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La pessima idea di (non) fare le scarpe ai francesi. Di Maio al Micam

Gli imprenditori del settore delle calzature sono preoccupati della piega che vanno prendendo i rapporti con Parigi e della ricaduta sui loro affari

17 Febbraio 2019 alle 06:17

La pessima idea di (non) fare le scarpe ai francesi. Di Maio al Micam

La fiera del Micam a Milano (foto LaPresse)

Concluso il pistolotto post luddista e parecchio incongruo sulle macchine e l’intelligenza artificiale che “nelle calzature non potrà mai sostituire l’uomo” (please, qualcuno gli spieghi che aziende e stilisti di grido realizzano i prototipi in 3D ormai da anni e che L’amica geniale con Lila ciabattina ’e Napule è un romanzo di fantasia ambientato negli anni Sessanta), il vicepremier Luigi Di Maio è rimasto al salone della calzature, il Micam appena chiuso alla Fiera di Rho Pero, il poco bastante a evitare i troppi mugugni dei calzaturieri maximi d’Italia, preoccupati della piega che vanno prendendo i rapporti con la Francia e della ricaduta degli stessi sui loro affari.

 

Le calzature italiane valgono 14 miliardi di euro, occupano 76.600 addetti ed esportano l’85 per cento della produzione. “Il nostro primo paese di destinazione è la Francia”, sospira l’amministratore delegato dell’associazione di categoria Tommaso Cancellara che, oltre al rapporto di stima con Carlo Calenda, ha lavorato a lungo in Ferrari e Tecnogym. Se per il governo gialloverde, e al netto delle expertise sulla Tav, trovarsi un nemico vicino e notoriamente spocchiosetto è mossa distorsiva di facile presa, per gli industriali che agli spocchiosetti non solo vendono, ma soprattutto fabbricano le scarpe a cui verranno infilate sulle solette le etichette in seta di Christian Dior, Balenciaga, Louis Vuitton, Givenchy, una rottura diplomatica definitiva con Parigi uno scenario apocalittico. Nessuno vuole prendere nemmeno in considerazione l’ipotesi. Al di là del solito e ormai stucchevole ritornello sulle “aziende della moda italiana che vanno ai francesi” e che, a conti fatti, non sono poi così più numerose di quelle che invece sono “rimaste”, dividere i destini commerciali di Italia e Francia è quasi più difficile che separarne l’evoluzione lessicale dai tempi della scuola di Lione (a proposito), cioè del tutto impossibile.

 

Lungo la stessa rotta di un’alta velocità che non riesce a partire, ma a dorso di mulo, a piedi o in carrozza sfidando la neve e le gelate, per decine di secoli ci siamo scambiati merci, cultura, eleganza, le acconciature di Isabella d’Este, le posate di Caterina de’ Medici e purtroppo anche gli eserciti (quelli sono arrivati quasi esclusivamente in un senso solo). Le nostre storie sono più solide del matrimonio di Macron, ed è per questo che, leggendo martedì mattina i risultati 2018 del colosso francese Kering (profitti netti in crescita a 3,71 miliardi di euro contro gli 1,79 del 2017, un dato che ha battuto perfino le attese del mercato, fermo a 2,79 miliardi, con il fatturato Gucci in crescita del 36,9 per cento), hanno praticamente applaudito lì, nella “fashion square” allestita in mezzo ai padiglioni. Il gruppo Kering, come i Dolce & Gabbana prima di loro, sono nel mirino del fisco italiano anche per questo. Per questa storia intrecciata che, accidenti, è difficile perfino dipanare per capirci qualcosa.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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