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Fashion Valley. Più che per il fisco, la Svizzera vince per la logistica

Oltreconfine si moltiplicano le aziende di servizi alle imprese e si punta a non caricare la burocrazia

3 Febbraio 2019 alle 06:17

Fashion Valley. Più che per il fisco, la Svizzera vince per la logistica

Foto LaPresse

Nella stanza al pianto interrato di un palazzo razionalista altrimenti nobile e bellissimo che sorge di fronte a un altro capolavoro dell’epoca, la Rai di Milano progettata da Gio Ponti, Confindustria Moda ha presentato i dati di preconsuntivo del settore per il 2018. Fra la notizia che il tessile moda ha frenato nel secondo semestre dell’anno appena trascorso (non sono gli effetti del governo gialloverde, o perlomeno non lo sono ancora, l’anno si è chiuso a 95 miliardi di euro, + 0,9 per cento, a pesare è stata la congiuntura internazionale) e qualche accenno sociologico alla realtà di mercato e a quanto si è fatto esigente il consumatore signora mia, il vertice dell’unione associativa ha fornito due dati sul nostro export che, più di ogni altro, interpretano bene l’attuale geopolitica della moda e la ragione per la quale certe discussioni di politica fiscale a Bruxelles tendano ad arenarsi. Se la Russia è tornata a frenare e Hong Kong è in flessione del 3,5 per cento, compensati da Cina, Corea del Sud e Giappone, tutti in aumento “double digit”, cioè a due cifre come amano dire i modaioli sprimacciando bene l’occlusiva che fa subito effetto-riccanza, in Europa spicca infatti il ruolo dominante dei Paesi Bassi (+ 12,4 per cento) e della Svizzera (più 14,2 per cento) come centri di stoccaggio e smistamento di borse, scarpe, vestiti. Entrambi, pur nella diversa posizione di paese Ue ed extra Ue, rappresentano gli hub di riferimento della moda internazionale. Nonostante qualche recente defezione, come Giorgio Armani e Versace che hanno entrambi riportato la logistica in patria, il cuore del made in Italy continua infatti a battere oltre la barriera di Brogeda, soprattutto in questi anni di sviluppo vorticoso dell’e-commerce e del suo fattore dirimente, i tempi di consegna strettissimi, di cui burocrazia snella e assenza di stop per scioperi o proteste sono condizioni necessarie. E’ la ragione ultima del successo della Svizzera nonostante la recente riforma fiscale, che va progressivamente estinguendo i vantaggi per le società: la spinta al cambiamento è arrivata dall’Ocse con il plauso dei sindacati locali, periodicamente in allarme per le modalità di ingresso e di uscita delle imprese straniere a seconda delle convenienze, come hanno denunciato più volte.

   

Qualche giorno fa, nel mezzo della battaglia legale contro lo stato italiano per una presunta evasione da 1,4 miliardi accumulata fra il 2011 e il 2017 e che lo stesso gruppo Kering ha tenuto a comunicare ai media, Gucci ha inaugurato un nuovo centro di stoccaggio vicino a Locarno; pochi metri quadrati, circa seimila, e una trentina di addetti di cui nessun nuovo assunto, che vanno però ad aggiungersi agli altri dieci centri logistici sussidiari alle esigenze del gruppo e che dimostrano, quasi più dei dati forniti al mercato, l’esplosione dei volumi del brand e il balzo del 34,9 per cento delle vendite nel terzo trimestre del 2018, a 2,096 miliardi di euro. Attualmente il gruppo, attraverso la piattaforma sussidiaria LGI, impiega circa 700 persone: da sei mesi ne sta ricollocando centocinquanta in Italia, fra Milano, Firenze e Novara, per l’ottanta per cento frontalieri, dichiaratamente alle stesse condizioni salariali. Sono cambiate le esigenze sul prodotto e il merchandising, dicono; restano invece evidentemente identiche, anzi maggiorate, quelle distributive. Sull’asse Cadempino, Sant’Antonino, Bioggio, ormai talmente saturi da aver lasciato campo ad altri comuni ticinesi interessati allo sviluppo nel settore come Locarno, che come ovvio non può vivere dei “pardi” del festival cinematografico estivo e ha un po’ di terreno fresco e ventilato nell’exclave del Piano di Magadino, va insomma sempre per la maggiore la cosiddetta Fashion Valley, che genera un indotto stimato a fine 2018 in un miliardo di franchi svizzeri. Le condizioni che fanno ancora gola alle imprese straniere, come dice uno dei più famosi avvocati d’affari di Lugano dietro promessa d’anonimato, non sono tanto fiscali (il nuovo pacchetto prevede che i privilegi per le società holding, le società domiciliate e le società miste vadano ad estinguersi, mentre a livello federale le regole di ripartizione degli utili delle principali società e filiali finanziarie elvetiche saranno in parte riviste e, in gran parte, abrogate) quanto riassumibili “negli incentivi alla locazione e alla costruzione di impianti, nella snellezza burocratica, nella certezza giuridica e nell’assenza di scioperi”. Cioè, e ancora, nel fattore che, pur determinante oggi, fu all’origine della decisione del pioniere del settore, Ermenegildo Zegna, di trasferire in Svizzera la propria supply chain e, in parte, la produzione già nel 1976. Negli ultimi tempi lo hanno raggiunto i Damiani (il ceo Guido vi si è proprio trasferito con la famiglia; il centro attualmente impiega una settantina di addetti) e, con un maxi-investimento, Philipp Plein, il marchio del lusso sfacciato e bling bling ufficiosamente in vendita da tempo, con circa centotrenta dipendenti. Sono in Svizzera colossi americani come VF Corporation (Napapjiri, JanSport, Vans, The North Face) e Hugo Boss. “Per molte categorie di prodotti, la Svizzera è diventata la principale piattaforma logistica per la successiva riesportazione“, dicono da Confindustria Moda. Oltreconfine, nonostante qualche mugugno sulle modalità mordi-e-fuggi di alcuni, si moltiplicano le aziende di servizi alle imprese di logistica, mentre le società immobiliari avviano nuovi cantieri. Lo scorso luglio, a Chiasso, il gruppo Omlg ha inaugurato  lo Swiss Logistic Center, specializzato nella movimentazione, stoccaggio e logistica di opere d’arte, vini pregiati e, come recita l’attraente brochure, “forniture per l’industria del lusso, della moda, dell’automotive”: dei 3500 metri quadrati di magazzino, mille sono infatti destinati a caveau per lo stoccaggio di dipinti, sculture e archivi. A fianco della stanza-cassaforte, sono state allestite una sala di restauro, dove lavorano esperti ingaggiati ad hoc, e una galleria per mostre, valutazioni, eventi. Un ciclo completo, in assoluta sicurezza, silenzio, pulizia, rigore. La snellezza burocratica, dicono, avrà la meglio anche sulla stretta fiscale che, pure, darà ancora un certo margine di manovra e spazio di trattativa ai singoli cantoni.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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