è riuscito ad accorgersi della rabbia che percorre il paese. Ha dimostrato di essere nuovamente vicino alla gente” (Frédéric Dabi). E ha conquistato 12 punti fra i sostenitori dei Républicains

 

Emmanuelle Wargon, segretaria di stato presso il ministero della Transizione ecologica, scelta come co-animatrice del grande dibattito nazionale assieme al suo collega alle Collettività territoriali Sébastien Lecornu, assicura che dopo il 15 marzo, quando verranno raccolti i cahiers des doléances, con le istanze dei cittadini francesi e le loro proposte per cambiare il paese, ci sarà una risposta concreta da parte del governo sulle quattro tematiche prescelte: transizione ecologica, fiscalità e spese pubbliche, democrazia e cittadinanza, organizzazione dello stato e dei poteri pubblici. La “realizzazione della sintesi”, come viene presentata nel sito ufficiale del Gdn, verrà resa pubblica ad aprile. “Il grande dibattito nazionale permetterà di inquadrare la collera dei gilet gialli”, ha dichiarato la Wargon durante la trasmissione “Audition publique” sul Figaro.fr. “Le persone hanno voglia di parlare di politica. Il dibattito risponde a una richiesta profonda. A essere affrontati sono temi di interesse nazionale”, ha aggiunto.

 

Ed è proprio questo aspetto che sta mandando fuori di senno le opposizioni: il fatto che Macron, in fondo, si stia garantendo una “campagna mascherata” su tematiche che interessano tutto il paese, con una copertura mediatica senza precedenti (l’integralità dei dibattiti è trasmessa dalle principali reti all-news, Bfm.tv, Cnews, Lci) e con i soldi dei contribuenti, secondo i termini utilizzati dalla capolista della France insoumise (Lfi) alle europee Manon Aubry. “Questo famoso dibattito è in realtà una campagna mascherata per le elezioni europee”, ha attaccato a Sud Radio la Aubry, puntando il dito in particolare contro il discorso della ministra della Salute Agnès Buzyn, che in occasione di una riunione pubblica a Trappes (dipartimento degli Yvelines, nella regione parigina) ha fatto “un riferimento esplicito alle elezioni europee”. Sulla sua scia, Jean-Luc Mélenchon, leader di Lfi. “Sulle reti all-news ci tocca assistere a sei sette ore dove non si parla d’altro che dell’intervento del capo dello stato”, ha detto il tribuno della gauche radicale, spingendosi a dire che queste operazioni sono “caratteristiche di un regime autoritario”. Anche Lr, tramite la loro portavoce Lydia Guirous, ha denunciato la “grande operazione di comunicazione” allestita dall’esecutivo dietro il pretesto del Gdn, la “saturazione dello spazio mediatico” da parte di Macron. I deputati gollisti Philippe Juvin e Valérie Boyer, così come il deputato Lfi Michel Larive, hanno addirittura fatto ricorso presso il Csa, l’authority del settore audiovisivo, e presso la Commissione nazionale dei conti di campagna e dei finanziamenti pubblici (Cnccfp), affinché si valuti se il Gdn sia conforme alle regole, o se c’è un problema di “tempi di parola” e di campagna elettorale mascherata a spese dello stato.

   

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“L’elettorato macronista si riconosce nei valori europeisti e liberali, crede in una società multiculturale e nei benefici della globalizzazione” (Jean-Yves Camus). La strategia della polarizzazione tra europeisti e populisti, che Macron sta perseguendo, funziona, se si guardano i sondaggi

Campagna mascherata o no – saranno il Csa e la Cnccfp a valutare se ci sono i margini per prendere delle sanzioni, anche se sembra tutto molto improbabile – Macron è tornato a fare Macron, a difendere con grinta e afflato lirico la sua visione dell’Europa, a sottolineare l’importanza di essere europeisti oggi, di preservare questo santuario fragile che dal secondo dopoguerra in avanti ci ha garantito pace, libertà e prosperità. “L’europeismo è una convinzione personale del capo dello stato francese che si rispecchia in quelli che lo hanno eletto nel 2017”, dice al Foglio Jean-Yves Camus, politologo e direttore dell’Observatoire des radicalités politiques della Fondation Jean-Jaurès. “L’elettorato macronista si riconosce nei valori europeisti e liberali, crede in una società multiculturale e nei benefici della globalizzazione, vede nell’Europa un moltiplicatore di opportunità e di protezioni e sente che in questo momento è in grande pericolo. Era dal 2005, anno del no francese e olandese al referendum sulla Costituzione europea, che non si percepiva in Europa una tale minaccia per la sua sopravvivenza. L’elettore di Macron sente che l’Ue è in una situazione rischiosa e vuole salvarla”, spiega Camus. La strategia della polarizzazione tra europeisti e populisti, che Macron sta perseguendo in Francia, sta chiaramente funzionando se si guardano i sondaggi. Ed è una strategia, secondo il politologo, “che potrebbe premiare Macron anche in Europa”. “C’è bisogno di un leader che difenda il liberal-progressismo, che salvi l’Europa dai populisti come Matteo Salvini, e questo leader è Macron. Il ministro dell’Interno italiano rappresenta l’antitesi della visione dell’Europa promossa dall’inquilino dell’Eliseo, ed è per questa ragione che Macron ha inasprito la strategia della polarizzazione anche su scala europea. Le tensioni con il governo populista italiano lo dimostrano”, osserva Camus.

