I tanti tormenti del Ppe, tra il parente serpente e la nuova massaia (tedesca)

Paola Peduzzi

Annegret Kramp-Karrenbauer ha adottato il modello incrementale sdoganato dalla cancelliera, Angela Merkel, piccoli passi per vedere se la terra sotto non cede. Intanto Orbán fa discutere

Milano. Nell’Europa che verrà, ci sono tante ambizioni personali, molti ripensamenti ideologici, parecchi calcoli da fare e qualche eredità pesante da maneggiare. Quest’ultimo settore è presidiato da Annegret Kramp-Karrenbauer, detta Akk, che ha preso la leadership della Cdu tedesca e deve traghettare il suo partito, la Germania, le sue alleanze e l’Europa nella stagione post Merkel. Per ora la Akk sta bilanciando con sapienza la propria immagine: nel solco della continuità, ma con un piglio personale. Questa settimana le foto di lei nella sua tenuta storica di carnevale – grembiule, foulard in testa, scopa in mano – hanno fatto il giro d’Europa, con lei ironica che dice: ho iniziato pulendo i pavimenti della Cdu e sono ancora qui, come ho fatto a finire in questo guaio chi lo sa. Da sistemare ci sono molte cose, dentro e fuori la Germania, e la Akk ha adottato il modello incrementale sdoganato dalla cancelliera, Angela Merkel, piccoli passi per vedere se la terra sotto non cede, mentre si rassicurano gli interlocutori conservatori e quelli europei, perché non bisogna spaventare nessuno ma allo stesso tempo si deve stracciare quel nomignolo, “mini Merkel”, che suona proprio male.

 

Il problema è che in quest’Europa che si prepara alle elezioni il tasso di ostilità è molto alto, ed è tutto un chiedere e verificare, sei con me o non lo sei, pegni d’amore a non finire. Le sfumature si sono perdute, se sei critico con i francesi – con il gasdotto Nord Stream 2 per esempio – subito scattano commenti arcigni: lo vedete che il motore franco-tedesco non soltanto non muove nulla ma è pure in crisi? In questo scontro per blocchi contrapposti, europeisti di qui ed euroscettici di là, la creatività non ha spazio, anzi spesso sa di tradimento, e così bisogna rassicurare e rimandare, verrà il momento in cui potremo dirci davvero come la pensiamo. A meno che non ci sia un dispetto più grande del solito, più fastidioso del solito: in questo caso non si può attendere, bisogna prendere provvedimenti subito.

 

E’ quel che sta accadendo nella tormentata famiglia del Partito popolare europeo, che è la più grande in Europa e che resterà tale pure dopo le elezioni, anche se un pochino ridimensionata. Il Ppe ha un problema con il partito di governo ungherese, Fidesz, il parente serpente che, da qualche anno, sta avvelenando l’intera famiglia, e pare pure che si diverta. In questi giorni, il governo di Viktor Orbán ha lanciato una campagna per le Europee in cui compaiono (il solito) George Soros, nemico giurato del premier e degli euroscettici, e Jean-Claude Juncker, presidente della commissione uscente, complice di Soros (o forse vittima a sua volta del tycoon ungherese, che è un manipolatore) nel voler snaturare il continente europeo agevolando l’ingresso dei migranti e rendendo la vita impossibile agli autoctoni. Quel che pensa Orbán non è certo una novità, ma i cartelloni con Juncker sono stati vissuti più male del solito. Manfred Weber, cristianosociale candidato alla presidenza della Commissione, è stato duro (molto più che nelle altre occasioni: se picconi lo stato di diritto va bene, se tocchi il Ppe no) : “Non si può far parte del Ppe e fare campagna contro il presidente attuale della Commissione del Ppe”, ha detto alla Süddeutsche Zeitung.

 

Ci si aspettava qualche parola di scuse da parte di Orbán, ma in questa aspettativa sta tutta l’illusione europea: il premier ungherese ha rincarato la dose, se non possiamo nemmeno fare “autocritica” allora che cosa siamo qui a fare, ha detto. Nel tranello dell’autocritica ci caschiamo tutti, mani e piedi, ogni volta che dobbiamo gestire il dissenso, e per di più non è chiaro a nessuno se Fidesz sia più pericoloso fuori dal Ppe o dentro (un mito da sfatare però c’è: i seggi che Orbán porterebbe al Ppe. Sono undici adesso e dodici nelle proiezioni, non una massa critica). La Akk, che a questo Ppe dovrà mettere mano perché la Cdu è azionario di maggioranza, ha provato almeno a invertire il gioco delle parti: se il “format” del dialogo interno al Ppe non funziona, “tocca alla parte ungherese dimostrare che si sente ancora parte della famiglia”, ha detto. Nulla di decisivo, ma chi pulisce sa che quel che conta è da dove cominci.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi