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L'anno del levriero

Passa di mano anche Trussardi, altro storico marchio italiano. Fornitori di guanti della Real Casa, e poi il successo, e i drammi

17 Febbraio 2019 alle 06:19

L'anno del levriero

Nicola Trussardi (foto Imagoeconomica)

Proprio adesso che i levrieri son tornati di moda, come razza. La famiglia Trussardi ha annunciato che uscirà (anche se non del tutto) dallo storico marchio. Proprio a vent’anni dalla morte di Nicola, che nel 1999 si schiantava in Mercedes chiudendo il secolo breve dell’impero di famiglia messo su dal nonno Dante, founder nel 1911 di un guantificio meglio del Newark Maid rothiano. Il creatore dell’impero dei guanti scalò tutte le posizioni novecentesche dell'accessorio per signora fino a diventare fornitore della Real Casa.

  

Il nipote, come Seymour lo Svedese di “Pastorale americana”, il romanzo di Philip Roth, era esteticamente avvantaggiato e dette nuovo corso aristocratico e imprenditoriale alla dinastia. Nel 1970 prende in mano l’azienda e aggredisce gli anni Ottanta producendo vaste simbologie col cane signorile assurto a marchio nel 1973: non solo portafogli e borse e cravatte, ma anche profumi, biciclette e un telefono cubista che rimane uno degli oggetti più misterici di quel decennio (era un decennio in cui i telefoni, ancora “fissi”, ma non c’era bisogno di specificarlo, non esistendo i “mobili”, erano un curioso status symbol. C’era quello di Armani, quello di Trussardi, addirittura quello di Sottsass. Telefonare costava ancora molto).

 

Trussardi diventa il volto sartoriale del socialismo, capisce lo show business prima degli altri sponsorizzando un palazzetto per primari concerti voluti dal sindaco immaginifico Tognoli, e al suo Pala si svolgono fondamentali riti di passaggio della milanesità degli anni Ottanta, prima che Milano sprofondasse nell’oblio di Tangentopoli per risorgere coi boschi verticali: tipo il concerto di Frank Sinatra nel 1986, presenti Craxi, Roger Moore e Liza Minnelli. Grazie all’inventiva e alla vicinanza con la first famiglia socialista cerca e ottiene sfilate in luoghi ingegnosi e impropri, allora: la stazione Centrale, la piazza del Duomo. Con la incresciosa scomparsa automobilistica di Nicola nel 1999 cresce anche la dimensione kennediana-tragica della famiglia, convalidata nell’iconografia grazie all’estetica milanese-wasp di Giovanni Gastel, che aveva ricreato questo moderno principe rinascimentale in bici (era pur sempre milanese, o almeno bergamasco: dunque, al massimo della gloria simbolica, Trussardi oltre al telefoni produceva appunto quella bici costosissima, con manopole e sellino e dettagli in pelle, quella degli Yuppie di Vanzina, che andavano in ufficio con queste pesanti bici da uomo, prima del boom delle ciclabili e dello scatto fisso).

 

Con le auto invece un disastro: nel 2003 muore in un incidente anche il figlio Francesco, in Ferrari. La famiglia ancora una volta si arrangia come può: in azienda ci va l’altra figlia Beatrice, per un po’ al comando, poi passata con maggior successo alla fondazione d’arte (certo minore dei colossi tipo Prada o Vuitton ma interessante e originale, col suo modello “morbido”, senza sedi disegnate da archistar ma invece la guida di Massimiliano Gioni). Poi coi marchi ci prova la sorella più ribelle Gaia, trascorsi musicarelli a Londra, per un poco direttore creativo, e infine Tomaso, l’erede, famoso soprattutto per le nozze con Michelle Hunziker.

 

Adesso, con la gestione svizzera-bergamasca, alla famiglia rimane il 30 per cento del levriero, e vedremo cosa succederà: si chiude intanto questa ennesima saga stilistica-familiare, questa addirittura centenaria, in assenza di un Pinault o Arnault italico che voglia mettere insieme un po’ di marchi italiani (ma la moda sarà davvero una grande rappresentazione di individualismo e campanilismo italico, di fronte al “fare squadra” e al centralismo francese?).

 

Fine dunque della pastorale bergamasca: per arrivare a casa Trussardi, in cima alla città ovviamente alta, bisognava prendere la funicolare come a Capri, e arrivare in una Lubecca di palazzotti medievali, quello Colleoni con le tre palle, lussi patrizi e laterizi, lastrici a spina di pesce come un parquet, e facciate quattro e cinquecentesche con citofoni gentilizi (“Radici-Calvi di Bergolo”), e stemmi che dalle nobiltà di spada passavano a quella di forbice: dalle tre palle al levriero, appunto.

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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