 

Jacques de Saint-Victor, giornalista del Figaro ed esperto di questioni italiane, ha scritto che Parigi, richiamando l’ambasciatore francese a Roma Christian Masset, “ha deciso di drammatizzare per polarizzare: la stessa strategia adottata sul fronte interno”. “Manifestare il proprio disaccordo nei confronti delle idee portate avanti da altri governi è un conto, attaccare personalmente un presidente dicendo che non è adatto a guidare il paese e augurandosi che il popolo che lo ha votato se ne liberi presto, come ha fatto Salvini, è ben più grave e inaccettabile tra paesi amici”, sostiene Camus.

 

Il discorso della Sorbona che Macron pronunciò nel settembre del 2017, con le sue 49 proposte per rifondare il continente, rimane il faro per i partiti europeisti. E’ dai contenuti di quel testo, scritto a quattro mani con Sylvain Fort, ex plume, intellettuale, melomane, innamorato della cultura italiana e fine conoscitore del mondo mitteleuropeo, che potrebbe nascere il contratto della nuova Europa. O comunque, è quanto sperano i macronisti. “Macron, con Charles de Gaulle, ha in comune la convinzione che l’Europa debba essere una potenza forte e indipendente dalla Cina e dagli Stati Uniti, ma a differenza del generale che credeva nell’Europa delle nazioni, l’attuale presidente francese crede nell’Unione europea. Macron vuole costruire un’Europa dei valori, e quello della Sorbona è stato, in questo senso, un discorso fondatore”, dice al Foglio Camus. Mancano tre mesi alle elezioni europee e secondo il direttore dell’Observatoire des radicalités politiques, “quando andremo a dormire il prossimo 26 maggio, sapremo che il risveglio, il giorno dopo, potrebbe non essere felice per gli europeisti: gli euroscettici avranno più scranni rispetto a quelli che posseggono ora”.

       


I colpi di scena all’interno dei gilet gialli e il dibattito sulla legittimità del movimento. La riforma del mercato del lavoro. La cancellazione di una parte dell’imposta sulle grandi fortune. Il problema della spesa pubblica: il modello francese messo per la prima volta in discussione


  

“Tuttavia – aggiunge il politologo – sono convinto che il numero sarà inferiore a quello che auspicano i partiti populisti. In Francia, per ‘riflesso di rassemblement’, molti elettori moderati di destra, contrari alla linea sovranista di Wauquiez e ovviamente allergici al discorso estremista della Le Pen, si avvicineranno alla République en marche. La scelta del conservatore Françoix-Xavier Bellamy, figura molto divisiva sui temi di società (vicino alla Manif pour tous, il movimento anti nozze gay, e militante anti aborto, ndr), non è stata una scelta azzeccata per il presidente dei Républicains, visti i pessimi sondaggi (l’ultima rilevazione dell’istituto Elabe per Bfm.tv dà Lr al 12,5 per cento, lontanissimo dalla lista formata da Lrem e dagli alleati centristi del MoDem di François Bayrou, davanti a tutti col 23,5 per cento di suffragi, ndr). Macron beneficerà di questa nomina, catalizzando verso di sé i voti della destra moderata”.

