L'isolamento diplomatico dell'Italia spiegato con il flop di Conte a Strasburgo

Salvatore Merlo

Il vuoto attorno al premier durante la sua prima volta al Parlamento europeo e l’analisi di un discorso che scontenta tutti. Sorrisi e un solo applauso

Strasburgo. Nella cabina di vetro, a un passo dal bar, i parlamentari europei fumano, e scherzano. “Oggi arriva il vostro presidente del Consiglio”, dice Davide Casa, deputato maltese del Ppe. E David Sassoli, del Pd, vicepresidente del Parlamento: “Sei contento?”. E l’altro, ironico: “Se siete contenti voi…”. Giuseppe Conte attraversa il tappeto rosso che lo introduce nel Palazzo del Parlamento di Strasburgo e nel giro di qualche ora riceve la conferma di quello che in teoria era venuto a impedire, d’accordo con il presidente Sergio Mattarella e giocando di sponda con il ministro degli Esteri Enzo Moavero: l’isolamento diplomatico dell’Italia. La missione non ha funzionato. Manfred Weber, il capogruppo del Ppe, mette subito in chiaro l’umore diffuso: “Se la crescita è bassa in Italia è responsabilità vostra”, dice a Conte. “Non siete nemmeno in grado di mettervi d’accordo sulla Tav, malgrado ci siano dei trattati firmati con la Francia. Siete capaci di violare gli accordi. Non sembrate nemmeno in condizione di fare le riforme, perché l’unica cosa che si vede è la crescita del debito pubblico”.

 

Conte sapeva di scendere in un campo complicato. Ma forse nemmeno lui pensava fosse così complicato.

 

 

Il presidente del Consiglio arriva a Strasburgo intorno alle 15 con un nutrito seguito romano, una decina di persone: assistenti, consiglieri diplomatici e militari. Incontra il capo della Commissione Juncker, che – questa è la versione italiana – gli avrebbe detto, all’incirca: “Caro Giuseppe confidiamo nel tuo lavoro”. Ma questa, appunto, è la versione italiana. Poi c’è infatti il film splatter che va in scena dentro l’Aula di Strasburgo. Un martellamento che dà la misura della distanza che si sta scavando tra il nostro paese e il resto dell’Unione. Alle 17 Conte prende la parola e parla fino alle 18 circa. Ma dice pochissimo. Quasi nulla. Nulla sulla politica estera europea, sul collocamento dell’Italia, sull’euro… Il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, lunedì, diceva: “Sarà interessante ascoltarlo visto che la posizione dell’Italia non è per così dire chiarissima su molti argomenti. Persino sul Venezuela di Maduro”. Se c’erano dubbi, se l’Italia dava l’impressione di balbettare, ecco che l’impressione, dopo Conte, si è persino rafforzata. Così, nella grande Aula di Strasburgo, qualcuno sbadiglia. Dopo circa quaranta minuti, alla decima volta che Conte pronuncia le parole “popolo europeo” senza che però si capisca cosa intenda concretamente su questioni che non sono evanescenze retoriche, ecco che Nigel Farage, il leader dell’Ukip, il partito eurofobico britannico, si alza e si allontana con la sua cravatta rosa fosforescente. E’ come un segnale di tana libera tutti. Conte non è un sovranista ma non è nemmeno europeista. Lascia intendere concetti che sono l’opposto di quello che dicono Di Maio e Salvini, ma non lo dice mai davvero. Rimane perennemente sospeso tra l’indiretto e il superficiale. Così in Aula c’è persino chi si addormenta. Mario Borghezio, parlamentare della Lega, seduto tra gli unici che applaudono (una sola volta), si scava con meticolosità le narici. Sassoli ride, si alza in piedi, cerca conforto nei colleghi del Pse. Goffredo Bettini, che fu la mente del veltronismo, raccoglie a tulipano le cinque dita della mano destra e altalena il pugno in funzione digito-interrogativa. Simona Bonafè, che gli sta accanto, allarga le braccia. Distrutta. Intanto, Guy Verhofstadt, capo dei liberali belgi, prende la parola, in italiano: “Amo l’Italia e mi fa male vedere la sua degenerazione politica. E’ il fanalino di coda dell’Unione. I veri capi del governo sono Di Maio e Salvini, capaci di posizioni spesso antieuropee e talvolta odiose nei confronti di altri paesi dell’Unione. E’ l’Italia che ha impedito all’Unione di prendere posizione sul Venezuela di Maduro. E questo è stato possibile perché il governo italiano agisce sotto la pressione di Putin e del Cremlino”. Boom. Per Conte questa visita è stata un disastro. Il contrario dell’operazione diplomatica che forse era stato chiamato a compiere.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.