cerca

Cosa dicono i numeri sulle europee

Le proiezioni, le defezioni e le possibili alleanze. Ecco i dati che ridimensionano l'avanzata sovranista 

20 Febbraio 2019 alle 18:39

Cosa dicono i numeri sulle europee

(Foto LaPresse)

   

Lo scenario più probabile dopo le elezioni europee del 26 maggio è una coalizione in Parlamento tra popolari, socialisti e e liberali. Questa possibile alleanza è stata evocata nelle ultime settimane da alcune personalità di spicco del Partito popolare europeo. Lo ha detto chiaramente il candidato di punta dei popolari alle europee, Manfred Weber, che ha escluso ogni forma di collaborazione con gli euroscettici. Sono della stessa idea anche Annegret Kramp-Karrenbauer, leader dei cristiano-democratici tedeschi (Cdu), e Sebastian Kurz, il cancelliere austriaco che a Vienna governa con i populisti del FPÖ.

  

 

 

   

Numeri alla mano, questa coalizione è plausibile. Malgrado il calo dei consensi, i socialisti e i popolari – che hanno governato in coalizione negli ultimi cinque anni – saranno i due gruppi più numerosi in Parlamento (135 e 217 voti rispettivamente, come si nota dal grafico del sondaggio dell'Europarlamento). Una loro eventuale alleanza non sarà più sufficiente ad avere la maggioranza – mancherebbero 33 seggi. Tuttavia, una coalizione larga con i liberali dell'Alde (75 seggi stimati), potrebbe garantire una maggioranza europeista (394 seggi in totale, 42 oltre la soglia).

  

Questa ipotesi smorza l'entusiasmo dei populisti di destra che, malgrado l'aumento dei loro voti, potrebbero comunque restare all'opposizione nel prossimo parlamento. La somma dei diversi gruppi euroscettici di destra è di 153 seggi (22 per cento del totale), che non garantiscono l'autosufficienza. L'unica strada per fare parte di una maggioranza sarebbe un'improbabile alleanza con i popolari. Questa è la soluzione caldeggiata dal premier ungherese Viktor Orbán e, a sorpresa, anche dal leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, che ha detto di volere creare “un sovranismo europeo con Salvini e Le Pen”.

    

      

Il confronto di Bloomberg (vedi sopra) tra le proiezioni del voto di maggio e il risultato delle elezioni europee del 2014, ridimensiona il presunto exploit dei sovranisti. Il partito populista più in crescita dovrebbe essere la Lega di Matteo Salvini (più 23 seggi rispetto al 2014) che, secondo le previsioni, sarà il gruppo con più parlamentari a Bruxelles dopo la Cdu (29 seggi). Anche La France Insoumise, il partito francese di ultra sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon, è in grande crescita (più otto seggi). Per tutti gli altri, la differenza non sarà enorme. Il partito di Viktor Orbán, Fidesz, è in lieve aumento (1 seggio), e il Rassemblement National di Marine Le Pen è in leggero calo (meno 1 seggio). Tuttavia, i dati sono meno negativi di quanto non sembri. I partiti populisti iniziano già da un buon punto di partenza perché alle ultime elezioni hanno fatto meglio del previsto – 161 eurodeputati, oltre il 20 per cento del totale. 

Il fronte sovranista è frammentato in diversi gruppi, che andranno alle elezioni ognuno per conto proprio. Salvini ha provato ad aggregare i partiti euroscettici in un unico contenitore – ha incontrato Orbán, Le Pen, il polacco Kaczynski - non è riuscito a creare nulla. L'analisi di Bloomberg suggerisce che le divisioni tra i populisti cresceranno una volta che verrà eletto il nuovo Parlamento. Basta guardare quello che è successo nell'ultima legislatura. Quarantasette deputati populisti – un terzo del totale – hanno abbandonato il proprio gruppo a legislatura in corso, secondo le stime di Bloomberg. Ad esempio, i deputati tedeschi di Alternative für Deutschland avevano iniziato la legislatura assieme ai Conservatori e riformisti europei (Ecr) – da cui sono stati espulsi – e si sono poi dispersi in vari gruppi. Anche il Movimento cinque stelle ha tentato di passare dall'Europa delle libertà e delle democrazia diretta (Efdd) all'Alde, ma l'operazione non è andata a buon fine. 

   

 

Il fronte sovranista è frammentato in diversi gruppi, che andranno alle elezioni ognuno per conto proprio. Salvini ha provato ad aggregare i partiti euroscettici in un unico contenitore – ha incontrato Orbán, Le Pen, il polacco Kaczynski - non è riuscito a creare nulla. L'analisi di Bloomberg suggerisce che le divisioni tra i populisti cresceranno una volta che verrà eletto il nuovo Parlamento. Basta guardare quello che è successo nell'ultima legislatura. Quarantasette deputati populisti – un terzo del totale – hanno abbandonato il proprio gruppo a legislatura in corso, secondo le stime di Bloomberg. Ad esempio, i deputati tedeschi di Alternative für Deutschland avevano iniziato la legislatura assieme ai Conservatori e riformisti europei (Ecr) – da cui sono stati espulsi – e si sono poi dispersi in vari gruppi. Anche il Movimento cinque stelle ha tentato di passare dall'Europa delle libertà e delle democrazia diretta (Efdd) all'Alde, ma l'operazione non è andata a buon fine. 

Gregorio Sorgi

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • branzanti

    20 Febbraio 2019 - 20:08

    L'enorme difficoltà di aggregare i partiti estremisti è (fortunatamente) insita nella loro natura di forze ultra nazionaliste, refrattarie ad alleanze con componenti altrettanto centrate entro i confini nazionali ed incapaci di visioni sovranazionali.

    Report

    Rispondi

Servizi