  

Per Macron, dinanzi alle violenze che il paese è costretto a subire ogni sabato, è necessaria una “chiarificazione repubblicana”. C’è la consapevolezza che bisogna tornare a riprendere il ritmo incalzante di inizio mandato. “Non bisogna lasciar fuggire il treno delle riforme” (Jean-Marc Daniel)

Alle elezioni di maggio, potrebbero esserci anche i gilet gialli. Non si sa ancora quante e quali saranno le liste del movimento di protesta che riusciranno a raccogliere i 79 nomi necessari per potersi presentare. La più quotata, fino a qualche giorno fa, era quella di Ingrid Levavasseur, la 31enne dai capelli rossi che voleva dare un tocco di presentabilità al movimento giallo. La lista si chiama Ric, che sta per Ralliement d’initiative citoyenne, ma anche per Referendum d’initiative citoyenne, il referendum d’iniziativa popolare che i manifestanti in gilet catarifrangente vorrebbero imporre come nuovo pilastro della democrazia francese. Negli ultimi giorni, tuttavia, è successo di tutto. Se ne è andato Hayk Shahinyan, che era stato scelto come direttore della campagna della lista Ric e che ha già creato nel frattempo un suo partito, il Mouvement alternatif citoyen. E si è allontanato anche Christophe Chalençon, il fabbro che ha invocato l’intervento dell’esercito per rovesciare il governo Macron e dare il potere all’ex capo di stato maggiore degli eserciti Pierre de Villiers. Il motivo dell’addio? L’incontro a sud di Parigi con i pentastellati Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. “Eravamo tutti d’accordo per andare, ma Ingrid ci avvisato all’ultimo momento che non sarebbe venuta”, ha dichiarato al Parisien Chalençon. Il vero colpo di scena, però, è arrivato mercoledì sera, con un tuìt: Ingrid Levavasseur ha affermato di voler rinunciare al ruolo di capolista del Ric, precisando, però, che potrebbe presentare un’altra lista.

 

“C’è molta confusione in seno ai gilet gialli. E’ vero che il movimento gode ancora di un certo sostegno da parte della popolazione, ma va ricordato che a scendere in strada contro il governo sono poche migliaia di persone”, sottolinea Camus, aggiungendo che oggi quello che resta impresso nelle menti dei francesi sono anzitutto le immagini dei casseurs, le violenze degli estremisti che, come si è visto a Parigi a dicembre, e a Lione due settimane fa, mettono a ferro e fuoco le città. “I francesi cominciano a mettere in discussione la legittimità di questo movimento, che ogni settimana provoca disordini”, conclude Camus.

  

 

Per Macron, dinanzi al climax di violenze che il paese è costretto a subire ogni sabato, è necessaria una “chiarificazione repubblicana”, secondo quanto riportato dal portavoce del governo Benjamin Griveaux al termine dell’ultimo consiglio dei ministri. “Questa chiarificazione repubblicana è allo stesso tempo la fermezza assoluta nei confronti di coloro che commettono questi atti violenti (lo scontro andato in scena a Lione tra gilet gialli di estrema destra e gilet gialli di estrema sinistra durante il XIII Atto della mobilitazione ha fatto trasalire il presidente francese, ndr) e la riaffermazione dei nostri principi intangibili sui quali si fonda la nostra République”, ha detto Macron guardando negli occhi i suoi ministri. C’è la consapevolezza, da parte del capo dello stato, che bisogna tornare a riprendere il ritmo incalzante di inizio mandato. Il passo indietro, con i 10 miliardi a favore dei gilet gialli scuciti dalle casse dello stato, tra incremento del salario minimo e abolizione dell’aumento della contribuzione sociale generalizzata (Csg) per i pensionati con rendite inferiori ai 2 mila euro mensili, c’è stato. E c’è stato anche il riavvicinamento alla Francia periferica, con l’organizzazione del Gdn e il cambio di stile a favore di un’orizzontalità e di un ritorno al contatto con la gente. Ora, però, non bisogna lasciar fuggire il treno delle riforme, come dicono al Foglio Jean-Marc Daniel, economista liberale e professore emerito all’Escp Europe, e Agnès Verdier-Molinié, direttrice della Fondation iFrap. “Ci sono state diverse cose positive ma anche negative in questa prima parte del quinquennio”, afferma Daniel. “Tra quelle positive c’è sicuramente l’approvazione della Loi Travail, che ha riformato il mercato del lavoro in senso liberale, introducendo maggiore flessibilità, dando più spazio ai contratti aziendali e imponendo meno vincoli ai licenziamenti economici. Macron ha capito che era la prima riforma da adottare per rilanciare la crescita (la Banca di Francia ha indicato lunedì scorso che la crescita dell’economia nazionale nel primo semestre del 2019 dovrebbe attestarsi allo 0,4 per cento, più 0,1 rispetto al quarto trimestre del 2018, ndr). Oltre alla riforma del lavoro, va applaudita la scelta coraggiosa di cancellare parte dell’Isf, l’imposta sulle grandi fortune, che era una delle follie giacobine francesi. Ora si tassa soltanto il patrimonio immobiliare dei cittadini più abbienti ma non i guadagni sugli investimenti. Questa misura avrà un impatto benefico sull’economia”, aggiunge Daniel, autore del saggio al vetriolo “Les impôts: histoire d’une folie française”, sull’ideologia fiscalista esagonale.

   

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Tra i punti negativi di questi primi venti mesi di mandato, l’economista indica invece il congelamento della riduzione della spesa pubblica. “Inizialmente, da parte del governo, c’è stata una drammatizzazione della situazione delle casse dello stato, che lasciava pensare che Macron avrebbe avviato una cura dimagrante della macchina pubblica. Ma la sola proposta suggerita dai funzionari di Bercy (sede del ministero dell’Economia e delle Finanze, ndr) era di tagliare la spesa militare. Dopo il taglio annunciato di 850 milioni di euro al budget della difesa, che ha provocato le dimissioni in polemica del generale Pierre de Villiers nell’estate del 2017, Macron ha chiuso il capitolo dell’abbassamento della spesa”, constata Daniel. Pur dicendosi un po’ deluso dal macronismo – lo ha scritto nel suo ultimo libro “Macron: la valse folle de Jupiter”, proponendo al capo dell’Eliseo qualche pista di riflessione per ritrovare la via del riformismo liberale – il professore emerito dell’Escp Europe spera ancora che Macron possa passare alla storia come l’interprete della rivoluzione liberale francese. “Staremo a vedere cosa accadrà al termine del grande dibattito, quando l’esecutivo, ad aprile, formulerà le sue proposte. Per ora, si può dire che la popolazione è esasperata dai gilet gialli e dalle loro violenze: sono diventati incontrollabili. E si può dire che Macron, come i gollisti nel 1968, vincerà le elezioni europee, perché incarna il partito dell’ordine repubblicano”, analizza con il Foglio Daniel. E aggiunge: “Bisogna capire, però, se dopo aver vinto come candidato dell’ordine ritroverà lo spirito riformista della prima parte del mandato o se invece si accontenterà del ruolo di garante dell’ordine repubblicano contro le derive degli estremisti. Se così fosse, passerà alla storia come un’illusione liberale, lasciando di sé un’immagine di conservatore. Io, mi auguro che non sia così, e che torni all’assalto delle riforme con tre punti essenziali: la fiscalità ecologica, il taglio della spesa e la riforma della funzione pubblica”.

  

Secondo le cifre pubblicate giovedì scorso dall’Insee, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il suo livello più basso dal 2009: 8,8 per cento, e la disoccupazione giovanile è calata dell’1,7. “Le riforme del mercato del lavoro cominciano a produrre i loro effetti”, ha detto la ministra del Lavoro Muriel Pénicaud

Agnès Verdier-Molinié, come Jean-Marc Daniel, riconosce a Macron il merito di aver approvato una riforma del lavoro adatta al Ventunesimo secolo, di aver tolto quella tassa colbertista che è l’Isf, permettendo così di liberare le energie e far dimenticare la caccia al ricco che il suo predecessore aveva lanciato con la superaliquota al 75 per cento sui redditi superiori a 1 milione di euro. Ma la direttrice del think tank parigino si mostra anche insoddisfatta dai mancati tagli draconiani alla spesa pubblica, e mostra quella tipica e giustificabile impazienza dei liberali di Francia, costretti da anni ad assistere a un’eterna procrastinazione delle riforme, ai soliti taglia e cuci per equilibrare la fiscalità e non infastidire certe categorie. “Non c’è ancora il calo della spesa annunciato dal governo e l’ultimo rapporto della Corte dei conti indica che le nostre finanze pubbliche non sono in forma. Siamo ancora al 56 per cento, i campioni della pressione fiscale: la media europea è al 47. Durante la campagna per le presidenziali aveva detto che voleva scendere almeno al 52 per cento”, ricorda l’economista liberale, che a ottobre ha pubblicato “En marche vers l’immobilisme”, dove se la prende con questo modello francese che non cambia mai veramente, ostaggio dei sindacati e soprattutto degli alti funzionari pubblici. “Bisogna alzare l’età pensionabile, ridurre la massa salariale dello stato, aumentare il tempo di lavoro dei dipendenti statali e riformare lo statuto della funziona pubblica: sono queste le cose da fare. Il grande problema, fino ad oggi, è che in Francia non si sono fatte le riforme strutturali, ma si è continuato a giocare con la fiscalità, con misure di abbassamento e innalzamento fiscale. Non si è avuto il coraggio di guardare in faccia il vero dramma francese: la spesa pubblica ipertrofica”. E ancora: “Il ministro dell’Economia Bruno Le Maire aveva detto, nel 2017, che la Francia è ‘drogata di spesa pubblica’, ma a queste dichiarazioni non sono seguite, ad oggi, misure efficaci per snellire la macchina statale. Va detto però che Macron, a differenza dei suoi predecessori, sta provando a cambiare le cose, che nessuno prima di lui aveva cercato di scuotere il modello francese, mettendolo in discussione”.

   

La numero uno della Fondation iFrap, che nel gennaio 2017 aveva pubblicato un vademecum su “ciò che deve fare il (prossimo) presidente”, con tanto di metodi e calendari per mantenere un ritmo elevato di riforme – “questo non è solo un piano o un programma. E’ un obbligo morale di risultati”, si leggeva nella quarta di copertina – spera come Daniel che il grande dibattito possa aiutare il capo dello stato a liberarsi dei dogmi dell’‘administration’, dell’alta funziona pubblica che frena da sempre le riforme francesi, molto più dei sindacati. “Dopo il Gdn, vedremo se il governo riuscirà a lavorare per i francesi o se resterà soggiogato alla visione centralizzatrice che caratterizza questo paese. La finestra di tiro delle riforme è molto breve in un quinquennio, ma non bisogna vedere le cose in maniera negativa: Macron può ancora ritrovare lo slancio liberale degli inizi”.

 

Intanto, il presidente della Repubblica francese incassa altre buone notizie. Secondo le cifre pubblicate giovedì scorso dall’Insee, l’Institut national de la statistique, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il suo livello più basso dal 2009: 8,8 per cento. L’aspetto più positivo è il calo dell’1,7 per cento della disoccupazione giovanile (fascia tra i 15 e i 24 anni), che nell’ultimo trimestre del 2018 era al 20,5 per cento e ora è al 18,8. “E’ dovuto alle riforme del mercato del lavoro che cominciano a produrre i loro effetti”, ha commentato la ministra del Lavoro Muriel Pénicaud, manifestando su France Inter la sua soddisfazione per questa “très bonne nouvelle”. “I datori di lavoro, e in particolare le piccole imprese, non hanno più paura di assumere. E’ l’effetto delle ordonnances (i decreti legislativi che hanno modificato il diritto del lavoro, ndr)”, ha aggiunto la Pénicaud. Ci sono poi i numeri del “Choose France”, il summit dell’attrattività organizzato da Macron a Versailles per stimolare i grandi capi d’azienda stranieri a investire in Francia. Lo scorso anno, per la prima edizione, sono stati raccolti 3,5 miliardi con una promessa di 2.200 nuovi posti di lavoro nei prossimi cinque anni: solo la tedesca Sap investirà 2,5 miliardi, per finanziare e accompagnare start-up e progetti di R&D nel campo della lotta contro i cambiamenti climatici e dell’intelligenza artificiale. Quest’anno, complice la macchia dei gilet gialli, sono stati annunciati, per ora, 600 milioni di euro di investimenti: numeri comunque positivi per la Start-Up Nation macronista, che nel 2017 ha lanciato un fondo pubblico da 10 miliardi di euro per le start-up. Certo, Macron può fare molto di più, ma intanto è tornato a correre.

Mauro Zanon

Nato a una manciata di chilometri da Venezia, nell’estate in cui Matthäus e Brehme sbarcarono nella parte giusta di Milano, abbandona il Nord, per Roma, quando la Lega era ancora celodurista e un ex avvocato del Cav. vinceva le presidenziali francesi. Nel 2009, decide di andare a Parigi, e di restarvi, dopo aver visto “Baci rubati” di Truffaut. Ha vissuto benino nella Francia di Sarkozy, male in quella di Hollande, e vive benissimo in quella di Macron (su cui ha scritto un libro, “Macron. La rivoluzione liberale francese”, Marsilio). Ama il cinema di Dino Risi, le canzoni di Mina, la cucina emiliana, le estati italiane, l’Andalusia e l’Inter di José Mourinho. Per Il Foglio, scrive di Francia e pariginismi. Collabora inoltre con il mensile francese Causeur.

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